San Paolo a Ripa d’Arno – 31 agosto 2026
Signore Prefetto, Signor Sindaco, autorità civili e militari, carissimi fratelli e sorelle,
Come ogni anno, il 31 agosto ricordiamo le tante vittime del bombardamento avvenuto in questo giorno nel 1943. Sono passati più di ottant’anni, ma non possiamo e non vogliamo dimenticare questa ferita, di cui ancora la città porta le cicatrici visibili. Qui, in questa chiesa, pesantemente danneggiata da quel bombardamento, il ricordo diventa preghiera di una comunità cittadina e impegno che prendiamo davanti al Signore della vita per promuovere e costruire la pace.
Oggi una delle parole che sentiamo ripetere più di frequente quando leggiamo i giornali o ascoltiamo i notiziari è escalation. Eppure dovremmo sapere che alzare costantemente il livello del conflitto, estenderlo, acuirlo ha sempre un solo esito: la sconfitta di tutte le parti, la devastazione di quanto si è costruito in tanti anni e secoli, il disastro economico, la sofferenza soprattutto delle persone più deboli e più incolpevoli. Oggi certamente il modo di fare la guerra è cambiato e sta cambiando. Bombardamenti come quelli del 31 agosto 1943 probabilmente non ci saranno più. E tuttavia, questo non significa che la guerra sia meno letale, meno devastante. È una guerra diffusa, ibrida, che può continuare per anni, uccidendo e distruggendo ogni giorno un po’, un po’ di vittime civili, un po’ di infrastrutture, un po’ di risorse economiche. Il risultato finale può essere anche peggiore di quello delle guerre convenzionali del passato, ma soprattutto anni e anni di azioni, discorsi, progetti di guerra stanno disumanizzando il nostro mondo, riducendo a carta straccia mezzo secolo di trattati e di istituzioni internazionali. Come ha scritto papa Leone, sempre di più siamo sommersi, dominati da una cultura della potenza, in cui vale la legge del più forte, di chi ha più armi, più risorse economiche, meno scrupoli morali, meno rispetto per la dignità umana.
Per questo è importante ribadire che tutto ciò non è un destino inevitabile, una moira inflessibile a cui tutti, uomini e dèi, dobbiamo piegarci. Il vangelo di Luca che abbiamo ascoltato ci presenta Gesù che all’inizio del suo ministero pubblico si alza nella sinagoga, prende il rotolo del profeta Isaia, scegliendo un brano che parla della liberazione degli oppressi e lo commenta con queste semplici parole: Oggi si è compiuta questa Scrittura che avete ascoltato. Gesù non inizia il ministero facendo miracoli o grandi discorsi di straordinaria eloquenza e sapienza. Dice solo una cosa: questa è la volontà di Dio e si sta compiendo. Ciò crea scandalo tra i suoi ascoltatori e provoca una reazione violenta che giunge fino al punto di mettere a rischio la vita stessa di Gesù. Ci possiamo chiedere perché. Ad ascoltarlo non c’erano i grandi della terra: non c’era l’imperatore romano e neppure il suo rappresentante in Palestina, c’erano solo i pochi e poveri abitanti di Nazaret. Ma il fatto che un uomo come loro osi dire: state attenti, questa è la volontà di Dio, questa è l’opera di Dio ed essa si compirà, non le vostre volontà, non i vostri progetti, dà fastidio e suscita ribellione. Gesù evidentemente lo sapeva. La sua presenza è segno di contraddizione perché «siano svelati i pensieri di molti cuori». La parola di Gesù, che non fa altro se non annunciare il disegno di salvezza di Dio, è come una roccia contro cui si infrangono le onde del peccato e della violenza dell’uomo.
La Chiesa è chiamata a riproporre in ogni tempo, di generazione in generazione, il progetto di Dio sull’uomo. Dio non ci ha creati perché ci facessimo guerra a vicenda e alla fine ci sottomettessimo al vincitore. Dio ci ha creati come figli a sua immagine e somiglianza perché costruiamo un mondo fraterno, un mondo di pace. Come ha scritto papa Leone nell’enciclica Magnifica humanitas, «la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo» (182). Sono parole forti. La mentalità del mondo ci porta a valutare la forza di un popolo e di un governo in base alla sua potenza economica, militare, al suo progresso tecnologico e di tutto questo ci si può inorgoglire fino a perdere il senso del limite e della misura. Papa Leone ci invita ad adottare un altro criterio, quello della «maturità morale» dei popoli e soprattutto dei governi. I cittadini sono esortati a fare questo esame di coscienza, a giudicare ciò che sta avvenendo sulla base dei principi fondamentali dell’umanità. Tutti coloro che sono davvero impegnati nel difendere l’uomo, la sua dignità, la sua libertà, il suo vero progresso, troveranno sempre nel vangelo di Gesù e nella sua Chiesa ispirazione, sostegno e alleanza. Lo Spirito di Dio ci riunisca e faccia di tutti gli operatori di pace una forza capace di contrastare la cultura della potenza e costruire insieme la civiltà dell’amore.
