il portale della Chiesa Pisana

Consiglio presbiterale e vicari foranei – 25 settembre 2025

Calci – 25 settembre 2025

Sono vescovo di questa Chiesa da quattro mesi e mezzo, un tempo troppo breve per poter tracciare piani pastorali a lunga scadenza o per decidere assetti nuovi nell’organizzazione della diocesi. Sono ancora in una fase di esplorazione, di ascolto, di osservazione. Al tempo stesso ritengo che il tempo trascorso e le esperienze fatte mi consentano e forse mi richiedano di presentare, innanzitutto a voi e poi anche ai diaconi, ai religiosi/e e ai laici, ciò che mi pare di aver compreso riguardo alla situazione attuale della diocesi e i primi passi che avrei intenzione di compiere per aprire la strada al cammino da intraprendere nell’immediato futuro. Sottopongo a voi queste osservazioni e questi pensieri non semplicemente perché ritengo giusto e doveroso farlo, ma perché ho bisogno del vostro consiglio. Voi conoscete la Chiesa di Pisa da anni, da decenni, molti di voi ci sono nati e cresciuti. Ciò vi dà ovviamente molti vantaggi rispetto a uno che viene da fuori, come il sottoscritto, che ha costantemente bisogno di chiedere conto e ragione di ogni cosa. Uno di fuori, un outsider, ha, però, anche lui un vantaggio, quello di non avere nessuna precomprensione o pregiudizio. Ha tutto da imparare e lo fa accogliendo ciò che gli viene di volta in volta presentato. Non penso che ci sia bisogno di dirvi cose ovvie, e cioè che sono venuto qui per obbedienza, il che non vuol dire che mi senta condannato ai lavori forzati. Ho accolto liberamente e con fiducia nel Signore questa missione con l’unico proposito di mettermi al servizio di questa porzione del popolo di Dio. Anche a motivo della mia vocazione carmelitano-teresiana sono consapevole che il servizio è possibile ed è efficace solo quando si è parte di una comunità, si vive in comunione con essa, se ne condividono le gioie e i dolori, le fatiche e le speranze. Quindi, desidero immergermi senza riserve in questo contesto, farmi – per quanto mi è possibile – uno di voi perché altrimenti non potrò essere una buona guida, un buon pastore che “conosce le sue pecore”. Il famoso odore delle pecore, di cui parlava papa Francesco.

Analisi

Partiamo allora dalla mia personale visione di questa Chiesa, così come sono riuscita a conoscerla in questi primi mesi di ministero. La diocesi di Pisa non è grande, non ha un numero eccessivo di abitanti. Ciò può generare, a una prima impressione superficiale, l’idea che si tratti di una diocesi semplice o, perlomeno, che il vescovo chiamato a guidarla non abbia una mole eccessiva di lavoro. Posso dire che non è così. La diocesi di Pisa è in effetti di dimensioni ridotte, ma è, come si suol dire, “piena come un uovo”, ossia ricca di storia, di iniziative, di idee, di realtà locali, di tradizioni e stili differenti. Ovviamente considero una ricchezza e un privilegio guidare una diocesi così vivace e variegata. Ma non posso negare che ciò richiede un impegno notevole, non quantificabile sulla base dei chilometri quadrati del territorio o del numero della popolazione. Come mi ha detto papa Leone, quando l’ho incontrato il 29 giugno, dopo aver ricevuto da lui il pallio: ti è toccata una diocesi complessa, ma bella. Mi ha colpito la lucidità di queste sue parole. Non erano parole dette a caso o convenzionali.

Vorrei quindi innanzitutto soffermarmi brevemente sulla “bellezza complessa” o sulla “bella complessità” della nostra Chiesa. Come posso descriverla? Comincio col dire che non ho riscontrato a tutt’oggi gravi problemi specifici, quali divisioni, polarizzazioni, estremismi, ferite profonde, ecc. Direi che abbiamo da un lato i problemi propri della condizione umana (le opere della carne, direbbe Paolo), dall’altro i problemi che affliggono e/o stimolano la Chiesa nel mondo di oggi. Ma insieme a questo è bene fare un elenco breve e certamente non esaustivo delle potenzialità e, se volete, delle virtù che ho visto in questa diocesi:

