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Omelia per la Festa di San Francesco 2026

Cattedrale di Pisa – 4 ottobre 2026

Oggi celebriamo la festa di san Francesco nell’ottavo centenario della sua morte. Le celebrazioni sono particolarmente solenni e rivestite di ufficialità nel nostro Paese, che lo venera come suo patrono. Ma come si presenta a noi il protagonista di questa grande festa? «Io frate Francesco, piccolino, vostro servo, per quel poco che posso»: così san Francesco firma il suo testamento, scritto poche settimane prima di lasciare questo mondo. Francesco si presenta con parole semplicissime, umilissime, e tuttavia inconfondibili, che esprimono perfettamente la sua fisionomia umana e spirituale.

            Innanzitutto, ha il coraggio di dire semplicemente “Io”. Non ha altri titoli, non ha gradi accademici o appellativi ecclesiastici: Io, Francesco, questo piccolo essere umano a cui il Signore – come abbiamo ascoltato nel vangelo che è stato proclamato – ha voluto rivelarsi. Francesco piccolino scrive un testamento molto speciale. Ciò che lascia in eredità non sono i suoi beni materiali, che non ha, e neppure spirituali, che non sente di possedere perché si è spogliato di tutto. Francesco lascia ciò che «il Signore mi dette», l’esperienza dei suoi benefici. Sono i doni del Signore che lo hanno reso quello che è: frate Francesco, piccolino, vostro servo. Lo hanno arricchito, ma facendolo povero, lo hanno innalzato, ma abbassandolo, lo hanno liberato, ma mettendolo a servizio di tutti.

            Che cosa gli ha donato il Signore nei 44 anni della sua esistenza terrena, e particolarmente negli ultimi venti anni, a partire dalla sua conversione? Francesco inizia a ricordare e a enumerare ciò che ha ricevuto dal Signore. Il primo dono non è stata un’esperienza mistica straordinaria, sono stati i lebbrosi, e più esattamente: lo stare con loro provando misericordia, non repulsione. Allora ciò che prima gli era amaro si mutò in «dolcezza di animo e di corpo». Il cambiamento radicale è già tutto qui. Francesco inizia a vedere il mondo con uno sguardo diverso, non più centrato egoisticamente su se stesso, ma provando compassione per l’altro. È ciò che il vangelo ripete spesso a proposito di Gesù, che incontrando malati, poveri, indemoniati, prova un’emozione profonda, un moto fisico delle viscere. In Francesco, dunque, si è realizzata l’esortazione di san Paolo nella Lettera ai Filippesi: «abbiate in voi i sentimenti di Cristo» (Fil 2,5).

Francesco inizia a diventare piccolo, abbandona l’orgoglio, la presunzione di sapere, il desiderio di avere. E Dio gli fa un altro dono, la fede, si badi bene, non solo in Lui, ma la fede «nelle chiese» e «nei sacerdoti», anche nei più «poverelli», in quelli che meno lasciano trasparire la forma di vita di Gesù e del vangelo. Proprio in essi Francesco «discerne il Figlio di Dio e sono miei signori». Vedete come tutto è concreto in Francesco? Tutto ha una forma di carne, in cui è riconoscibile la carne di Cristo. Non è una carne ideale, bella, perfetta: è la carne reale di un uomo lebbroso e di una Chiesa santa e peccatrice. Francesco non si fa giudice, ha davanti agli occhi il Crocifisso e lo riconosce, lo discerne in mezzo a tutte le povertà e miserie di questo mondo. Per questo i suoi occhi si aprono alla visione di un mondo salvato, riconciliato, in cui regna la pace. Anche questo è un dono che Dio gli ha fatto: «Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia la pace!”». Una formula che, in realtà, è qualcosa di più di un semplice saluto: è una benedizione, che fa scendere sull’altro il dono che Francesco ha ricevuto, aprendo il cuore e la mente a una visione di pace.

«Il Signore mi dette dei fratelli». È il dono che ha fatto di Francesco “frate Francesco”. Diventare piccolo significa anche molto concretamente diventare fratello. La fraternità è certamente qualcosa che istintivamente percepiamo come un bene desiderabile, attraente. E tuttavia, lo è nella misura in cui ci rende piccoli, ci fa parte di una realtà più grande, di un noi, in cui nessuno cerca di prevalere affermando se stesso con prepotenza. Essere fratello è essere come l’altro, sullo stesso piano, è essere «fratelli tutti», figli di un unico Padre che è nel cielo. Tra fratelli non esistono condizioni di favore né privilegi. Tutti sono chiamati al lavoro, alla preghiera e all’obbedienza.

Francesco ripete: «lavoravo e voglio lavorare», «voglio obbedire». Non è un’imposizione, è una scelta con la quale si identifica. E ancora una volta è la scelta di Gesù, che ha lavorato e ha obbedito al Padre. La forma di vita scelta da Francesco è di una semplicità radicale, come il vangelo, e non ammette compromessi o mitigazioni. È la vita di un povero, che ha scelto di essere meno degli altri, fratello minore, che non ha nessun potere da esercitare o autorità da far valere.

Questo è frate Francesco piccolino, nostro servo, a cui dobbiamo di aver ritrovato il vangelo non scritto su carta, ma vivente in una persona che porta le stigmate di Gesù nel suo corpo, come ci ha detto Paolo nella seconda lettura. Non sono solo le stigmate mistiche della Verna. Sono quelle che ciascuno di noi riceve quando inizia a seguire Gesù per davvero: le stigmate della piccolezza, della fraternità, del servizio e della minorità.