Basilica di San Piero a Grado – 30 aprile 2026
Carissimi,
questa sera siamo riuniti per pregare per il mondo del lavoro. Ci rivolgiamo in particolare all’intercessione di due santi: san Giuseppe, il falegname, e san Francesco, che – come abbiamo sentito – ha prescritto ai suoi frati di lavorare con le proprie mani. Due santi lavoratori, ma in realtà non riesco a immaginare un santo che non sia stato, a suo modo, un lavoratore. Lavorare infatti fa parte del cammino dell’uomo, della sua crescita umana e spirituale, e quindi della sua santificazione. Troppe volte pensiamo al lavoro solo come fatica, sudore, necessità economica, come se il lavoro fosse una condanna che grava sulla condizione umana (il lavoro come “travaglio”). E invece la Bibbia ci dice che il lavoro è il compito che Dio affida all’uomo dopo averlo creato: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse». Coltivare e custodire il creato, ossia proteggerlo e farlo crescere, svilupparne le sue innumerevoli potenzialità: questo è il senso vero e profondo del lavoro dell’uomo. Dio ha lavorato per creare il mondo e l’uomo è chiamato a continuare l’opera di Dio perché è fatto a sua immagine e somiglianza. Lavorando l’uomo si umanizza e così diventa sempre più somigliante a Dio che lo ha creato.
Siamo qui per pregare. La preghiera ha tante dimensioni, tante forme e motivazioni. Stasera preghiamo innanzitutto per rendere grazie a Dio di aver dato all’uomo il lavoro, di averlo fatto capace di custodire e coltivare la terra, di trarre dal mondo il bene che Dio vi ha posto. Sarebbe bello se imparassimo a guardare al nostro lavoro con questi occhi, con questa disposizione d’animo: Signore, ti ringrazio perché hai messo nelle mie mani un frammento della tua creazione e mi hai detto: lavoralo, rendilo parte della tua vita e metti in esso parte di te. Lavorare in fondo è creare legami con la creazione, come dice la volpe al piccolo principe nel racconto di Antoine de Saint-Exupéry. La volpe spiega al bambino che non può giocare con lui perché non è addomesticata. Ma il bambino non capisce il senso di questa parola «Che cosa vuol dire addomesticare?» E la volpe gli risponde: «È una cosa da molto tempo dimenticata. Vuol dire creare dei legami…» «Creare dei legami?» «Certo», disse la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo». E conclude con una frase memorabile: «Non si conoscono che le cose che si addomesticano». Solo lavorando si creano legami, si comunica se stesso all’altro e l’altro entra nella nostra vita, arricchito e impreziosito del legame che ha con noi. Solo così conosciamo.
Ma la nostra preghiera questa sera è anche richiesta: chiediamo a Dio che il nostro lavoro sia vissuto così come Lui lo ha voluto e affidato all’uomo. Un lavoro umano, che mette al centro la persona e le sue relazioni costitutive. Sappiamo bene quanto la realtà del lavoro nel nostro mondo sia lontana dal progetto divino. Ciò che doveva far crescere l’uomo, dargli la dignità di creatura a immagine di Dio, renderlo amico e custode della terra si trasforma in esperienza di oppressione e di sfruttamento, di ingiustizia e di conflitto. E mentre chiediamo a Dio di aiutarci a riportare dignità, bellezza, umanità nel lavoro, prendiamo coscienza di questa nostra terribile attitudine a sciupare, a corrompere, a stravolgere il bene che Dio con fiducia di Padre ha messo a disposizione della nostra libertà. Prendiamone coscienza e diventiamo attenti, sensibili, responsabili di fronte a tendenze che disumanizzano il nostro mondo, che fanno del giardino originario una terra arida, che ogni giorno di più fa sfiorire la nostra creatività, spegne la nostra gioia, imprigiona la nostra libertà.
E infine siamo qui per benedire chi lavora con impegno, dedizione, sacrificio. Siamo qui per dire bene di loro, che hanno la grazia di poter lavorare con dignotà, come anche di chi cerca un lavoro e non riesce a trovarlo o di chi lavora in condizioni di schiavitù, di chi è non soggetto di un lavoro che lo umanizza, ma oggetto dell’avidità di alcuni e dell’ingiustizia del nostro modo di vivere. Il Signore Gesù proclamando le beatitudini ha benedetto questa umanità sofferente, afflitta, affamata di giustizia, in cerca di pace. Ha detto bene di questa umanità perché – contrariamente a ciò che il mondo pensa – è questa l’umanità che Dio ha scelto e ad essa ha donato il suo Regno. Il sale della terra ha questo sapore, la luce del mondo ha questo splendore: quello di uomini e donne amati da Dio nella loro fatica e povertà.
