Lettera pastorale ai fedeli della Chiesa di Pisa – 26 settembre 2026
Gesù se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni. Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme» (Lc 8,1-5)
Carissimi,
molti di voi hanno espresso il desiderio di ascoltare dall’arcivescovo quale direzione intende dare al cammino della nostra Chiesa. Per la verità ho già iniziato a esprimere il mio pensiero in varie occasioni. Ne ricordo due particolarmente importanti: il Consiglio presbiterale con la presenza anche dei Vicari foranei, tenutosi a Calci esattamente un anno fa, il 25 settembre 2025, e il Ritiro per il clero del 5 giugno di quest’anno (entrambi reperibili nel sito web dell’arcidiocesi). Si tratta di un pensiero in itinere, che va prendendo forma mano a mano che cresce la mia conoscenza ed esperienza della Chiesa pisana. Oggi mi viene chiesto un passo ulteriore e non intendo sottrarmi al lavoro di elaborazione, pur sapendo che è ancora presto per poter avere una visione chiara e a lungo termine del cammino che ci attende, posto che oggi sia possibile averla in generale. Ci sono, però, dei punti fermi che è bene ribadire e proporre a tutti voi per avere un terreno comune su cui confrontarci e lavorare insieme, ed è appunto di essi che vorrei parlarvi brevemente in questa lettera.
La scena evangelica
Probabilmente avete presente l’immagine ricordo della mia ordinazione episcopale, quella con il quadro di van Gogh, citato inaspettatamente pochi giorni dopo da papa Leone nella sua prima udienza generale. Sul retro avevo riportato il versetto di Mc 4,3: «Il seminatore uscì a seminare». È la parola che ho sentito risuonare in me nel momento in cui sono stato chiamato a questa alta responsabilità e che continua ad accompagnarmi giorno per giorno nelle nuove esperienze che vado facendo. Oggi quella frase la vedo come la scena evangelica primaria con cui confrontarci per discernere quale debba essere il nostro cammino di Chiesa. Ho riportato qui sopra il brano parallelo di Lc 8,1-5, sul quale vorrei soffermarmi un poco con voi.
«Gesù se ne andava per città e villaggi». La prima caratteristica di Gesù evocata dal testo evangelico è la sua itineranza. Gesù è «l’uomo che cammina», non è un residente, è un viandante che va incontro alle persone. Il suo non è un andare senza meta, è un andare verso l’altro, mosso da una forza interiore e da un’attrazione esteriore: dalla volontà del Padre e dal pathos suscitato dal fratello, dalla sorella. Il suo andare è molto di più che un’attività pastorale: è un modo di vivere, di essere. Per questo non conosce sosta, il Figlio dell’uomo non ha una tana in cui nascondersi, un luogo su cui poggiare il capo. Tutte le volte che mi assale la tentazione di ritirarmi, di rinchiudermi nella mia comfort zone, di resistere alla richiesta di partire, di accogliere il nuovo, il diverso, l’incognito, mi ritorna l’immagine di Gesù che va per città e villaggi, esponendosi all’incontro con l’altro.
«Predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio». C’è qui (lo si vede meglio nel testo originale) una concentrazione di verbi e sostantivi cruciali per il cristianesimo: kerygma, evangelo, regno di Dio. Noi oggi cerchiamo di spiegarli dandone una definizione o traducendoli in un programma d’azione, in un piano pastorale. La scena evangelica invece ce li presenta come ciò che “avviene” nel momento in cui Gesù va incontro alla gente. Ricordo ciò che diceva un teologo, a cui ho dedicato qualche anno della mia vita: Gesù è come il catalizzatore della reazione per cui l’uomo scopre la presenza del regno di Dio nella sua vita. L’espressione spesso riportata nei vangeli: «Va’, la tua fede ti ha salvato», vuol dire proprio questo: ti sei incontrato con il Padre, ora va’ e vivi la tua vita come suo figlio, affidandoti a Lui. La fede, e quindi il kerygma e l’evangelo, non è un contenuto che noi deponiamo nell’altro, è un evento che ha luogo per opera dello Spirito nell’incontro col testimone. Perciò esso avviene nelle forme e nei modi più diversi, da persona a persona. Nel brano che stiamo meditando si parla subito dopo di tre donne che hanno scoperto il regno di Dio a partire ciascuna dalla propria situazione. Sono persone di condizioni sociali diverse, ma di ognuna di esse si dice che «erano state guarite». La buona notizia del regno di Dio ha per loro un contenuto esperienziale molto concreto: è la guarigione, la liberazione, la trasformazione della loro vita.
