il portale della Chiesa Pisana

Omelia per il Giubileo degli operatori della carità

(Ez 47, 1-2.8-9.12; Sal 45 (46); 1Cor 3, 9c-11.16-17; Gv 2, 13-22)
Festa della Dedicazione della Basilica lateranense Cattedrale di Pisa 8 novembre 2025

Carissimi, la Provvidenza ha voluto che il vostro Giubileo coincidesse liturgicamente con la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense. Penso che difficilmente avrei pensato di collocarlo in questa ricorrenza, se fosse toccato a me sceglierne la cornice liturgica. E invece, riflettendo sulla Parola di Dio che abbiamo ascoltato, trovo tante ragioni che mi convincono della sapienza di questa apparente coincidenza.

Nella festa del tempio, in effetti, tutto ci parla di superamento dei confini del tempio, di incapacità del tempio a contenere il mistero del Dio vivente. A cominciare dalla prima lettura, la visione di Ezechiele, che condotto alla soglia del tempio, non entra in esso, ma vede l’acqua uscire dal tempio, un rivolo che si va ingrossando fino a diventare “un torrente che non si poteva passare a guado”. Per un carmelitano scalzo come me è inevitabile pensare a una frase di santa Teresa di Gesù Bambino: “Oh Dio, il Tuo Amore mi ha prevenuta sin dalla mia infanzia, è cresciuto con me ed ora è un abisso di cui non posso sondare la profondità”. Il fiume che straripa dal tempio è l’incontenibile sovrabbondanza del dono di Dio, un dono che diventa infinitamente grande poiché Dio giunge fino a donare se stesso.

Il vangelo di Giovanni ci presenta la scena di Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. Perché questo gesto violento di Gesù che con in mano una frusta mette in fuga pecore, buoi e colombe, rovescia i tavoli e getta a terra il denaro dei cambiavalute? Contrariamente a ciò che spesso si dice, l’intenzione di Gesù non è quella di purificare il tempio, quasi per ristabilire una purità rituale, della quale peraltro Gesù ha mostrato di avere una concezione ben diversa da quella della Legge. Gesù piuttosto compie un gesto profetico che annuncia il crollo del tempio. Non tanto la sua distruzione materiale ad opera dei Romani, che avverrà qualche decennio più tardi, quanto la fine della sua funzione mediatrice tra Dio e il suo popolo. Gesù dichiara che è finito il tempo dei sacrifici di buoi, pecore e capri. Ora c’è un unico sacrificio che viene offerto al Padre ed è il sacrificio dell’Agnello immolato sulla croce e resuscitato nel giorno di Pasqua. Il luogo di quest’unico sacrificio non è più lo splendido edificio dalle belle pietre, ma il corpo del Figlio dell’uomo, la sua carne ferita, il suo sangue versato per dare vita al mondo.

Fatti membra del suo corpo, ciascuno di noi diventa luogo di offerta del sacrificio pasquale di Cristo. Ce lo ha ricordato nella seconda lettura san Paolo: Fratelli voi siete edificio di Dio, tempio di Dio. Da edificio sacro, che nella sua stabile maestosità simboleggia la presenza di Dio nella storia, di fronte al quale l’uomo si pone in atteggiamento di umile reverenza, il tempio assume le fattezze della persona umana. L’uomo stesso diventa il tempio che ospita un Dio fattosi dono, fattosi Spirito Santo, capace di abitare nell’interiorità di ciascuno di noi. In questo senso il tempio non è qua o là, “né su questo monte né a Gerusalemme”, ma è dovunque lo Spirito venga da abitare.

Acqua che irriga la terra, corpo di carne umiliato e rialzato, Spirito che santifica la nostra dimora terrena: sono queste le immagini che la Parola di Dio ci suggerisce per descrivere il tempio che è la Chiesa. Per costruire un edificio di questo tipo c’è bisogno di operai e di materiali diversi da quelli che si impiegano per costruire le nostre case, i nostri edifici profani. Il tempio della Chiesa si costruisce con la carità e ha bisogno di operai della carità, ha bisogno di voi, delle vostre mani, ma soprattutto dei vostri cuori. È un edificio solido ma non della solidità della pietra, bensì di quella delle relazioni fedeli. È un edificio accogliente, ma non come un albergo, bensì come un abbraccio che perdona e benedice. È un edificio che vale tanto, ma non in termini monetari, bensì del valore incalcolabile dell’offerta di sé all’altro.

Questa Chiesa di pietra in cui stiamo celebrando è magnifica, di un’incomparabile bellezza e armonia, e tuttavia è solo il segno di una bellezza più vera e più duratura, quella della Sposa di Cristo. È la Chiesa che è il corpo di Cristo, un corpo che per amore si fa pane che nutre, bevanda che disseta, mano che sostiene, soffio che rianima. Abbiamo bisogno di questo edificio di pietra, di tornarci spesso per ricordarci del nostro cammino. Abbiamo bisogno di un tempio e di una comunità a cui tornare e da cui ripartire per essere nella storia il tempio vivo di Dio, il fiume gonfio di acque che dovunque giunga risana e fa fiorire il deserto.