Cattedrale di Pisa – 12 aprile 2026
Carissimi,
celebriamo la domenica che conclude il lungo giorno di Pasqua, che per la liturgia della Chiesa dura un’intera settimana. È anche da un po’ di anni la domenica della Divina Misericordia. Ma per noi, Chiesa di Pisa, oggi è soprattutto la domenica della speranza, perché il Signore ci dona tre nuovi diaconi. Come vescovo, ho oggi la gioia di ordinare tre fratelli, che ho avuto modo di conoscere, di apprezzare, di amare. La seconda lettura, il brano della lettera di Pietro, ci parla della speranza viva che scaturisce dalla risurrezione di Gesù. Il Risorto è per noi sorgente inesauribile di speranza e di gioia perché grazie a Lui e in Lui le nostre vite hanno una meta, un traguardo a cui tendono, che è l’incontro pieno e definitivo con Lui, in cui noi saremo simili a Lui. La risurrezione di Gesù ha aperto l’orizzonte, ha varcato i limiti della nostra condizione terrena e ha fatto splendere in tutta la sua grandezza e altezza la vocazione dell’uomo. Risorti con Cristo nel battesimo noi siamo stati “rigenerati”, cioè siamo rinati a una vita nuova. Coloro che tra poco riceveranno il ministero del diaconato sono sì Michele, Giacomo e Alessandro, con le loro storie e i loro volti, ma insieme sono uomini nuovi, rigenerati dalla immersione nel mistero di Cristo morto e risorto.
Il vangelo di Giovanni ci riporta al giorno di Pasqua. La sera di quello stesso giorno Gesù visita i suoi discepoli e sta in mezzo a loro. Il vangelo precisa che le porte del luogo dove si trovano sono chiuse per timore dei Giudei, ma questo non impedisce a Gesù di entrare. Forse è un modo per dire che Gesù era già presente in mezzo a loro, perché – come aveva promesso – «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20) solo che i discepoli non se n’erano accorti. I loro occhi avevano bisogno di vedere perché i cuori potessero credere, tema che infatti è esplicitamente affrontato con l’episodio successivo di Tommaso.
La prima parola che Gesù pronuncia è “Pace a voi!”. Ricordiamo il contesto. Gesù è stato condannato a morte, ha subito ogni genere di violenza, di insulto e di ingiustizia, è stato tradito da uno dei suoi seguaci, rinnegato addirittura da Pietro e abbandonato da tutti gli altri. Non mancherebbero i motivi per una severa reprimenda ai suoi discepoli. E invece la parola del Risorto è “Pace a voi”. È una parola di riconciliazione, di perdono, di misericordia. Con essa si compie anche la promessa che Gesù aveva fatto ai discepoli durante l’Ultima Cena: «vi lascio la pace, vi do la mia pace, non come la dà il mondo io la do a voi» (Gv 14,27). È la pace che viene dalla relazione con il Padre. Gesù ha preso su di sé i peccati, il male, la violenza che ha patito e li ha vinti, li ha sommersi in un amore più grande, che ha riaperto la via al Padre. È perché Gesù ha fatto questo, che ora c’è un futuro, c’è un orizzonte di pace e di salvezza per l’umanità nonostante continuino peccati, violenze e ingiustizie.
E Gesù unisce al dono della pace un gesto che parla più di qualsiasi parola: Gesù soffia su di loro. In questo modo Gesù dà ai discepoli il suo respiro, il suo soffio vitale. È lo Spirito che lo ha risuscitato che ora viene effuso sugli apostoli e diventa il principio di vita nuova. Ora sono creature nuove, perché non respirano solo l’aria di questo mondo, ma inspirano ed espirano il soffio dello Spirito. E poiché sono ricreati nello Spirito, possono continuare la missione di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Mandare a fare che cosa esattamente? Se non ci fossero le parole che Gesù pronuncia nel vangelo che abbiamo ascoltato, noi forse daremmo tantissime risposte, corrispondenti a tutte le attività che svolgiamo come Chiesa e nella Chiesa. E invece Gesù dà una sola fondamentale consegna ai suoi discepoli: li manda a perdonare i peccati. È una missione che non risolve i problemi della vita di ogni giorno (lavoro, salute, famiglia), ma è ciò che salva l’uomo. Ricordate l’annuncio che è stato cantato nella notte di Pasqua? «Questa è la notte che salva i credenti dall’oscurità del peccato e li consacra all’amore del Padre».
Cari Michele, Giacomo e Alessandro, oggi il Signore invia anche voi ad essere testimoni della misericordia del Padre in mezzo agli uomini e alle donne di oggi. Questa misericordia la potrete annunziare nella misura in cui l’avete conosciuta, l’avete sperimentata in voi stessi. Siamo tutti un po’ come Tommaso: abbiamo bisogno di incontrarci personalmente con Gesù, di toccare le sue piaghe, o più esattamente, abbiamo bisogno che le sue piaghe ci tocchino e si imprimano in noi. «Attraverso le ferite del corpo – scrive san Bernardo – si manifesta l’arcana carità del suo cuore, si fa palese il grande mistero dell’amore, si mostrano le viscere di misericordia del nostro Dio, per cui ci visiterà un sole che sorge dall’alto». Che il vostro cammino sia sempre illuminato da questo sole che sorge dall’alto e diriga i vostri passi sulla via della pace. Siate per tutti portatori e ministri di pace!