  • Un bello spirito di partecipazione, che mi pare degna eredità di una storia di Comuni e di Signorie in cui i cittadini si sono sentiti corresponsabili delle sorti della loro realtà locale.
  • L’interesse e l’amore per la propria terra, per la propria storia, la cura dei beni culturali, del decoro, del paesaggio, il gusto per la bellezza: sono valori non scontati soprattutto per chi, come me, viene da terre che soffrono di gravi carenze al riguardo.
  • Il desiderio di corresponsabilità e di partecipazione si estende anche alla Chiesa e si incontra con il cammino sinodale che la Chiesa universale sta percorrendo da quattro anni. Al di là dei risultati concreti raggiunti, che – secondo me – dovranno essere valutati sul lungo periodo, c’è indubbiamente un contesto favorevole allo sviluppo di iniziative e modalità di essere Chiesa in una forma più partecipata e appunto “sinodale”.
  • La sensibilità alla dimensione caritativa della vita ecclesiale, che mi pare provenire anch’essa da una lunga storia di attenzione ai più bisognosi (penso alle confraternite della Misericordia, l’ospedale di santa Chiara, risalenti al XIII secolo).
  • Un impegno dinamico e creativo nell’ambito della pastorale giovanile e vocazionale (legato tanto alla vita delle parrocchie, quanto all’attività dell’Azione Cattolica e di altre associazioni).
  • Non manca neppure l’impegno nella formazione teologica e catechetica. Pisa ospita lo Studio Teologico Interdiocesano e la Scuola di formazione teologico-pastorale, della quale tanti laici hanno beneficiato.

Mi fermo qui, ma potrei sicuramente continuare. L’elenco di queste “bellezze” non ha il fine né di captare la vostra benevolenza, né di rafforzare la nostra autostima, nel caso che si sia un po’ indebolita. Il fine è piuttosto quello di apprezzare i doni che abbiamo ricevuto e di richiamare la responsabilità che abbiamo (io, in primis) nei confronti dell’eredità che ci è stata consegnata, per metterla a frutto nelle condizioni storiche, sociali e culturali di oggi, certamente molto mutate rispetto al passato, anche recente.

Dopo questo elenco di aspetti positivi e luminosi immagino che vi attendiate un corrispondente elenco di debolezze o – come si suol dire oggi – di “criticità”. Non lo faccio, almeno per il momento, per il motivo che ho indicato prima. Ci sono certamente problemi e carenze nella nostra diocesi, che andranno affrontati e trattati nelle sedi appropriate. Forse lo potremo fare anche qui e ora, ma non immediatamente perché le criticità puntuali o seriali della diocesi, anche se concrete e a volte urgenti, non sono al primo posto. Al primo posto non c’è il cattivo funzionamento di un pezzo dell’ingranaggio, ma la questione dell’adeguatezza dell’ingranaggio stesso. La questione non è tanto se la macchina funziona, ma se è ancora la macchina giusta. Quando dico macchina, mi riferisco a meccanismi istituzionali nati per organizzare e facilitare la vita di una comunità e metterla in condizione di raggiungere i suoi fini. L’istituzione è al servizio della vita, come dice un famoso lemma latino, il fine dell’istituzione è vitam instituere.1 Se l’istituzione perde il contatto con la vita e diventa autoreferenziale, cioè si esaurisce nella ripetizione di meccanismi istituzionali che non agganciano più la vita, è venuto il tempo di ripensarla, di re-istituirla. L’istituzione è di aiuto ed è una grande espressione dello spirito se non perde la sua dimensione istituente, e quindi il contatto con una vita che è in costante movimento.

La situazione che stiamo vivendo oggi come Chiesa in Italia (ma possiamo tranquillamente dire nel mondo occidentale) è paragonabile a quella delle nozze di Cana. A un certo punto c’è una persona che si accorge di un fatto decisivo: Non hanno più vino. Questa persona non è anonima, non è qualsiasi persona, è la Madre del Signore, Colei che ha preso parte prima e più di chiunque altro al mistero dell’Incarnazione. Non c’è più vino vuol dire che anche se la festa continua (almeno per un po’, per forza di inerzia), manca l’energia, manca la gioia, manca la vita. Non è una mancanza banale, accessoria, voluttuaria: Maria non si muoverebbe e Gesù non farebbe il miracolo se non si trattasse di un elemento essenziale, che fa la differenza tra la festa della comunione e il semplice riunirsi senza gioia, senza condivisione, senza incontro.