«C’erano con lui». Gesù va in giro per città e villaggi non da solo, è accompagnato da un piccolo gruppo di discepoli, i Dodici, e di discepole. Di loro si dice semplicemente che «erano con lui», un’espressione su cui è facile passare velocemente senza coglierne tutta la ricchezza di significato. Essere con lui non significa semplicemente accompagnarlo, stargli accanto fisicamente. È condividere quello che Gesù è e fa, nel modo proprio del discepolo, non solo dell’ascoltatore e dell’osservatore esterno, sulla base di una costante comunione di vita e di esperienza. «Voi siete stati con me fin dal principio» dice Gesù agli apostoli nell’ultima cena (Gv 15,27). È Gesù che ha voluto essere con loro, perché il suo essere è in se stesso un essere-con. Anche quando i suoi lo abbandoneranno, «io non sono solo – dice Gesù – perché il Padre è con me» (Gv 16,32). Essere-con è già realizzazione della missione di Gesù, è la manifestazione visibile del suo essere in comunione con il Padre e lo Spirito, perciò è già annuncio del regno.
«Una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città». Dopo Gesù e il gruppo dei suoi discepoli e discepole, compare il terzo personaggio della scena, che è la gente, la folla. Gesù sceglie i discepoli, ma non sceglie la folla, è la folla che accorre a lui. Non è difficile attrarre le folle, molti ci sono riusciti prima di Gesù e continuano a riuscirci dopo di lui. Non è da questo che si misura il successo della missione di Gesù. Anzi, Gesù ha sempre messo in guardia le folle dall’aderire a lui in modo superficiale, sentimentale, irrazionale. Conosceva troppo bene la psicologia delle folle, la loro volubilità, la facilità con cui sarebbero passate dall’osannare al crocifiggere. Gesù non cerca l’applauso della folla, che glielo concede facilmente e di buon grado. Gesù vuole raggiungere il livello più profondo dell’umanità, che coincide con ciò che la Bibbia chiama il “cuore” di ogni uomo, ma ha anche una dimensione collettiva. Gesù si indirizza alla persona per toccarle il cuore e guarirlo, ma anche alla folla per fare di essa da un massa anonima un popolo che cammina nella storia verso la stessa meta.
«Gesù disse con una parabola: “Il seminatore uscì a seminare il suo seme”». Dopo questo ampio preambolo l’evangelista arriva alla parola di Gesù: Gesù «disse con una parabola». La parabola è un frammento di esistenza quotidiana, comune, ordinaria, che, entrando a far parte del discorso di Gesù – il Logos, la Parola originaria in cui tutto è stato creato – rivela una novità imprevista, una possibilità di vita che sfuggiva al nostro sguardo. Per questo la parola di Gesù è un seme che contiene un germe di vita nuova, diversa, che si fa spazio in noi, che cerca un terreno ospitale per poter crescere e dare frutto. Gesù predica, ma in realtà semina. Noi ascoltiamo, ma in realtà siamo chiamati a diventare qualcosa di molto più “umile” (in senso etimologico, humus) e radicale che semplici ascoltatori: la parola-seme ci chiama ad essere terra che lo riceve e lo accoglie. Quanto più siamo terra, tanto più lo accogliamo e lo facciamo crescere, e viceversa: quanto più siamo altro dalla terra (pietre, spine, strade), tanto più lo rimbalziamo o lo soffochiamo.
