(Is 60, 1-6; Sal 71 (72); Ef 3, 2-3a.5-6; Mt 2, 1-12)
Epifania del Signore – Cattedrale di Pisa – 6 gennaio 2026
Carissimi, la solennità dell’Epifania, insieme alla successiva festa del Battesimo del Signore, conclude il tempo natalizio. Lo conclude aprendolo alla storia di tutta l’umanità. Ciò che è accaduto in quell’angolo remoto del mondo, che è Betlemme, è in realtà un evento che riguarda tutti i luoghi e tutti i tempi. Il cielo si è aperto alla terra e la terra al cielo. Dio aveva parlato agli uomini, ma ora c’è un uomo, Gesù, che è capace di rispondere a Dio e dunque può finalmente iniziare un dialogo tra Dio e l’umanità che non avrà più fine. L’Epifania non è solo una teofania: è una manifestazione di Dio nel mondo, di Dio come luce che splende tra gli uomini.
Il racconto dei magi simboleggia che si può conoscere questo cambiamento della storia solo se ci è manifestato dall’alto. I pastori e i magi sono diversissimi per condizione e per collocazione geografica, ma entrambi ricevono un segno dal cielo: i pastori odono voci di angeli, i magi vedono spuntare una stella. Non importa se si è vicinissimi a Betlemme, come i pastori, o lontanissimi, come i magi, che vengono da un arcano Oriente. Ciò che conta è l’essere intenti a scrutare il cielo, l’essere vigilanti, essere capaci di cogliere i segni rivelatori del mistero. Come dice Paolo nella seconda lettura, «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero». Paolo conosceva la realtà dei cristiani e la perseguitava fino a quando non gli è stato rivelato il mistero, ossia il disegno di Dio su di essa.
Ai magi il mistero si rivela come una stella nuova che compare nel cielo. Sono astrologi e probabilmente condividono la credenza antica che al nascere sulla terra di un grande personaggio, di un re, corrisponde in cielo il sorgere di un astro. È una stella straordinariamente luminosa, di uno splendore che non solo illumina il cammino esteriore e lo accompagna come guida. La sua luce attraversa gli occhi e giunge fino al cuore, dissipandone le tenebre della tristezza, dello scoraggiamento, della disperazione. Per questo al vedere la stella i magi provano una grandissima gioia e si mettono in cammino. La gioia e il desiderio di mettersi in cammino per andare a vedere ciò che è successo accomuna magi e pastori. Escono dalla loro routine, lasciano la propria zona protetta per andare incontro al nuovo, a ciò che non conoscono, ma di cui sentono già con il cuore la forza di salvezza.
In fondo, la storia dei magi è il modello della storia di ogni credente. A un certo punto, qualcosa appare all’orizzonte e ci attrae, ci spinge ad uscire dai confini delle nostre conoscenze razionali, delle nostre aspirazioni terrene, per andare verso una meta che ci appare come il compimento della nostra finitezza, la rivelazione del senso della nostra esistenza. Bellissime le parole che abbiamo ascoltato nella prima lettura, dal libro del profeta Isaia (60,1): «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce». Non una luce estranea, ma la luce che promana dal tuo stesso essere, la luce che tu stesso sei, della quale ancora non ti eri accorto. Viene da fuori di te, ma vedendola riconosci in essa te stesso in forma luminosa.
È per questo che le vai incontro, come i magi, e affronti un lungo cammino, che non sarà privo di ostacoli e di incertezze. I magi cercano un re e per questo vanno a Gerusalemme, alla reggia del re Erode. Non potevano immaginare che il re che si era manifestato a loro era nato in un paesino nascosto, da genitori poveri, senza nessun titolo prestigioso. Vanno così a finire nel covo del nemico del re dei Giudei, ma anche questo errore si trasforma in un’occasione provvidenziale. Senza volerlo Erode li aiuta a trovare il bambino consultando gli esperti delle Scritture. Il brano del profeta Michea, a cui fanno riferimento gli scribi, indica con chiarezza Betlemme come il luogo dove doveva nascere il Messia. La luce della stella, dunque, li ha condotti a leggere la Parola di Dio, che i magi non conoscevano. È un modo per dire che non bastano i segni che appaiono nella natura e nel mondo; per trovare il Salvatore abbiamo bisogno dell’ascolto delle Scritture. Pertanto, i magi, istruiti non da Erode, ma da quella Parola, riprendono il cammino, ormai consapevoli che il vero re non si trova in una reggia, ma in una casa come tutte le altre.
Dell’incontro dei magi con Maria e il bambino il vangelo non ci riporta nessun discorso, come se tutto si svolgesse nel silenzio: vedono, si prostrano e adorano. In effetti, quale parola potrebbe essere adeguata a descrivere l’esperienza del mistero? Al posto delle parole troviamo il gesto di un’offerta. L’adorazione si prolunga e si concretizza nell’offerta di noi stessi, dei nostri doni, delle nostre ricchezze. Li mettiamo a disposizione del re perché egli saprà come utilizzarli. Al cuore di chi adora corrispondo mani che si aprono per donarsi. È questo l’evento che cambia per sempre la vita del credente, la cambia dall’interno. I magi ritornano nel loro paese, ma lo faranno per un’altra strada e soprattutto con un cuore cambiato, con occhi illuminati dalla visione del Dio fatto uomo. A lui hanno ormai consegnato il loro cuore.
