5 giugno 2026
Giugno 2026
Sono reduce dall’assemblea generale della CEI, tenutasi a Roma dal 25 al 28 maggio. Abbiamo approvato un nuovo documento, che si intitola Radicati e costruiti in Cristo. Importante anche il lungo sottotitolo: Linee di orientamento per l’attuazione del documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia. Il documento è perfetto, indica quattro priorità per il cammino delle nostre Chiese nei prossimi anni, e cioè:
- Riportare al centro il dono della fede («la fede non può più essere data per scontata, le forme di trasmissione della fede su cui ancora contiamo non sono più adeguate, soprattutto con i giovani»)
- Puntare sulla vita comunitaria («rinnovare la forma delle parrocchie, siano luoghi di relazioni reali e vitali»)
- Dare impulso alla corresponsabilità differenziata
- Verificare l’adeguatezza delle strutture.
Non intendo ora parlare di questo documento. Siamo qui per un ritiro, non per un consiglio presbiterale. Vorrei invece parlare del cuore o dell’animo con cui riceviamo un documento di questo tipo con le sue indicazioni. Per me questo aspetto soggettivo di accoglienza, recezione è ancora più importante del documento stesso. La domanda che mi pongo e che vi pongo è: siamo disponibili a percorrere il cammino che i vescovi italiani, e prima ancora l’assemblea finale del Sinodo, ci hanno indicato? Siamo disponibili o addirittura desiderosi di intraprendere un processo di rinnovamento che coinvolga in profondità le nostre Chiese? Crediamo che sia effettivamente possibile cambiare la mentalità corrente, erede di una società e di una cristianità che oggi non esistono più, e aprirsi alla novità del nostro tempo?
Confesso che quando ci penso e mi guardo attorno, mi pare di percepire un diffuso scetticismo, dovuto ad almeno due ragioni fondamentali: 1) non sappiamo esattamente di quale rinnovamento stiamo parlando, quale forma vorremo dare alla nostra Chiesa; 2) non siamo pronti, non siamo preparati per un cambiamento, né come clero, né come popolo di Dio. Non si può contestare la verità di simili osservazioni: nonostante il lungo cammino sinodale e i corposi documenti prodotti, non è chiarissimo ciò che si voglia o si possa realizzare (ed esistono opinioni diverse in proposito); inoltre, è talmente radicato in noi, clero e laicato, un certo modo di pensare e di vivere l’appartenenza alla Chiesa che non si riesce a vedere il modo per realizzare cambiamenti sostanziali, che in ogni caso richiederebbero tempi molto lunghi. Il rischio, pertanto, è quello di ridurre il cambiamento a qualche innovazione più di forma che di sostanza o, peggio, di relegare tutto nel mondo delle idee e della teoria senza che ci si preoccupi di passare dalle parole alle opere. Non mancheranno, senza dubbio, chierici e laici volenterosi che si adopreranno per elaborare strategie di “piccoli passi” nella direzione proposta dalla CEI e dal Sinodo. Ciononostante, rimane un problema fondamentale, che è ciò su cui vorrei brevemente invitarvi a riflettere in questo ritiro.
C’è una domanda di fondo alla quale dobbiamo rispondere. La esprimo nei termini della domanda rivolta a Gesù in Mc 11,30: secondo voi, la necessità di una riforma della Chiesa viene da Dio o viene dagli uomini? Ossia, stiamo cercando di rispondere a una volontà di Dio sulla sua Chiesa, che si manifesta in chiari segni dei tempi, o stiamo elaborando strategie pastorali che supponiamo essere più adeguate al mondo di oggi? Si capisce che dal modo di rispondere a questa domanda scaturiscono conseguenze ben diverse: nel primo caso, abbiamo a che fare con il protagonismo di Dio nella storia, con la sua signoria e la nostra condizione di credenti e “uditori della parola”; nel secondo caso, stiamo trattando di un cambiamento dell’istituzione, che – come ogni realtà storica – ha bisogno periodicamente di ripensarsi e rimodellarsi per poter continuare a svolgere la sua funzione in contesti storico-culturali profondamente mutati.
