(Nm 6, 22-27; Sal 66 (67); Gal 4, 4-7; Lc 2, 16-21)
Solennità di Maria Santissima Madre di Dio – Cattedrale di Pisa – 1 gennaio 2026
Carissimi, iniziamo questo nuovo anno ritrovandoci ancora davanti al mistero della Natività. È la scena che abbiamo contemplato nel giorno di Natale, quella che i pastori hanno visto e udito: «trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia». La solennità di oggi concentra la nostra attenzione in modo particolare su Maria, celebrata come Madre di Dio, un titolo che può apparire strano e paradossale: come può Dio avere una madre? Ma in realtà è il titolo che corrisponde alla realtà dell’incarnazione: come può un Dio essere veramente uomo? Se Dio può diventare uomo di carne come noi, allora può anche avere una madre come ciascuno di noi. Celebrare Maria come Madre di Dio significa dunque celebrare il divenire veramente uomo di Dio. Significa che le nostre piccole realtà umane sono abitate dall’infinito di Dio, le nostre relazioni limitate e spesso ferite sono assunte e guarite dall’amore senza limiti di Dio.
Oggi è anche la giornata della pace. Papa Leone ci ha donato un messaggio su cui vale la pena meditare, in particolare sono invitati a farlo coloro che hanno responsabilità di governo. Ma in fondo chi non è chiamato a prendersi cura dell’altro? Chi non è parte attiva e corresponsabile di una comunità familiare, civile, ecclesiale? È significativa la scelta del primo giorno dell’anno per celebrare la giornata della pace. In questo modo da un lato la pace viene presentata come il programma di vita, il fine a cui guardare, la meta a cui tendere in tutti i giorni dell’anno. Dall’altro, la coincidenza del primo giorno dell’anno con la solennità della Madre di Dio e la conclusione dell’Ottava di Natale ci invita a riconoscere che cosa sia, o meglio chi sia per noi la vera pace. La pace è Lui, è quel bambino disarmato che giace nella mangiatoia. È Lui che gli angeli hanno annunciato come «gloria di Dio e pace sulla terra», come riconciliazione degli uomini con Dio e fra di loro. Non è una pace conseguita con sforzi diplomatici al termine di una guerra, non è una pace vissuta come vittoria di uno e resa dell’altro. È la pace che si dona, che si offre senza condizioni, senza altro motivo che l’amore di Dio per la sua creazione e la sua volontà eterna di essere una cosa sola con noi. Come dice magnificamente san Bernardo: «Ecco la pace: non promessa, ma inviata; non differita, ma donata; non profetata, ma presente».
Papa Leone, nel suo messaggio, scrive: «La pace esiste, vuole abitarci […] Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino», e cita alcuni passi di un discorso che sant’Agostino pronunciò in un momento in cui l’unità della Chiesa in Africa era gravemente minacciata dalla disputa con i donatisti. «Non è difficile – dice Agostino – possedere la pace […] Se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica». Evidentemente, Agostino sta parlando dell’unità dei cristiani, che è già presente in forza del battesimo e dell’eucaristia, sacramenti la cui validità era contestata dagli scismatici.
Se, invece, cerchiamo la dottrina di Agostino sulla pace tra gli uomini «posti nel divenire», come lui si esprime, dobbiamo rivolgerci a un’altra sua opera, e cioè alla Città di Dio. Non è questo il luogo, né il momento per approfondire questo tema, però è importante cogliere almeno un punto della riflessione agostiniana sulla pace nella storia. Per Agostino non è possibile che ci sia pace senza rispetto dell’ordine stabilito da Dio nella creazione, nell’uomo, tra gli uomini e tra la comunità civile e la comunità ecclesiale. L’idea di ordine non è un’idea totalitaria, ossia di un ordine imposto con la forza, ma è piuttosto l’ordine che corrisponde alla verità delle cose, senza il quale non ci può essere né giustizia, né pace. «La pace dell’universo è la tranquillità dell’ordine. L’ordine è l’assetto di cose eguali e diseguali che assegna a ciascuno il proprio posto» (La città di Dio, XIX, 13,1). Questo è il punto che, a mio parere, va tenuto. Ciò che minaccia costantemente la pace è la trasgressione, il disprezzo e l’ignoranza dell’ordine e della verità che esso esprime. Oggi non c’è più diritto internazionale, dichiarazione di principi, organizzazioni sovranazionali a cui si riconosca autorità capace di mettere limiti alla volontà di potenza di singoli individui, di gruppi e di nazioni. La via della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale – come scrive papa Leone – è «smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali». Detto in altri termini, stiamo mandando al macero il patrimonio di ottant’anni di civiltà del diritto e della diplomazia, pazientemente costruito dopo lo choc della seconda guerra mondiale. Come credenti non possiamo non alzare la voce per opporci a questo imbarbarimento. Il primo disarmo di cui abbiamo bisogno è proprio questo: disarmare la violenza di chi proclama diritto la volontà del più forte, a dispetto di qualsiasi norma, trattato e codice.
Nel vangelo di questa solennità Gesù, «principe della pace», ci dà un esempio di rispetto e di obbedienza sottoponendosi alla circoncisione «quando furono compiuti gli otto giorni prescritti». Il primo gesto compiuto su Gesù è questo: un atto di sottomissione a una norma rituale, che il cristianesimo avrebbe poi superato e abbandonato. Ma Gesù rimane nel confine della sua carne, della prescrizione della legge e del suo popolo. È dal rispetto di questo confine che il Risorto ha abbattuto la separazione e «ha fatto dei due un popolo solo, […] per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace» (Ef 2,14-15). Il Signore insegni a tutti noi il suo cammino di pace, fatto di mitzza, rispetto e umiltà.
