(Is 2, 1-5; Sal 121 (122); Rm 13, 11-14a; Mt 24, 37-44)
Prima domenica di Avvento – Cattedrale di Pisa – 30 novembre 2025
Il Giubileo degli operatori liturgici e della musica sacra nella nostra diocesi coincide con la prima domenica di Avvento, inizio del nuovo anno liturgico. Mi pare una felice coincidenza che ci invita a riflettere sull’importanza della liturgia per la vita della Chiesa. Spesso parliamo della necessità di formazione per tutti i membri del popolo di Dio. Ci impegniamo con molto zelo a organizzare corsi di ogni genere per consentire ai fedeli di acquisire conoscenze utili per vivere a pieno la propria vocazione e missione ed essere pienamente corresponsabili della vita della Chiesa. Non dobbiamo, però, dimenticare che la Chiesa ogni anno offre a tutti i suoi figli un insuperabile cammino di formazione, che è la liturgia, nelle sue molteplici espressioni. La celebrazione liturgica è il luogo in cui il popolo di Dio, guidato e illuminato dallo Spirito Santo, si incontra con il mistero del Dio vivente, che gli parla come ad un amico e lo invita al dialogo, che si dona a lui e gli chiede di aprire la sua vita alla grazia della salvezza. È questo il modello di ogni formazione nella Chiesa, perché non è semplicemente una formazione intellettuale, centrata su nozioni e contenuti, ma è una formazione integrale, in cui tutte le dimensioni del nostro essere, le sensazioni del corpo, le emozioni del cuore, i pensieri della mente sono toccati dal Dio fatto parola, fatto carne, fatto Spirito di vita.
Per questo la liturgia, e in particolare la celebrazione della Messa è centrale nella vita del popolo di Dio. Ad essa dovremmo dedicare le nostre migliori energie, tutta la nostra attenzione e la nostra cura. Voglio approfittare dell’occasione di questo giubileo per ringraziare tutti voi che vi impegnate a rendere vive, belle, ben curate le celebrazioni liturgiche della nostra Chiesa. Sono consapevole che spesso questo servizio costa fatica. Non mi riferisco solo alla fatica materiale, al tempo e alle energie che dedicate alla preparazione della liturgia, sottraendoli ad altre attività. Mi riferisco soprattutto alla fatica morale, al restare fedeli a questo impegno senza cedere alle tentazioni dello scoraggiamento, della delusione, della rinuncia, che a volte ci possono assalire quando vediamo le chiese semi-vuote, il disinteresse di molti, la mancanza di riconoscimento. Mi vengono in mente le parole che disse Teresa di Calcutta a un giornalista che le chiedeva perché si desse tanto da fare per dei poveri che stavano per morire: «Faccio qualcosa di bello per Dio». Non faccio qualcosa di utile, non risolvo nessun problema, ma voglio lodare e ringraziare il Dio che mi ama, che si dona a me, senza alcun mio merito, e con la sua presenza dà senso e bellezza alla mia vita.
Direi che questo è anche il tema al centro delle letture di questa prima domenica di Avvento. Il tempo di Avvento è un tempo particolarissimo dell’anno liturgico. È il tempo che esprime la situazione della Chiesa e del singolo credente qui e ora. Viviamo nell’attesa che il Signore venga, che le sue promesse si compiano. Attendere e sperare fanno di noi uomini e donne protesi verso il futuro, non appagati dalle soddisfazioni che il mondo ci offre, e non disperati per le continue ingiustizie, violenze, atrocità disumane che ci circondano. Restiamo fermi nell’attesa di ciò che ancora non c’è e che tuttavia già ci ha mostrato il suo volto, già ha pronunciato la sua parola, già ha gettato un seme nella storia. La nascita di Gesù in mezzo a noi è questo seme. Poiché questo seme è stato gettato una volta per tutte nella nostra terra, ora noi possiamo sperare ed attendere con sicurezza che verranno i frutti di pace, di giustizia, di verità per tutti gli uomini, per tutti i popoli, come ci ha promesso il profeta Isaia nella prima lettura (Is 2,1-5). La memoria del Natale ci conferma nella verità dell’attesa e della speranza: il seme è stato gettato e non potrà non portare frutti. Il Dio che è venuto è garanzia del Dio che verrà. Il Natale ci permette di celebrare l’Avvento, di essere persone dell’Avvento, e non viceversa. Il Natale è la causa, l’evento fondamentale, ma l’Avvento è il suo effetto, che ci riguarda personalmente e costantemente.
Il vangelo che abbiamo ascoltato ci dice che i nostri giorni assomigliano a quelli di Noè. Sono i giorni che precedono il diluvio universale, inteso non come una catastrofe apocalittica, che distrugge e travolge il mondo, ma come la rinascita, la ripartenza della storia dell’umanità. Abbiamo bisogno di ripartire nella giustizia, nella pace, nella verità. Ma – come dice Gesù nel vangelo – non tutti sono consapevoli di questo bisogno. «Mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito» e «non si accorsero di nulla» (Mt 24,38-39). I loro cuori erano intorpiditi, anestetizzati, resi indifferenti a ciò che stava accadendo. Erano appiattiti sul presente, ripiegati su se stessi, incapaci di ascoltare i passi del Dio che viene, di riconoscere i segni della sua vicinanza. Il problema non era quello che facevano, ma come lo facevano, con quale cuore, con quale vigilanza. Due uomini lavorano nel campo: uno sarà preso e coinvolto nel cambiamento della storia, l’altro resterà prigioniero del suo presente.
Ecco perché, fratelli e sorelle, abbiamo bisogno di questo tempo di Avvento, di questa formazione che ci viene dal tempo liturgico, per svegliarci dal sonno, come dice Paolo nella seconda lettura (Rm 13,11-14). Come sono i nostri cuori? Sono cuori vigili, attenti a ciò che avviene nella storia, vulnerabili alle sofferenze del nostro tempo? O sono cuori intontiti, saziati, appesantiti dalle cose del mondo? La liturgia dell’Avvento ci chiama a liberare il cuore da ciò che lo rende duro, insensibile o semplicemente troppo pieno per accogliere una vita nuova. Non restiamo a contemplare le luci delle strade, non lasciamoci invadere da desideri di cose inutili, non permettiamo che il nostro tempo passi tra una distrazione e l’altra. Diamo tempo e spazio a un Dio che viene ad abitare i nostri tempi e i nostri spazi.