Allora domandiamocelo: qual è il vino che ci manca? Personalmente, avrei tante risposte e cercherò di condividerle con voi, ma mi interessa sentire quello che voi sentite come mancanza, che fa la differenza tra il ripetersi di un rito e l’evento di una festa, tra l’obbligo statutario di riunirsi e la gioia dell’incontrarsi. Dico qualcosa che tutti sperimentiamo. Celebriamo tante messe, facciamo tanti incontri, ma i giovani li vediamo assai poco. Non possiamo ignorare questo fatto e soprattutto non possiamo non porci qualche domanda: perché non riusciamo a coinvolgere i giovani?

Faccio un altro esempio: viviamo in un mondo estremamente mobile. La gente si muove, non tende più a stabilizzarsi, a radicarsi. La mobilità ha cambiato la vita della gente, l’economia, la cultura, la mentalità, lo stile di vita quotidiano. Ma in noi, come Chiesa, ha cambiato qualcosa? Non siamo forse rimasti a una struttura di Chiesa basata sull’idea del villaggio stabile riunito intorno al campanile? Sempre in questo ambito, quanto ci siamo familiarizzati con la realtà multi-etnica, multi-culturale e multi-religiosa della nostra società attuale? Continuiamo a pensare al nero o all’islamico come a un’eccezione, a qualcosa di estraneo, mentre sono ormai parte del tessuto sociale delle nostre città? Basta chiedere agli insegnanti: quanti studenti di origine non italiana e non europea si trovano in classe? Vogliamo parlare della comunicazione? Ma parlarne per davvero, non per luoghi comuni, per esperienze vissute. Per esempio, io, come formatore di giovani religiosi, mi sono reso conto che avevo un concorrente invisibile, che era la rete. Le domande che prima si ponevano al maestro ora i giovani le pongono prima al web o addirittura all’intelligenza artificiale. Oppure controllano se quello che dice il maestro è vero, cioè affermato anche da altri (da chi?) nel web. Come cambia allora l’educazione in un ambiente digitale?

Potremmo continuare fino a stasera, ma non serve. Tra l’altro, avremmo bisogno di persone più esperte, capaci di farci entrare nella complessità delle problematiche della nostra società. Ciò che voglio mettere in evidenza è che noi ci rivolgiamo a un essere umano la cui esperienza è profondamente diversa da quella che molti di noi hanno vissuto. Perfino i nostri preti più giovani, trenta-quarantenni di fronte a un adolescente constatano: è un altro mondo, un altro linguaggio, un’altra maniera di pensare. La nostra tendenza ecclesiastica è quella di respingere il cambiamento come deformazione, deviazione, corruzione dei buoni costumi o, viceversa, assumerlo in modo superficiale, come se si trattasse di un’operazione di marketing. Ma qui si tratta invece di un’operazione spirituale, di un discernimento dei segni dei tempi e della volontà di Dio sulla sua Chiesa oggi.

Cerchiamo insieme

Tra le prime parole che ha pronunciato papa Leone il giorno della sua elezione c’è una frase che risuona particolarmente in me: “Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria”. Il papa ci ha detto tre cose che, a mio parere, sono tre pilastri su cui costruire il futuro della nostra Chiesa: dobbiamo cercare – insieme – una Chiesa missionaria.