La distanza dalla scena
Nei cinque versetti del vangelo di Luca che ho voluto rileggere con voi e che riconsegno alla vostra meditazione c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere Chiesa nel mondo di oggi. I numerosi e ampi documenti del magistero recentemente pubblicati in fondo servono proprio a questo, a farci comprendere il vangelo come parola che avviene ora e si rivolge a noi, che abitiamo questo tempo e questa storia. In questo senso la Chiesa parla assistita dallo Spirito, il quale – secondo la promessa di Gesù – «vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).
Mettiamoci dunque di fronte a questa parola-seme, entriamo come attori in questa scena del vangelo – come raccomandava di fare sant’Ignazio di Loyola – entriamoci con le nostre comunità, le nostre attività a servizio della Chiesa, le nostre preoccupazioni quotidiane e chiediamoci: che cosa vediamo? Quale distanza percepiamo tra la nostra realtà e la scena originaria del vangelo? Come vostro vescovo vi suggerisco alcuni semplici spunti di riflessione e di revisione di vita.
- Gesù è un viandante, cammina senza sosta per andare incontro agli altri, si espone al loro sguardo, alle loro richieste, alle loro domande. L’annuncio è un evento che si realizza in un incontro, che avviene nei luoghi di vita più impensati, luoghi esistenziali in cui l’umanità si esprime in tutte le sue sfumature di bene e di male. La vita parla alla vita, il cuore parla al cuore, la persona parla alla persona. Se è vero che oggi la Chiesa ha il compito di evangelizzare, perché ne va della trasmissione della fede, dove e come lo possiamo fare? Gesù frequentava fedelmente la sinagoga nel giorno di sabato e, come ogni pio israelita, si recava annualmente al tempio di Gerusalemme per le grandi feste, le cosiddette feste di pellegrinaggio. Ma la sua vita ruota interiormente intorno al Padre e alla missione che gli ha affidato. La scena cambierebbe radicalmente, e non sarebbe più una scena evangelica, se il suo baricentro si spostasse dal «conoscere il mistero della sua volontà» (Ef 1,9) a frequentare e mantenere in funzione l’istituzione religiosa. Non si tratta di scegliere una cosa e abbandonare l’altra, ma “soltanto” di cambiare la gerarchia dei valori e mettere al centro ciò che è effettivamente centrale. Dico “soltanto”, sapendo benissimo che non è affatto semplice né scontato il farlo, è una vera rivoluzione copernicana, e tuttavia non possiamo evitarla, ne va della vita, di avere o non avere un futuro, e soprattutto di dare un senso autenticamente evangelico a ciò che facciamo. Non si tratta di inventare cose nuove, ma di ricordare la novità del vangelo, che è sempre davanti a noi come profezia e non solo dietro di noi come memoria. Dobbiamo continuare a camminare al modo di Gesù, esponendoci alle sfide della vita, senza mimare un movimento che è in realtà un girare in tondo, in cerchi sempre più stretti, sempre più avvitati su se stessi.
- Gesù non cammina da solo, è-con i suoi discepoli e discepole. Abbiamo visto quanta ricchezza di senso si celi in questa preposizione “con”. Non è un dato accessorio o secondario, è una delle scelte fondamentali di Gesù, che conferiscono alla scena il suo carattere evangelico. Noi invece spesso siamo e ci pensiamo soli. Non mi riferisco semplicemente alla solitudine di cui soffre la nostra società, ma alla solitudine più specifica di noi, in quanto credenti, in quanto pastori. Dov’è il gruppo con cui Gesù condivide il suo cammino, le sue fatiche, le sue scoperte? Dove sono gli interlocutori con cui dialogare, con cui confrontarsi sui temi della fede, sui dubbi che si presentano quotidianamente in rapporto alla complessità del mondo? Possibile che, nel migliore dei casi, invece del dialogo, ci dobbiamo affidare alla lettura di un documento, all’ascolto di una conferenza o, sempre più spesso, alla consultazione del nuovo oracolo che è l’intelligenza artificiale? Gesù, però, non ha scritto nessun libro, la sua parola è stata sempre una parola scambiata con altri, all’interno di una relazione viva con amici e nemici, discepoli e avversari.