Per approfondire la questione, permettetemi di citare uno degli interventi, a mio parere, più interessanti che abbiamo ascoltato nell’assemblea della CEI, quello del vescovo di Nîmes, che ci ha presentato la situazione della Chiesa in Francia. Con molta semplicità e umiltà ci ha parlato in particolare della crescita notevole delle richieste di battesimo da parte di persone adulte. La gran parte di loro sono adolescenti e giovani. Come si spiega questo fenomeno? Le ragioni addotte sono varie, ma – ci ha detto mons. Brouwet – «una cosa è certa: questi battesimi non sono la conseguenza diretta delle nostre iniziative missionarie, come se avessimo trovato una buona strategia di evangelizzazione. Anche se c’è un vero slancio missionario in Francia, non possiamo dire che tutti questi catecumeni siano stati toccati dai nostri progetti pastorali». Potremmo dire che sono persone che sono state raggiunte da Dio nella loro vita e per questo si sono messe in cammino per cercare testimoni che parlassero loro di Dio «non imponendosi con discorsi e ragionamenti, ma rivelando loro la presenza di un Dio d’amore, di un Dio fragile, di un Dio che si è donato per salvarci, di un Dio che ci chiama a condividere la propria vita». Il Dio vivo e vero, dunque, continua a operare nella storia degli uomini ed il suo amore è capace di superare i tanti ostacoli che bloccano l’azione pastorale della Chiesa. Lo stesso Dio invia questo dono alla comunità cristiana «per farla crescere, arricchirla. Questo presuppone che dobbiamo essere disponibili a lasciarci scomodare, disponibili ad ascoltare delle domande a volte difficili, a comprendere situazioni di vita che ci sembrano strane. Ci invitano alla missione».
Questa importante testimonianza ci aiuta a comprendere che Dio stesso sta chiedendo alla sua Chiesa di rinnovarsi, di crescere, di fare spazio all’umanità di oggi. I neo-battezzati, così come i neo-ordinati, i neo-professi sono segni viventi di questa volontà di Dio sulla sua Chiesa e dobbiamo riconoscere che spesso noi non sappiamo come integrarli nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità religiose, nelle nostre associazioni laicali, perché, in modo più spesso implicito che esplicito, ci pongono domande ed esigenze a cui non sappiamo rispondere.
Alla luce di queste esperienze di grazia direi che la Chiesa sta cercando non semplicemente di aggiornare le sue strutture per adeguarle al cambiamento di epoca in cui ci troviamo, ma sta facendo un lungo e complesso lavoro di discernimento per ascoltare e comprendere «ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,17). Proprio per questo nessun cambiamento significativo potrà avvenire, nessuna riforma potrà realizzarsi limitandosi alla dimensione esterna, istituzionale. Possiamo nominare tutte le commissioni che vogliamo senza riuscire a trovare la soluzione dei problemi che abbiamo loro affidato, così come possiamo convocare tutti i possibili organi sinodali senza che questo porti a una effettiva partecipazione e corresponsabilità, possiamo sviluppare le più abili strategie pastorali, utilizzando i mezzi di comunicazione più aggiornati, senza riuscire con ciò a suscitare maggiore attenzione e interesse per la vita di fede. Bellissime le parole che Agostino scrive al diacono Deogratias nel De catechizandis rudibus:
È giusto che noi ci facciamo un programma di lavoro: e se potremo far le cose in quest’ordine, ne godremo perché così è piaciuto a Dio. Ma se qualche improvvisa necessità butterà all’aria il nostro programma, pieghiamoci serenamente, senza avvilirci: e l’ordine che Dio vuole sia anche il nostro. È più giusto che siamo noi a fare la sua volontà, che lui la nostra (De catechizandis rudibus, 14,20)
Oggi si parla molto dei “ricomincianti” e ci pone giustamente la questione di come accogliere e accompagnarli. In realtà, a me pare che l’unica risposta sia essere con loro una Chiesa che ricomincia.
Vi invito a riflettere su questa parola, che sento molto vicina a quella che Gesù dice a Nicodemo: «Se uno non viene generato dall’alto, non può vedere il regno di Dio» (Gv 3,3). Una Chiesa viva è una Chiesa che ricomincia costantemente perché si lascia continuamente rigenerare dall’alto.
Vi ho distribuito un testo di André Fossion sul cambio di paradigma a cui la pastorale dei ricomincianti provoca. L’autore utilizza una suggestiva metafora, tratta dall’esperienza che fecero degli ingegneri forestali dopo una violenta tempesta che distrusse milioni di alberi. Mentre loro elaboravano piani di rimboschimento, si accorsero che la foresta li aveva preceduti: «la rigenerazione naturale della foresta manifestava una migliore bio-diversità e un miglior equilibrio ecologico». Pertanto, gli ingegneri decisero di passare da un intervento pianificato a tavolino a un’azione più flessibile di accompagnamento della rigenerazione naturale dei boschi. La domanda che pone A. Fossion è dunque: «Non si dovrebbe operare lo stesso passaggio anche in pastorale? Un passaggio da una pastorale di “inquadramento” (encadrement) a una pastorale di “accompagnamento generativo” (engendrement)?». La pastorale di inquadramento si svolge nella logica del controllo, come se tutto dipendesse da noi:
Si vive allora l’azione pastorale con un immaginario aziendale, secondo le nostre pianificazioni. Notiamo bene che questa pastorale di inquadramento può essere attuata altrettanto bene sia dentro un orizzonte nostalgico di restaurazione del passato, sia in uno spirito progressista per una Chiesa nuova. In entrambi i casi è uno stesso immaginario d’impresa che agisce; tutto sembra dipendere dal dispiegarsi della nostra azione. In entrambi i casi si è condotti o all’attivismo secondo il quale non si è mai fatto abbastanza o al sentimento di impotenza, al disfattismo e alla depressione quando le resistenze incontrate sono troppo forti. Attivismo e disfattismo sono, a questo riguardo, atteggiamenti gemelli: sono tutti e due tributari di una stessa volontà di potenza.