  • Dobbiamo cercare. Un Papa che si presenta per la prima volta al popolo di Dio e gli dice che dobbiamo cercare, è un Papa umile, consapevole di non avere la verità in tasca, le risposte già pronte, un Papa che confessa di aver bisogno di tempo e di un lavoro di ricerca. Mi pare una piccola rivoluzione, paragonabile a quella di papa Giovanni XXIII, quando decise di indire un concilio ecumenico per il rinnovamento della Chiesa. Papa Leone si è presentato con questa certezza: la certezza del bisogno di mettersi alla ricerca di un nuovo modo di essere Chiesa. A quanti pensano già di sapere, a quanti hanno già le loro agende in tasca, non importa di quale colore o tendenza, papa Leone dice: dobbiamo cercare. Quindi, mettete via i vostri programmi e cominciamo a cercare insieme.
  • Insieme. Questa è la seconda parola fondamentale. Un Papa che dice di non volere, di non poter affrontare le grandi questioni del nostro tempo da solo, e ci chiede di farlo insieme. Certo, lui lo farà come pastore della Chiesa universale, io lo farò come pastore della Chiesa pisana e ciascuno di noi lo farà a partire dal compito e dalla grazia che gli è stata affidata. Questo insieme è la garanzia che non stiamo portando avanti un nostro progetto personale, una nostra visione di Chiesa, una nostra ideologia, ma stiamo cercando di cogliere ciò che lo Spirito dice alle Chiese. E lo Spirito parla in tanti modi, in tante persone, in tante situazioni, a volte le più impensate.
  • Una Chiesa missionaria. Questa espressione, già cara a papa Francesco, va accolta e compresa in tutta la sua ricchezza. Per un verso, la Chiesa missionaria è la Chiesa che porta il vangelo di Gesù Cristo al mondo, a “quelli di fuori”, che non l’hanno ancora ascoltato. Per altro verso, però, la Chiesa missionaria è anche quella che si lascia guidare nel suo cammino dallo Spirito di Cristo, che la precede e la conduce per strade nuove, come testimoniato in tanti passi del Nuovo Testamento. Gesù stesso si lascia condurre, sospingere dallo Spirito e più volte esprime la sua sorpresa e la sua ammirazione per le meraviglie operate da Dio nelle persone che incontra. Tanto più questo avviene con gli apostoli, che continuamente devono “ricalcolare” il loro percorso sulla base delle continue irruzioni dello Spirito nella loro opera evangelizzatrice. In conclusione, una Chiesa missionaria non è solo una Chiesa che va in missione, ma una Chiesa che è mandata dallo Spirito, indirizzata da Lui su cammini sconosciuti.

Nel mio/nostro piccolo vorrei far proprio questo programma di papa Leone: dobbiamo metterci a cercare insieme perché non abbiamo già ciò di cui c’è bisogno (e questo è importante riconoscerlo umilmente) e soprattutto perché c’è qualcosa di importante da trovare, e cioè una nuova forma, un nuovo modo di essere Chiesa, capace di accogliere ed evangelizzare la vita di oggi.

Come lo faremo? Con quali strumenti potremo cercare insieme? Oggi vorrei chiedervi consiglio su una serie di strumenti che sto pensando di mettere in opera per avviare questo processo di ricerca in comune. Soprattutto mi sta a cuore che questo processo dia ossigeno, soffi sulla brace e ravvivi la fiamma di una passione ecclesiale. Perché “nulla di grande si fa senza passione”. Questo lo diceva Hegel, cioè un pensatore, un filosofo, che però sapeva bene che la passione, intessa come un interesse profondo, che coinvolge la persona, è un ingrediente essenziale per il progresso di qualsiasi realtà storica.2 Intendo dire che uno strumento di ricerca funziona nella misura in cui è anche uno strumento di animazione, di partecipazione, di condivisione.

Gli strumenti

Guardando in questa prospettiva alla nostra diocesi, ho pensato di dar vita a tre strumenti di ricerca in comune, uno che coinvolga i presbiteri, un secondo per i diaconi permanenti, un terzo per i laici. Auspico che se ne possa creare anche un quarto per i religiosi e religiose della diocesi. È importante tener presente che ognuno di questi gruppi di ricerca e consultazione avrà una strutturazione, una modalità di lavorare, un ritmo di incontri diverso, corrispondente alla diversità dei ruoli e delle missioni a cui si riferiscono.

