(Is 9, 1-6; Sal 95 (96); Tt 2, 11-14; Lc 2, 1-14)
Natale del Signore – Messa nella notte – Cattedrale di Pisa – 25 dicembre 2025
Carissimi, cominciano con questa Messa nel cuore della notte le celebrazioni del Santo Natale. Cominciamo con l’annuncio di ciò che è avvenuto, anzi di ciò che ancora sta avvenendo qui e ora: «Vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi un Salvatore, Cristo Signore». Così gli angeli hanno detto ai pastori. I pastori sono una categoria particolare di persone: è gente che veglia tutta la notte per fare la guardia al proprio gregge. Gente semplice, umile, che non godeva di buona fame, e tuttavia gente che vigila, che si prende cura del bene a loro affidato. Sono loro i primi a ricevere l’annuncio della nascita del Salvatore, e questo fatto ha certamente un forte valore simbolico. I pastori che vegliano sul gregge rappresentano tutti i pastori, ossia tutti coloro che si spendono per custodire la comunità di cui sono responsabili. Sono quelli a cui sta a cuore il bene dell’altro e soffrono perché constatano che questo bene è minacciato, è fragile, è ferito, negato, calpestato. Proprio a loro, a questi uomini «amati dal Signore» viene detto: «Non temete» perché ora il vostro bene è al sicuro, è giunto «il Pastore grande delle pecore» (Eb 13,20), nelle cui mani saranno per sempre al sicuro. Non abbiate paura, perché anche se le vostre mani non riescono a custodirlo, il bene della vostra umanità è nelle mani di un «Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9,5). Ciò che noi celebriamo in questa notte santa è più che una nascita. Come dicono gli angeli ai pastori, il bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia è per voi il segno. È dunque una realtà materiale, visibile, tangibile, che al tempo stesso ci rimanda a qualcosa di più grande, invisibile, ma non meno reale e concreto, qualcosa che è «gloria in cielo e pace sulla terra».
Che cosa sia questa realtà più alta e più grande, che abbraccia cielo e terra, ce lo dice la seconda lettura, il brano della Lettera a Tito, che abbiamo ascoltato: «È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini». Questo è il di più che noi celebriamo: la nascita del bambino Gesù è una manifestazione, una epifania: è apparsa la grazia. Ossia, Dio si è manifestato come grazia, come dono all’uomo. Non è un Dio che chiede, esige, attende sacrifici e offerte: è un Dio che si offre e si dona all’uomo: «Egli ha dato se stesso per noi». Noi non avevamo fatto nulla per meritare un tale dono, ma Dio ce lo ha fatto perché questo è il suo modo di essere. Dio si dona, anzi esiste nel donarsi, come Padre che si dona al Figlio, come Figlio che si dona al Padre e come Spirito nel dono reciproco.
Il bambino avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia è il volto di Dio che oggi ci si rivela e che noi contempliamo come i pastori, che accorrono a vedere il segno indicato loro dagli angeli. È il dono di Dio, il dono che è Dio, dono sempre rinnovato, fatto una volta per sempre e mai più revocato. Ma noi questo dono lo abbiamo accolto? Vogliamo veramente riceverlo? Sembra facile ricevere un dono, ma non lo è, tanto più quanto più il dono è grande. E che cosa succede se il dono non è una cosa, un oggetto, per quanto prezioso, ma è la vita stessa del donatore, che si fa dono perché io possa vivere? Un dono che mi dà vita, che mi rimette al mondo, non è un dono che si possa dimenticare, trascurare, sottovalutare. Se ricevo quel dono, se lo accolgo, vivrò di esso, vivrò di una vita che mi è stata donata. E questo cambia il mio rapporto con la vita, perché non la considererò più un mio possesso di cui dispongo a piacimento, ma una «grazia», della quale senza alcun merito sono stato reso partecipe.
Per questo la Lettera a Tito ci dice che la grazia che è apparsa «ci insegna a vivere in questo mondo». C’è un modo nuovo di vivere, una sapienza nuova che viene dall’accoglienza del dono che ci è stato fatto. L’autore della Lettera lo esprime con tre avverbi: vivere con sobrietà, con giustizia e con pietà. Il segno che abbiamo davvero accolto il dono che ci è stato fatto è se nel nostro modo di vivere si manifestano questi atteggiamenti. È il modo di essere nel mondo senza essere del mondo, così come lo sarà il bambino che è appena nato: vivrà con sobrietà, con giustizia e pietà. Con sobrietà, cioè entro i limiti di un’umanità umile, consapevole della sua finitezza e piccolezza, affidandosi costantemente alla Provvidenza di Dio, senza ansia, senza volontà di prevalere e affermarsi a scapito dell’altro. Vivrà con giustizia, una parola che vuol dire molto di più del rispetto della legge. La giustizia è fare la volontà del Padre, condividere il suo disegno di salvezza e mettersi a disposizione di esso. E vivrà con pietà, cioè con rispetto per l’altro, per chi incontra, per tutto ciò che lo circonda.
Sobrietà, giustizia e pieta tracciano una via nel mondo verso la meta a cui tutti aspiriamo: una vita felice e nella pace. La via è venuta a noi, come diceva sant’Agostino. Non possiamo più dire di non conoscerla. «La via stessa è venuta a te e ti ha svegliato dal sonno. Alzati e cammina!».