- Le parole di Gesù sono, nel linguaggio dei vangeli sinottici, parole-semi, in quello di Giovanni «parole che sono spirito e vita» o «parole di vita eterna» (Gv 6,63.68). L’identificazione di parola e vita è un altro tratto decisivo della scena evangelica. Nella Chiesa cattolica questo legame lo abbiamo mantenuto intatto nella parola sacramentale, e di questo non finiremo mai di ringraziare il Signore. Ma proprio alla luce di questo dono non dovremmo interrogarci sulla distanza dalla vita che affligge la nostra parola non sacramentale? Non mi riferisco tanto alle omelie o alle catechesi o alle tecniche comunicative. Mi riferisco alla parola che incontra la vita, che nasce dalla vita – la mia e quella degli altri –, e cioè dall’esperienza. Gesù “dice con parabole”, cioè con esperienza della vita, fatta nel suo modo unico di Figlio di Dio. Gesù parla da una vita vissuta alla presenza del Padre, nella relazione di abbandono a Lui, nella condivisione del suo amore e della sua misericordia. Ogni cosa, ogni persona, ogni relazione vissuta dall’interno di questa relazione acquista una luce nuova, ne esce trasfigurata e può così diventare parabola del regno. Veniamo qui al punto più importante e più profondo della scena evangelica: Gesù parla a partire non da una conoscenza accademica, non da un sapere professionale, non da una abilità oratoria, ma da una vita di intimità con Dio. La gente capisce che nelle sue parole c’è una sapienza nuova, non appresa in una scuola, e ne rimane affascinata, ma non necessariamente ciò li conduce ad accogliere quella parola nel suo potenziale di vita, a riceverla come parola-seme. Sappiamo che anche i discepoli hanno fatto fatica, a cominciare da Pietro. È difficile farsi terra, ma è la condizione necessaria per diventare uomini e donne del vangelo. Senza questo farsi terra, questa “umiliazione”, quale spazio rimane per la parola-seme? Forse il problema è proprio questo: pensiamo di accogliere e di predicare il vangelo a partire non dal nostro essere terra che ha ricevuto il seme, ma dall’essere strada, sasso, spina. Certo, possiamo interpretare in modo positivo anche la strada, che conduce da qualche parte, o il sasso, che è qualcosa di solido, o la spina, che penetra e punge. Ma il seme del vangelo per crescere ha bisogno semplicemente di terra buona, spaziosa e ospitale. E noi possiamo a nostra volta “dire con parabole”, cioè parlare in modo vero e credibile di una vita in relazione con Dio, solo se la bocca parla da un cuore in cui la parola-seme è germogliata e ha dato frutto.
Passi di avvicinamento
La scena del vangelo da cui siamo partiti è un paradigma del modo in cui Gesù svolge la sua missione. Non è solo una ambientazione esteriore, un quadretto che raffigura il Maestro che percorre le città della Galilea predicando alle folle, rispetto al quale potremmo facilmente invocare la diversità storica e culturale che ci separa da esso. La scena individua e descrive le relazioni e le dinamiche che identificano la missione di Gesù e fanno di essa l’annuncio della buona notizia del regno. Pertanto, la percezione di una distanza più o meno grande da quel modello ci mette salutarmente in discussione, ci apre a una revisione critica del nostro modo di pensare e di operare e stimola la ricerca di cammini che riducano quella distanza.
Come ho detto fin dall’inizio, non ho una visione chiara del percorso e tanto meno della sua realizzazione concreta. Del resto, dubito che oggi qualcuno possa pretendere di avere in tasca la soluzione ai problemi posti dal cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Ho molto apprezzato l’umile realismo cristiano di papa Leone, che nella Magnifica humanitas al n. 213 scrive: «La civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione». A sostegno di questa affermazione cita un bel testo tratto dal Signore degli anelli di J. Tolkien. Sono parole pronunciate da Gandalf in un discorso solenne verso la fine dell’opera:
Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare.