Invece, la pastorale dell’accompagnamento è in ascolto di ciò che sta nascendo nella vita della gente, «accettando per questo un certo ridimensionamento e una rinuncia al controllo».
Una Chiesa che ricomincia è una Chiesa che opera una sorta di rivoluzione copernicana, dall’essere concentrata su ciò che pensa di dover fare all’essere attenta a ciò che Dio sta facendo dentro e fuori la Chiesa. Ho sempre pensato che la via migliore per discernere la volontà di Dio fosse guardare bene nella storia che ci è data da vivere, perché la storia è oggettiva, non è una nostra costruzione mentale, non è una nostra teoria, ma al contrario è ciò che mette alla prova tutte le nostre teorie e i nostri progetti. Gesù lo ha fatto. Più volte i vangeli ce lo dicono: osservava con attenzione, scorgeva, vedeva, intuiva quello che stava succedendo e ne restava ammirato o rattristato o commosso o indignato. Per ricominciare abbiamo bisogno di partire da questa percezione della realtà, capace di scrutarla in profondità, di riconoscere in essa le orme invisibili del passaggio di Dio.
È importante comprendere, o meglio credere che nella realtà in cui viviamo c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno perché la Chiesa viva e la missione continui. Non dobbiamo noi inventare qualcosa di nuovo ma piuttosto dobbiamo cogliere il nuovo che è già contenuto nel presente e contribuire a liberarlo perché possa nascere. Un po’ come Michelangelo vedeva nel marmo la figura imprigionata, che attende di essere liberata, anche noi dovremmo riuscire a vedere nel presente il futuro che chiede di venire alla luce.
Ciò richiede di avere lo sguardo di Gesù, cioè lo sguardo del Figlio che è in ascolto della volontà del Padre e vive per compiere quella volontà. Come cristiani, e ancor più come pastori, dobbiamo ricollocarci sempre di nuovo nella posizione in cui Gesù si è collocato: tra il Padre e l’umanità. Gesù si è posto al servizio del dialogo, anzi si è fatto lui stesso dialogo tra Dio e l’uomo. Gesù si è de-centrato, ha messo al centro di sé l’apertura all’altro, all’azione di Dio e alla reazione dell’uomo.
Per ricominciare bisogna accettare di restare nel vuoto, nel silenzio e nell’attesa, che sono le condizioni per riconoscere, accogliere e accompagnare l’opera di Dio. Ciò naturalmente non è facile né scontato. C’è un versetto della Lettera di Giuda che esprime bene questa posizione del cristiano: «Voi invece, carissimi, costruite voi stessi sopra la vostra santissima fede, pregate nello Spirito Santo, conservatevi nell’amore di Dio, attendendo la misericordia del Signore nostro Gesù Cristo per la vita eterna» (Gd 1,20.21). È un testo che esorta a “restare” nell’amore di Dio, ma al tempo stesso a “costruire” noi stessi sulla nostra fede. C’è insieme un richiamo alla stabilità e un invito al dinamismo, a un lavoro da fare, ma innanzitutto su noi stessi: «costruite voi stessi». Come? Indico tre direzioni in cui, a mio parere, dobbiamo procedere se vogliamo davvero rinnovarci per rinnovare la Chiesa:
1) Stare nella relazione con Gesù, con la sua persona, con la sua umanità, presente e viva. Questo è possibile nella misura in cui ascoltiamo il vangelo e ci nutriamo dell’eucaristia. C’è qualcosa che deve entrare in noi e che noi dobbiamo assimilare: senza questo processo non scopriremo la novità di Dio e rischieremo di scambiarla con i continui cambiamenti del mondo («il mondo cambia ogni giorno»).
2) Essere attenti a ciò che sta succedendo in me e negli altri, scoprire ciò che Dio sta facendo («ecco faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» Is 43,19). In genere, siamo troppo presi da ciò che pensiamo di dover fare noi, troppo pieni dei nostri impegni, per poterci accorgere di quello che fa Lui e metterci a collaborare con Lui.
3) Condividere e confrontare le esperienze che facciamo, diventando comunità di vita nello Spirito.