  • Il primo strumento di cui sento il bisogno lo potremmo chiamare “consiglio del vescovo”, cioè un consiglio più ristretto rispetto al consiglio presbiterale, con il quale il vescovo possa confrontarsi frequentemente. Avendo percorso la diocesi di Pisa, mi pare necessario che tutti i vicariati siano rappresentati in questo consiglio. Mi pare opportuno dare più importanza alla figura del vicario foraneo, a cui il Codice di diritto canonico, del resto, assegna compiti rilevanti nella promozione e coordinamento dell’attività pastorale (can. 555). Sento il bisogno di una figura che faccia da ponte tra il vescovo e i parroci e questa mi pare che debba essere, in base al diritto e alla logica, quella del vicario foraneo. Pertanto, avrei intenzione di costituire un “consiglio episcopale” formato dai vicari episcopali.
  • Un secondo strumento riguarda i diaconi permanenti. A mio avviso, dobbiamo riprendere in mano in modo serio e approfondito la questione dei diaconi, la loro identità e missione, come pure il loro percorso vocazionale e formativo. A questo scopo sto pensando di costituire un gruppo di lavoro con la presenza di un paio di diaconi permanenti e un paio di presbiteri per cercare insieme risposte alle tante domande che si pongono al riguardo.
  • Un terzo strumento possiamo chiamarlo un tavolo di lavoro con i laici. La mia impressione è che abbiamo bisogno – se mi permettete l’espressione – di rimescolare le carte. Nella griglia attualmente rappresentata nelle strutture diocesane rimane fuori molto della vita concreta del laicato cristiano, vuoi per ragioni di età, vuoi per i rapidi cambiamenti della nostra società. Mi pare che più che ai ruoli e alle istituzioni dobbiamo rivolgerci alle persone, alla loro testimonianza di vita per capire meglio come possiamo fare spazio alla sua novità, alla sua ricchezza e anche alla sua complessità. Se c’è un ambito in cui la parola d’ordine dovrebbe essere “flessibilità” è proprio quello del laicato. Mi pare un dato di fatto che le tradizionali forme di inquadramento dei laici nella Chiesa istituzionale siano piuttosto antiquate e non corrispondenti al profilo sociologico, culturale e spirituale del laico oggi.

Naturalmente questi strumenti nuovi non intendono sovrapporsi a quelli previsti dalla normativa canonica, ma piuttosto sono pensati al servizio di essi. Sono convinto, infatti, che il compito che ci attende richiede di lavorare a stretto contatto, con una cadenza frequente e regolare, che non si può ridurre a due/tre incontri l’anno, in cui comunicare ciò che si è fatto o si pensa di fare. Ciò che si vuole creare sono gruppi di ricerca, non organi che vengono consultati per deliberare o per comunicare ciò che è stato deciso.

Domande per la riflessione in gruppi

  • “Non hanno più vino”: le parole di Maria a Cana si possono applicare alla situazione della nostra Chiesa e, se sì, a quali aspetti concreti?
  • “Cerchiamo insieme”: c’è davvero bisogno di farlo nella nostra Chiesa pisana? Quali strumenti e metodi suggerireste, in particolare per quanto riguarda la vita e la missione dei presbiteri?
  • «Se la cura pastorale è soprattutto compito del parroco e della parrocchia, il vicario foraneo non si sostituisce o sovrappone all’azione parrocchiale e nemmeno a quella diocesana, ma si pone a un livello intermedio favorendo, nella concreta realtà del vicariato, la valorizzazione della parrocchia come luogo principale e fondamentale dell’esperienza ecclesiale, comuni criteri pastorali e soprattutto sostenendo quelle attività e iniziative pastorali che, coerenti con le indicazioni diocesane, le singole parrocchie non riuscirebbero o farebbero fatica a fare da sole».
  • Che cosa pensate di queste riflessioni di Gianpaolo Montini sulla figura e il ruolo del vicario foraneo?
  • Secondo voi, l’esperienza di vita dei laici, con la sua complessità e ricchezza, trova sufficiente spazio nei nostri ambienti ecclesiali? La nostra azione pastorale è sufficientemente in ascolto delle loro reali esigenze e valorizza le potenzialità del loro vissuto?
  1. Cfr. R. Esposito, Vitam instituere, Einaudi, Torino 2023. ↩︎
  2. Cfr. G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia (1837), I, 62-63, La Nuova Italia, Firenze, 1981, pp. 73-74: «Nell’ordinamento del mondo un ingrediente sono le passioni, l’altro è il momento razionale. Le passioni sono l’elemento attivo. Esse non sono affatto opposte costantemente alla moralità, bensì realizzano l’universale […]. Nessuna cosa è mai venuta alla luce senza l’interesse di coloro la cui attività cooperò a farla crescere; e dal momento che ad un interesse noi diamo il nome di passione, così […] dobbiamo dire in generale che nulla di grande è stato compiuto nel mondo senza passione». ↩︎