Cattedrale di Pisa – 7 giugno 2026
Il vangelo che è stato proclamato in questa solennità del Corpo e Sangue del Signore è tratto dal lungo e denso discorso che Gesù tiene nella sinagoga di Cafarnao dopo aver compiuto il miracolo della moltiplicazione dei pani. La folla, ovviamente, è rimasta colpita e ammirata dal prodigio compiuto da Gesù al punto da esclamare: «Questi è veramente il profeta che deve venire nel mondo» (Gv 6,14), e vorrebbe addirittura proclamarlo re. Ma non è per questo che Gesù ha moltiplicato i pani e i pesci. Il miracolo è solo un segno, un mezzo che Gesù utilizza per condurre la gente che lo segue alla conoscenza di Dio e del suo disegno di salvezza. Nel discorso di Cafarnao Gesù fa proprio questo: parte dal miracolo dei pani e dei pesci per arrivare al mistero dell’eucaristia o, come lo chiama il vangelo di Giovanni, il «pane di vita», che è Gesù stesso. L’eucaristia non è un miracolo, non è un segno che rimanda a qualcos’altro: è presenza del mistero di Dio in atto, del suo donarsi a noi definitivamente, diventando parte della nostra vita terrena.
Quel che a Gesù preme è farci comprendere non come il pane diventi il suo corpo, ma perché il suo corpo si faccia pane per noi e il suo sangue bevanda, quale sia il senso profondo di questo mistero. La teologia, soprattutto quella occidentale, si è concentrata sulla trasformazione della sostanza del pane e del vino e ha fornito sottili definizioni metafisiche per preservare la verità del mistero, la sua realtà, dal rischio di interpretazioni in chiave puramente simbolica. Di questo dobbiamo esserle grati. E tuttavia bisogna ritornare sempre al vangelo, al modo in cui Gesù stesso ci parla dell’eucaristia, un modo che non ha niente di filosofico né di esoterico. Gesù parla a partire dalla sua relazione con il Padre: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, anche colui che mangia me vivrà per me». Il contesto in cui l’eucaristia acquista senso non è quello delle realtà mondane, ma quello della vita trinitaria. L’eucaristia è il modo in cui Gesù ci fa entrare nel mistero della vita trinitaria, quello per cui siamo una cosa sola pur restando diversi. Per questo l’icona più bella, anzi più ispirata, della Trinità è quella di Andrej Rublëv, che raffigura tre convitati intorno alla stessa mensa, sublime unione del mistero trinitario e del mistero eucaristico.
Nell’eucaristia il mistero di comunione della Trinità, che abbiamo celebrato domenica scorsa, si apre per accogliere noi e lo fa nel modo più semplice e quotidiano, ma anche più necessario per la vita: il gesto di mangiare e bere. Nutrendoci dell’eucaristia noi non mangiamo pane e beviamo vino, noi mangiamo e beviamo vita di Dio che si comunica a noi. La vita trinitaria di Dio si spezza letteralmente nella separazione avvenuta sulla croce tra il Padre e il Figlio e ci viene offerta perché in questa apertura possiamo entrare anche noi nella loro comunione di vita, nel loro abbraccio trinitario. Tutte le volte che noi spezziamo il pane e versiamo il vino eucaristico, noi facciamo memoria della morte del Figlio e annunciamo la sua risurrezione, cioè la salvezza, il cambiamento del destino dell’uomo, non più prigioniero della morte, ma preso da Cristo nella sua vita risorta. Torniamo al vangelo che abbiamo ascoltato: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56). Noi dimoriamo in Cristo, come il Cristo dimora nel Padre. Per questo l’eucaristia è al tempo stesso ricordo della passione e morte di Gesù, annuncio della sua risurrezione e pegno della piena trasformazione in Lui.
Il pane che mangiamo è un pane vivo, disceso dal cielo. Non è un cibo che il nostro corpo può assimilare, farlo suo come avviene con tutti gli altri alimenti terreni. Con l’eucaristia avviene piuttosto il contrario: è il corpo di Cristo che ci assimila a sé, che ci fa suoi, tralci della medesima vite, in cui scorre la stessa linfa vitale. Per questo diciamo che l’eucaristia fa la Chiesa, fa di noi, moltitudine dispersa, un’unica realtà. Come ci ha ricordato Paolo nella seconda lettura: «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17). Anche su questo aspetto del mistero eucaristico abbiamo bisogno di soffermarci, di prenderne coscienza, di meditarlo. Mangiare Cristo significa diventare Cristo, cioè membra del suo Corpo. Una vita nutrita dell’eucaristia non può essere, pertanto, una vita separata dagli altri, individualista o ripiegata su se stessa. È vita aperta all’altro. Nella celebrazione questo è evidente: tutti mangiamo dello stesso pane, tutti siamo assimilati allo stesso corpo. Ma quando il rito finisce e ci disperdiamo ciascuno per la sua strada la comunione che è in noi continua a operare, continua a premere sul nostro cuore, sulle nostre membra perché si aprano all’altro, perché si offrano all’incontro, alla relazione con l’altro e costruiscano la comunità. Cari fratelli e sorelle, è questa l’adorazione più vera del Corpo di Cristo, la vera adorazione perpetua: quella che si esprime in uno stile di vita, capace di accogliere l’altro, di riconoscere nella diversità dell’altro la parte che a me manca per essere pienezza di Cristo. La vera adorazione dell’eucaristia è quella che si realizza nell’unica santa comunione di noi peccatori redenti e rinnovati dalla Pasqua di Cristo.
