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Omelia per la Solennità di Tutti i Santi 2026

Cattedrale di Pisa – 1 novembre 2026

La solennità di Tutti i Santi ci richiama a due verità consolanti della nostra fede. La prima è la comunione con tutti i fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto in Cielo e già godono della felicità eterna. Essi non sono separati da noi, Chiesa terrena, ma ci accompagnano e ci sostengono con la loro preghiera di intercessione e la loro comunione fraterna.

Quanto più si è santi, ossia partecipi della santità di Dio, tanto più si è protesi verso l’altro, attenti ai bisogni del fratello, pronti a venirgli in aiuto. Per questo la Chiesa pellegrina sulla terra esulta di gioia e loda Dio: sa di non essere sola nel suo cammino. Sa che la circonda una schiera innumerevole di uomini e donne che vivono con noi, e per noi, la loro condizione beata.

Santa Teresa di Gesù Bambino non poteva pensare il suo Cielo se non come un lavorare per i fratelli e le sorelle rimasti sulla terra: «Passerò il mio Cielo a fare del bene sulla terra». La pace eterna, infatti, non è un riposo statico, ma un perenne operare per amore dell’altro. I santi, dunque, sentiamoli vicini! Sentiamoli partecipi delle nostre fatiche e delle nostre prove, comprensivi e misericordiosi nelle nostre debolezze, pronti ad ascoltarci e a confortarci. Non limitiamoci ad onorarli e ad ammirarli: facciamo di loro i nostri più cari e fedeli amici.

Ma c’è una seconda verità a cui la festa di oggi ci richiama: la vocazione universale alla santità. «Siate santi, perché io, il Signore, Dio vostro, sono santo» (Lv 11,44). “Tutti i Santi” significa anche che la santità non è un privilegio di pochi, né un vertice a cui solo una ristretta élite riesce ad arrivare. Siamo santi non perché siamo bravi noi, ma perché Dio è santo e ha voluto condividere la sua vita con noi.

Noi cristiani conosciamo la santità di Dio meglio di chiunque altro, perché essa ci è stata rivelata pienamente nel suo Figlio Gesù. Sappiamo che è la santità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Di un Padre che ci ama a tal punto da donare il suo unico Figlio; di un Figlio che si fa uomo, carne fragile e vulnerabile, e abita in mezzo a noi; dello Spirito che «dà vita» alla Chiesa e opera in ogni credente. Questa santità del Dio uno e trino non è lontana o totalmente altra da noi: è una santità diffusa, riversata dentro di noi, se soltanto la vogliamo accogliere e lasciare agire nella nostra vita. La santità non è una meta irraggiungibile, ma la realtà di un Dio che è venuto a cercarci e rimane con noi.

Chi è dunque il santo? Che cos’è la santità a cui ciascuno di noi è chiamato, senza eccezioni o condizioni? A volte si parla di santità “ordinaria”, intendendo quella che si manifesta nella vita quotidiana, senza gesti eccezionali o atti di eroismo. Tuttavia, la santità non è mai banale. Non è qualcosa alla nostra portata che fa parte del nostro modo di essere naturale. La santità è piuttosto lo straordinario che si manifesta nel nostro ordinario: uno straordinario che può essere colto solo con gli occhi della fede.

Le letture di oggi ce lo mostrano chiaramente.

Nella prima lettura, tratta dall’Apocalisse, i santi sono coloro che hanno ricevuto il sigillo del Dio vivente. È un’espressione misteriosa, che richiama l’Antico Testamento, ma il suo senso è limpido: santità è appartenere a Dio, essere suoi, portare il suo sigillo. Mi piace pensare a questo sigillo come alla firma che Dio appone su ogni sua creatura, dichiarandola opera delle sue mani, immagine visibile della sua bellezza e della sua sapienza. Nessuna macchia, nessuna ferita prodotta dal peccato potrà mai cancellare questa origine.

Nella seconda lettura, Giovanni ci dice che essere santi significa essere figli di Dio. E aggiunge una precisazione importante: non è affatto semplice capire cosa significhi davvero essere figli di Dio. Lo siamo realmente ora, ma lo capiremo in pienezza solo quando saremo al suo cospetto. È come se in noi ci fosse un inizio, un germoglio destinato a sbocciare quando saremo uniti a Lui. Questa attesa e questa speranza illuminano la nostra vita, la purificano e la mettono in cammino verso un compimento ancora sconosciuto.

E infine, il Vangelo delle Beatitudini. È un testo che parla di gioia e di pienezza di vita, eppure si manifesta attraverso i tratti del fallimento, della sconfitta e dell’indigenza agli occhi del mondo. Gesù dichiara beati i poveri, coloro che piangono, gli affamati, i perseguitati, gli umili, i pacifici. La loro beatitudine consiste nell’essere svuotati di ogni possesso terreno per avere come unica forza, ricchezza e sapienza l’amore di Dio.

Essere poveri, vuoti e disarmati di fronte al mondo può farci paura, può deprimerci o scoraggiarci. Ma se accogliamo l’annuncio di Gesù, scopriremo che è proprio in questa piccolezza che si apre la porta del Regno di Dio che viene. Ed è allora che iniziamo a guardare il mondo e noi stessi con occhi nuovi. È allora che scopriamo la santità di Dio, potentemente effusa nelle nostre vite.