Cattedrale di Pisa – 26 settembre 2026
Carissimi,
oggi la nostra Chiesa è in festa. Fa memoria grata del giorno in cui questa Cattedrale fu consacrata dal Papa in persona, il 26 settembre 1118, e insieme si apre al futuro con fiducia, istituendo un folto gruppo di lettori, accoliti e catechisti. Vivere il presente con impegno e preparare il futuro con speranza è certamente il modo migliore per raccogliere l’eredità preziosa che abbiamo ricevuto dal passato.
Questa Cattedrale, per noi, non è solo un’opera d’arte o il monumento storico patrimonio dell’umanità che tutto il mondo conosce e visita. Per noi questo edificio è il segno del nostro essere Chiesa. È la casa della nostra comunità; una casa che vogliamo continuare ad abitare e che amiamo, non solo perché vi celebriamo riti solenni e di austera bellezza, ma perché in essa sperimentiamo ciò che effettivamente siamo grazie al battesimo: «popolo riunito dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (LG 4).
Mi dà gioia vedere questa maestosa cattedrale aprirsi per accogliere i membri più diversi del popolo di Dio. Questa mattina, per esempio, si è riempita di bambini della scuola materna per il 50° anniversario della FISM pisana. È stata una celebrazione con la colonna sonora che solo uno stuolo di piccolissimi può orchestrare: un bel segno di una Chiesa che è madre di tanti figli e figlie, e che li prende per mano o li porta in braccio a incontrare il Signore.
Davvero, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, qui non siamo «stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19). Che siamo concittadini dei santi ce lo ricorda anche la presenza, in questa cattedrale, del corpo del nostro patrono, san Ranieri, nato a Pisa proprio negli anni in cui la cattedrale veniva consacrata e qui portato in processione la sera stessa della sua nascita al cielo.
La storia della nostra Chiesa è sicuramente una storia di santità, ma anche, inevitabilmente, una storia di peccato; di grazia vivificante, ma anche di cadute mortificanti. È la storia di un popolo di fedeli che portano il tesoro della fede nei vasi di creta della loro umanità. È una storia solida, fondata sulla fedeltà di Dio, e insieme fragile, bisognosa di cura e di custodia.
Nel Vangelo, Pietro fa la sua professione di fede nel Cristo, il Figlio del Dio vivente, perché il Padre glielo ha rivelato. La pietra su cui Gesù edifica la sua Chiesa non è la fragilità umana di Pietro, ma l’opera di Dio in lui: per questo nessun potere potrà prevalere su di essa. Eppure, proprio perché siamo consapevoli della nostra fragilità, ogni giorno da questa casa eleviamo al Signore l’invocazione del Salmo responsoriale: «Con la tua presenza salvaci, Signore». Salvaci dai nostri peccati di orgoglio e dalle nostre paure; salvaci dalla mancanza di speranza e dal timore di cambiare; dal ripiegarci su noi stessi perdendo di vista Te, che ci indichi la strada da percorrere.
La nostra storia continua oggi in forme e modalità nuove, che possiamo scoprire solo se restiamo uniti nel nome del Signore e lasciamo che il suo Spirito illumini i nostri cuori. Una di queste modalità nuove di costruire la Chiesa stiamo per accoglierla ora, con l’istituzione dei nuovi ministri. Il rito liturgico che compiamo è solo il punto di partenza. Come si svolgerà concretamente il ministero di lettori, accoliti e catechisti nelle nostre parrocchie? Lo sappiamo in teoria, ma dobbiamo ancora farne l’esperienza. Di certo, la loro presenza sarà significativa se comporterà un cambiamento in tutti noi, nel nostro modo stesso di essere Chiesa.
Il cambiamento riguarda innanzitutto voi, carissimi ministri, a cui la Chiesa affida un impegno nuovo: la cura amorosa della Parola ai lettori, dell’Eucaristia agli accoliti, della formazione alla fede ai catechisti. Non si tratta di una “cura” intesa in senso professionale. La cura amorosa nasce da un rapporto nuovo e personale con il Signore Gesù – Parola, Pane di Vita e Maestro. Senza questa comunione intima con Lui, il vostro ministero si ridurrebbe a un lodevole impegno nel disbrigare compiti parrocchiali. Il vostro servizio deve invece sgorgare da Cristo, perché sia Lui al centro della vostra vita e perché i vostri gesti e le vostre parole siano trasparenza della sua presenza in mezzo a noi. Ricordatelo sempre: ministero viene da minus. Significa diventare più piccoli per mettersi al servizio di Lui, che è l’unico Signore e Maestro.
Ma il cambiamento riguarda tutti noi, e in particolare i ministri ordinati. Papa Leone XIV qualche giorno fa, parlando all’assemblea del clero a Roma, ha ricordato che il prete non concentra in sé ogni responsabilità, e che una comunità in cui tutto dipende dal parroco è una comunità fragile, perché presiedere non significa fare tutto. Sono parole che ci chiedono di ripensare il nostro modo di essere pastori: dobbiamo passare dall’essere gli unici responsabili della cura del popolo di Dio, all’essere promotori e animatori dei carismi che lo Spirito suscita nella comunità.
Non è un passaggio facile né veloce, ma non ci sarà futuro per la nostra Chiesa se non avverrà. Se è il Signore che ce lo sta chiedendo, non dobbiamo avere timore: Lui stesso lo realizzerà. Anzi, lo sta già realizzando, sta già facendo oggi questa cosa nuova: «proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).
