(Gen 3, 9-15.20; Sal 97 (98); Ef 1, 3-6.11-12; Lc 1, 26-38)
Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria – Cattedrale di Pisa – 8 dicembre 2025
Carissimi, oggi la nostra Chiesa pisana si allieta per il dono inestimabile che il Signore Gesù sta per farle. Due nostri fratelli, Simon Pietro diventerà presbitero e Roberto diacono. Saranno così ministri ordinati. È importante che comprendiamo bene queste due parole antiche, “ministro” e “ordinato”, che oggi richiedono una spiegazione, perché nel linguaggio corrente hanno un significato diverso. Simon Pietro e Roberto diventano “ministri”, cioè servi. Ministro viene da minus, dunque possiamo dire che oggi “diminuiscono”, si “abbassano”, si fanno piccoli per servire. Non ci inganni, pertanto, la solennità e lo splendore della celebrazione. Nella logica cristiana ciò che viene esaltato è l’abbassamento, ciò che viene rivestito di gloria è lo spogliamento. Se ci sfuggisse questa logica fondamentale, traviseremmo l’atto che stiamo per compiere. Questi nostri fratelli sono scelti dalla Chiesa, dopo un lungo e accurato cammino di discernimento e di formazione, come servitori di Dio e del suo popolo. E questo servizio lo svolgeranno non da soli, ma saranno “ordinati”, cioè incorporati a un ordo, a un gruppo, un collegio, rispettivamente all’ordine dei diaconi e all’ordine dei presbiteri.
Cari Simon Pietro e Roberto, voi certamente siete consapevoli che mediante l’invocazione dello Spirito e l’imposizione delle mani, tutto il vostro essere sarà posto al servizio del Dio vivente e della Chiesa, non una Chiesa ideale o teorica, ma quella che concretamente vive qui e ora, in questo mondo, in questa storia, in questa diocesi di Pisa. Quali sono dunque le caratteristiche del servo? Il servo è tale perché non decide da solo ciò che deve fare, ma è pronto a compiere la volontà del suo Signore. Per compierla, deve evidentemente conoscerla. Anzi, per essere davvero un buon servo non basta ricevere ed eseguire un comando. Il servo buono e fedele, di cui ci parla spesso il vangelo, conosce e fa sua la volontà del suo padrone, ne assume il modo di pensare, il suo progetto, le sue intenzioni. Il buon servo non è mai solo un esecutore materiale, ma è un discepolo che si lascia formare, guidare da un Signore, che è maestro e padre, piuttosto che padrone.
La liturgia di oggi ci offre l’esempio di Maria, serva del Signore con tutta se stessa, corpo, anima, spirito. Maria percepisce tutta la distanza che c’è tra lei e il Dio Altissimo e ne resta turbata: come potrà avvenire questo? Forse una domanda simile risuona anche nell’intimo di Simon Pietro e Roberto. E la risposta è la stessa: quella distanza è stata colmata dalla grazia, è “piena di grazia”, cioè è superata dalla misericordia di Dio che ha deciso di raggiungere l’umanità, di toccarla, in un modo che noi chiamiamo “incarnazione”. Di questa Maria diventa serva, di un Dio che si è fatto carne. Perciò tutta la sua vita d’ora innanzi sarà un cercare le orme di Dio nella storia, meditando parole e fatti del suo Figlio e mettendosi in cammino per farsi prossima ai bisogni delle persone, da Elisabetta agli sposi di Cana. Ecco il modo mariano di essere al servizio: conoscere, anzi ri-conoscere la presenza di Dio, che è vivo e operante in mezzo a noi; accogliere la storia di ogni giorno come un mistero di grazia, come un anello della storia della salvezza personale e comunitaria; guardare all’altro non da estraneo, ma da amico, da fratello, da essere umano che condivide la stessa sorte.
Vivere così non si improvvisa, non è qualcosa che viene spontaneo. Richiede un impegno, un cammino serio e responsabile, da rinnovare costantemente, da riprendere tutte le volte che lo abbiamo interrotto o ci siamo lasciati deviare verso altre direzioni. Di quali atteggiamenti, di quali pratiche abbiamo bisogno per restare fedeli a questo impegno? In realtà, è già detto tutto nelle domande che sto per farvi e nella sincerità e generosità delle vostre risposte. Ma permettetemi di sottolineare tre aspetti che, in base alla mia esperienza, sono fondamentali.
Abbiamo bisogno di preghiera. Ci sono tanti modi di pregare a seconda delle situazioni e delle sensibilità di ciascuno. Ma il fine ultimo penso debba essere lo stesso: restare alla presenza del Dio vivo, non perdere il senso della sua presenza nella nostra vita. Abbiamo bisogno che le cose visibili lascino il posto alla sua presenza invisibile, che le parole tacciano perché il silenzio inizi a parlare con il suo linguaggio, diverso da quello del mondo.
Abbiamo poi bisogno di ascoltare l’altro. Anche l’ascolto, come la preghiera, si realizza in tanti modi diversi. C’è l’ascolto del gemito e del grido di aiuto; c’è l’ascolto del fratello che ti è accanto e ti chiede di confrontarti con lui, di condividere le esperienze del cammino, di collaborare con te; c’è l’ascolto del Superiore, che è lì per ricercare insieme a te la volontà di Dio e compierla in spirito di fede e di obbedienza. Tutte queste forme di ascolto ci tirano fuori da noi stessi, ci chiamano ad andare verso l’altro, a superare le tentazioni dell’egoismo, del narcisismo, della paura che ci chiude nell’autodifesa.
E infine, ma in realtà – come diceva santa Teresa di Gesù – è la cosa più importante, che è alla base delle altre due, abbiamo bisogno di umiltà. Per un cristiano l’umiltà è tutto, ma ciò è ancor più vero per un ministro, per un servitore. Lo Spirito Santo scende sui piccoli e i poveri, su chi è stolto e debole secondo la logica del mondo, e lo ricolma dei suoi doni, che non sono abilità o competenze umane, ma sono vita nuova che viene dalla morte e risurrezione di Cristo e in Lui di ciascuno di noi. Per poter essere “pieni di grazia”, abbiamo bisogno di essere vuoti di noi stessi, dobbiamo mettere a tacere il nostro io, e ciò non avviene senza lotta, senza esperienze di sconfitta e di umiliazione. «Figlio, – dice il libro del Siracide (2,1) – se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione», preparati alla prova. Ma – ci rassicura il vangelo di questa solennità – «non temere, perché hai trovato grazia presso Dio». È con questa fiducia non in noi, non nelle nostre capacità, ma nel Dio che ci ha scelto che possiamo varcare la soglia del mistero e pronunciare con la pace e la gioia nel cuore le parole di Maria: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
