Cattedrale di Pisa – 23 maggio 2026
Carissimi,
con la solennità di Pentecoste giunge a compimento il mistero della Pasqua. Gesù morto, risorto e asceso al cielo comunica alla Chiesa la sua vita. Lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti, ora dà vita alla Chiesa. La vita del Risorto si dilata, si estende e diventa vita della Chiesa, vita nostra, mediante la comunicazione del suo Spirito.
La vita che lo Spirito ci comunica non è vita fisica, naturale. Lo Spirito non è una forza della natura, anche se nella Bibbia lo troviamo rappresentato come vento, come fiamma, come acqua viva. Sono immagini di forza, di calore, di movimento, che servono a esprimere, o più modestamente ad alludere a una vita diversa. La vita dello Spirito o nello Spirito è conoscere Gesù come il Vivente, come la vera vita. È ciò che san Paolo dice nella seconda lettura: «Nessuno può dire “Gesù è Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12,3). Non con la ragione o con la volontà riconosco Gesù come il Signore della mia vita, il mio Dio e mio Salvatore. È nella forza dello Spirito che dimora in me che riconosco Gesù Signore, non perché lo comprendo razionalmente, ma perché lo Spirito mi unisce a Lui e fa di me una sola cosa con Lui. Lo Spirito, che nella Trinità è relazione tra il Padre e il Figlio, nella nostra storia di salvezza è colui che rende possibile e mantiene viva la relazione tra Gesù e noi, tra la sua salvezza e il nostro peccato, tra la sua vita e la nostra morte.
Per questo non possiamo comprendere lo Spirito se non mettendolo in rapporto da un lato con Gesù morto e risorto e dall’altro con la nostra storia, con le sue tortuosità, i suoi errori, le sue sofferenze, con la nostra condizione umana, indigente e minacciata dalla morte.
Innanzitutto, lo Spirito è relazione con Gesù. Non è una relazione semplicemente affettiva, legata ai nostri stati d’animo mutevoli e alla nostra volontà instabile. Lo Spirito ci unisce così strettamente a Gesù da formare con Lui un solo corpo. Il vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato lo esprime con un gesto molto concreto. Gesù soffia sui discepoli, come Dio aveva soffiato sul primo uomo fatto di terra e lo aveva reso un essere vivente. I discepoli, ricevendo lo Spirito, diventano anche loro esseri viventi della vita nuova, che è la stessa vita di Gesù. Proprio perché è lo stesso Spirito che anima il Risorto e i suoi discepoli, Paolo può dire che formiamo un solo corpo, il corpo comunitario di Cristo che è la Chiesa. L’unione con Cristo diventa così anche comunione tra di noi in Lui.
Non è facile per noi comprendere la realtà, o meglio il realismo di questa affermazione di fede. Lo Spirito ci fa Cristo, ci unisce in Lui, ci rende parte del Suo corpo. Per accogliere questa verità di fede, credo che dobbiamo superare due ostacoli, che hanno a che fare con una duplice diversità: quella tra uomo e Dio e quella fra uomo e uomo. Lo Spirito unisce, ma non annulla le differenze. L’unità non è uniformità, appiattimento o semplificazione. Come Dio in Gesù si fa realmente uomo, senza per questo cessare di essere Dio, così l’uomo diventa partecipe della vita di Dio, senza per questo perdere la sua umanità e annullarsi in Dio. Questa è la misteriosa azione dello Spirito: mantenerci uniti, senza identificarci, custodendo la ricchezza della diversità. Lo stesso possiamo dire anche del rapporto tra noi, esseri umani. Siamo veramente una cosa sola in Cristo, ma ciò non significa perdere la propria identità, diventare parte di una massa anonima o di una collettività indistinta. Ognuno in Gesù trova il suo posto, la sua precisa identità, vocazione e missione, senza che questo indebolisca l’unità con Lui e tra di noi.
È proprio nel realizzare questa unità, nel creare un modo di essere nuovo, in cui la differenza non è ostacolo, ma via all’unità, che lo Spirito compie l’opera della salvezza. Lo Spirito porta a compimento il progetto di Dio di «ricapitolare tutte le cose in Cristo» (Ef 1,10). Vorrei sottolineare l’aggettivo “tutte”. Tutto ha valore, tutto è destinato a ritrovare il suo senso, la sua verità, la sua bellezza in Cristo. Lo Spirito fa nuove tutte le cose, proprio nel senso che le purifica dal peccato e le riconcilia in Cristo. Se rileggiamo lo splendido testo della Sequenza di Pentecoste, e lo meditiamo applicandolo alla nostra vita, comprendiamo che lo Spirito è come la mano di Dio che viene a raccogliere tutte le cose, non solo le cose materiali, ma anche quelle che Virgilio chiamava «le lacrime delle cose», la fatica, il dolore, il sudore, il sangue di cui è impregnata la nostra storia. Le raccoglie e le rimette in ordine, come i frammenti di un discorso oscuro, che ora finalmente acquista il suo senso, ed è un senso di salvezza e di perenne gioia. È il raggio di luce dello Spirito che abbiamo invocato all’inizio della Sequenza: Vieni Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce e illumina gli occhi del nostro cuore!