La domanda che dobbiamo porci è proprio questa: che cosa possiamo fare concretamente, quotidianamente per migliorare, almeno un poco, il nostro modo di vivere e annunciare il vangelo e per ridurre la distanza che ci separa dal modo di viverlo e di annunciarlo di Gesù? Anche in questo caso non ho risposte già pronte da somministrarvi come salutare medicina. Posso però stimolarvi a muoverci insieme in alcune direzioni. Posso e, come pastore, devo farlo, per evitare i due rischi che ci minacciano più da vicino: l’inerzia di una ripetizione che è destinata a spegnersi e la dispersione, il muoversi in ordine sparso, disgregando il corpo e indebolendolo. Le indicazioni che seguono mi piace pensarle proprio come passi di avvicinamento alla scena evangelica da cui siamo partiti.
a) Spostare la frontiera
Non so se ci siamo posti questa domanda: qual è la mia frontiera come cristiano, come laico credente, come ministro, come pastore della Chiesa? Forse no, perché è una domanda che ha senso solo da qualche decennio a questa parte. Infatti, fino a quando nel nostro Paese e più ampiamente nel mondo occidentale vigeva un regime di cristianità, la domanda non si poneva. Non solo ciò che attiene alla pratica e alle credenze religiose era competenza della Chiesa, la cui influenza si esercitava potentemente sulle questioni morali, sull’orientamento culturale e finanche sulle scelte politiche e sociali. La Chiesa era radicata profondamente nella società. I pastori, dai vescovi ai parroci, erano ascoltati e a loro veniva riconosciuta un’autorità morale, che si traduceva in un potere reale, capace di influenzare concretamente i gestori e decisori politico-economici. Stiamo parlando di un fenomeno di lungo periodo che, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, si è esteso dal Medioevo fino agli anni Sessanta del secolo scorso.
Sappiamo bene che oggi le cose vanno diversamente, è esperienza di tutti i giorni. Ma come abbiamo reagito a questo cambiamento epocale? E soprattutto, abbiamo reagito in base a una logica evangelica o a strategie mondane? La via ampia e spaziosa del mondo è quella che ci ha condotti a due derive opposte: da un lato, far arretrare il confine tra Chiesa e mondo, riducendo progressivamente lo spazio di competenza della fede; dall’altro, immaginare improbabili ritorni al passato, magari ripiegando sulla sola sfera delle opzioni morali senza più la pretesa di influire direttamente sulle scelte politico-legislative. Il vangelo, invece, ci indirizza su un’altra strada, quella dell’andare verso l’altro, quella dell’incontro, dell’ascolto, del dialogo. La frontiera non deve arretrare, chiudendoci tra chiesa e sacrestia, deve avanzare verso la città degli uomini, non per occuparne gli spazi – come avrebbe detto papa Francesco – ma per avviare processi. Processi di annuncio del vangelo, ma soprattutto di scoperta della presenza del regno in mezzo agli uomini, di lettura dei segni dei tempi che illuminano e indirizzano il cammino. Perché non riusciamo a evangelizzare efficacemente? Forse perché non ci lasciamo evangelizzare dall’opera che Dio sta compiendo nelle persone, forse perché siamo preoccupati di dire noi agli altri ciò che devono fare e ciò che Dio vuole da loro, invece di discernere insieme a loro il disegno di salvezza che Dio sta tracciando nelle loro vite. Non possiamo annunciare la buona notizia se non riusciamo a sperimentarla noi per primi come notizia, ossia come ciò che sta avvenendo qui e ora nelle persone che incontriamo.
«Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio» (Is 54,2). Desidero rivolgere a tutti voi questa esortazione del profeta Isaia. Combattiamo la tentazione di restringere lo sguardo ai pochi spazi che possediamo, perdendo di vista il «vasto mondo» che ci circonda, che – come diceva Y. Congar nel titolo di un suo famoso libro – è la mia parrocchia. Lo Spirito è all’opera nel mondo del lavoro, nel mondo della scuola, nel mondo della sanità. Riusciamo a leggere questo vasto mondo con gli occhi della fede? Riusciamo a inserirlo nella relazione con il Padre? Capisco che è necessario tutto un cammino di crescita umana e spirituale, ma è solo attraverso di esso che potremo imparare a predicare al modo di Gesù, e cioè a seminare parole-semi di vita, a dire con parabole che il regno di Dio è in mezzo a noi.
b) Fare comunità
Gesù, fin dall’inizio della sua missione pubblica, ha cercato e chiamato non solo discepoli, ma compagni di cammino, con i quali vivere insieme. Questa forma comunitaria è costantemente attestata in tutte le pagine del Nuovo Testamento al punto che non si può pensare a una vita cristiana al di fuori di un contesto comunitario. Non stiamo parlando di assemblee cultuali, di “comunità dell’altare”, ma di comunità in cui si impara a conoscersi, a vivere insieme, a condividere ciò che si possiede, ad affrontare i problemi e a cercare di risolverli insieme.
Oggi tutti, chierici e laici, ci lamentiamo della diminuzione del numero dei preti, della scarsità di vocazioni al ministero ordinato, della necessità di ridurre il numero di parrocchie e di celebrazioni. Perché non ci lamentiamo piuttosto della mancanza di comunità come «luoghi di relazioni reali e vitali», per usare le parole del documento della CEI Radicati e costruiti in Cristo? Ci lamentiamo della diminuzione quantitativa di parroci e parrocchie, quasi si trattasse di semplici punti di erogazione di servizi religiosi. La preoccupazione dominante diventa così quella di mantenere il più possibile lo status quo, chiedendo spesso ai sacerdoti fatiche improbe e ai pastori di reclutare clero in tutto il mondo, quasi si trattasse di trovare medici e infermieri per un sistema sanitario in crisi. Ma è davvero di questo che la Chiesa – e soprattutto gli uomini e le donne di oggi – hanno un disperato bisogno?
Facciamo comunità, mettiamo insieme le nostre vite! Aiutiamoci reciprocamente a vivere e a credere, ad affrontare i problemi della vita quotidiana come membri della stessa famiglia, a metterci in ascolto e ad affidarci alla Parola del Signore. Le modalità per farlo sono innumerevoli: quanto più ci conosceremo ed entreremo in relazione, tanto più saremo capaci di individuare quelle che meglio si adattano al contesto umano e sociale in cui viviamo. Il ministro ordinato farà la sua parte, ma una comunità non si fa intorno al prete, si fa intorno a vecchi e giovani, poveri e ricchi, malati e sani, famiglie e singoli.
Permettetemi di citare un piccolo esempio concreto: l’organizzazione della mensa per i poveri a Pisa ha messo in movimento moltissimi fedeli delle nostre parrocchie, che si sono incontrati e hanno dato la loro disponibilità con grande entusiasmo. Di fronte a questo fatto mi è venuto spontaneo un commento: i poveri ci fanno Chiesa, fanno di noi una comunità.
c) Generare parole nuove
Il nostro linguaggio della fede è invecchiato. Lo percepiamo tutti e ne soffriamo le conseguenze in una perdita di efficacia comunicativa, che è particolarmente grave nell’ambito della formazione alla vita cristiana e del dibattito pubblico. Abbiamo bisogno di un rinnovamento del linguaggio, che è la materia prima con cui potremo costruire una diversa catechesi, un diverso annuncio, una diversa predicazione. Anche in questo caso dobbiamo farci una domanda che forse non ci siamo ancora posti: dove nascono le parole? Le parole vere nascono sempre da un’esperienza. Santa Teresa di Gesù, dopo una forte esperienza di Dio raccontata alla fine del libro della Vita, dice: «Rimase in me il desiderio di non dire se non cose verissime» (Vita 40,4).
È da questa verità che nascono le parole di cui abbiamo bisogno. Dovremmo avere il coraggio di abbandonare molte parole, molti schemi retorici e mentali, e di passare attraverso una rigorosa purificazione del nostro linguaggio, chiedendoci sempre: questo ha senso per me? A quale esperienza della mia vita, o delle vite che io conosco, corrisponde? Soprattutto dobbiamo abbandonare l’idea che dai nostri discorsi di sempre potrà prodursi un cambiamento di vita, mentre è vero esattamente il contrario: è una nuova esperienza di vita che genera parole nuove. La vita nuova è il vino nuovo che genera l’otre capace di contenerlo.
Probabilmente, almeno agli inizi, parleremo meno. Resteremo di più in silenzio, staremo di più ad ascoltare. Non dimentichiamo che Gesù, prima di prendere la parola, ha passato trent’anni nel nascondimento e nel silenzio di Nazareth. Forse anche per noi questo tempo è il tempo di Nazareth: il tempo della comunità in cui si impara a parlare dando nomi alle esperienze del quotidiano, vissuto nell’ascolto della Parola di Dio e nel servizio del prossimo.
***
Cari fratelli e sorelle, ho cercato di comunicarvi quello che porto nel cuore, ciò che le esperienze di questo primo anno e qualche mese di episcopato hanno suscitato in me. Come vedete, non ho soluzioni immediate da proporvi, né ricette sicure da prescrivervi. Ho pensieri e desideri da condividere con voi. Sono certo, però, che anche questo non è poco. Se i nostri pensieri e i nostri desideri si sintonizzassero, la nostra Chiesa ne uscirebbe interiormente rafforzata. Potremmo cercare nella stessa direzione e sicuramente riusciremmo a capire molto più facilmente e velocemente ciò che lo Spirito di Dio ci sta suggerendo. Perché alla fine di questo si tratta, non di realizzare ciò che a noi sembra interessante, attraente e opportuno, ma ciò che lo Spirito sta dicendo alla nostra Chiesa, quella che è in Pisa, in Italia e nel mondo di oggi.
Vi chiedo di riflettere su quanto vi ho scritto, di parlarne tra di voi, di condividerlo anche con chi non frequenta i nostri ambienti, ma abita le nostre città, lavora accanto a noi, vive la nostra stessa storia. Non siamo autosufficienti: abbiamo bisogno di tutti.
Il Signore ci custodisca nel suo amore ed effonda su tutti voi la sua benedizione
+ Saverio Cannistrà
Pisa, 26 settembre 2026
Festa della Dedicazione della Cattedrale
Per la riflessione personale e il confronto comunitario
1. Spostare la frontiera: dall’istituzione all’incontro
«La frontiera non deve arretrare, chiudendoci tra chiesa e sacrestia, deve avanzare verso la città degli uomini, non per occuparne gli spazi… ma per avviare processi.»
2. Fare comunità: oltre la logica dei “servizi”
«Ci lamentiamo della diminuzione quantitativa di parroci e parrocchie, quasi si trattasse di semplici punti di erogazione di servizi religiosi… Perché non ci lamentiamo piuttosto della mancanza di comunità come “luoghi di relazioni reali e vitali”?»
3. Generare parole nuove: il tempo di Nazareth
«Soprattutto dobbiamo abbandonare l’idea che dai nostri discorsi di sempre potrà prodursi un cambiamento di vita, mentre è vero esattamente il contrario: è una nuova esperienza di vita che genera parole nuove.»
Quali reazioni suscitano in te le proposte di “avvicinamento al vangelo” presentate dall’arcivescovo nella Lettera pastorale?
In quali modi è possibile, a tuo parere, metterle in pratica nella tua vita personale, nella tua comunità parrocchiale?
Ci sono scelte/azioni concrete che, secondo te, andrebbero fatte, a livello personale, comunitario, diocesano, per avanzare nella direzione indicata dalla Lettera?
Discorso al consiglio presbiterale e vicari foranei – 25 settembre 2025
