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Omelia di chiusura del Giubileo della speranza

(Is 52, 7-10; Sal 97 (98); Eb 1, 1-6; Gv 1, 1-18)
Festa della Santa Famiglia Cattedrale di Pisa 28 dicembre 2025

Carissimi, concludiamo oggi nella nostra diocesi l’anno giubilare 2025. Lo aveva inaugurato il 29 dicembre dell’anno scorso mons. Giovanni Paolo, che ne ha guidato le celebrazioni fino all’11 maggio, giorno in cui mi ha ordinato vescovo di questa diocesi. È stato per tutta la Chiesa un tempo di grazia, nel quale abbiamo sperimentato la consolazione del perdono, la benedizione dell’essere riuniti come popolo di Dio, la gioia del camminare insieme in un santo pellegrinaggio verso la speranza. Avevamo bisogno di essere rinvigoriti e rinnovati nella speranza cristiana ed è proprio questo, credo, il frutto più importante che questo Giubileo lascia nei nostri cuori e nelle nostre comunità. Le celebrazioni giubilari finiscono ma noi rimaniamo “pellegrini della speranza”. A una semplice considerazione dei fatti di cronaca, quest’anno si conclude più o meno come era cominciato, tra guerre di cui non si riesce a intravedere la fine, violenze, dichiarazioni minacciose da parte dei potenti di questo mondo, e grida silenziose dei poveri che aumentano, dei migranti che annegano, dei credenti che vengono perseguitati e uccisi. E tuttavia noi continuiamo a pellegrinare nella speranza.

Penso che, dopo un anno dedicato al tema della speranza, abbiamo imparato a distinguere tra la speranza del cristiano e le attese umane riguardo al futuro, di cui fanno parte i nostri progetti, le nostre previsioni razionali, ma anche le nostre paure e i nostri desideri. Al centro di queste attese, legittime e naturali per ogni essere umano, ci siamo noi, c’è il nostro Io che si proietta nel futuro e lo pensa, lo immagina e tenta di costruirlo con le forme e i colori del presente che sta vivendo. In fondo, la domanda dell’uomo riguardo al futuro è sempre più o meno la stessa: che cosa voglio e che cosa non voglio che mi accada nel futuro? Nel cercare di dare una risposta a questa domanda si può essere più o meno aderenti alla realtà, più o meno spaventati da timori eccessivi o entusiasmati da aspettative esagerate.

La speranza cristiana, invece, non ha al centro noi stessi, ma Cristo in noi e noi in Cristo. È la speranza che nasce dalla fede e, pertanto, vive e si sviluppa secondo la logica della fede nel Cristo risorto e vivo. Il Cristo vivente, che ha promesso di essere con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), ha un volto noto e uno ignoto. Il volto noto è quello che si è rivelato nella storia della salvezza che abbiamo vissuto, è il Gesù dei vangeli e della Chiesa fino ad oggi. È questo il fondamento solido su cui poggia la nostra speranza per il futuro. Senza la memoria viva del passato non ci sarebbe neppure speranza del futuro. Il contenuto della nostra speranza è quello espresso da san Paolo nella Lettera ai Filippesi (1,6), che riecheggia nella preghiera della Chiesa: «Colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù». Per questo è fondamentale ricordare l’opera che Dio ha cominciato in noi. «Ricorda, Israele» è l’esortazione che Dio rivolge spesso al suo popolo nell’Antico Testamento, ricorda il cammino che ti ha fatto percorrere, attraversando il deserto, liberandoti dalla schiavitù, facendo di te un popolo forte e numeroso (cfr. Dt 8,2 ss.).

Ma insieme a questo volto noto, che rischiamo spesso di dimenticare, distratti da tante immagini e idoli del mondo, ce n’è un altro ancora ignoto. Questo volto sta prendendo forma nel nostro presente: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19). In effetti, non ce ne accorgiamo perché siamo troppo concentrati su ciò che pensiamo, decidiamo, facciamo noi piuttosto che su ciò che Dio sta facendo in mezzo a noi. Per questo l’altro imperativo della speranza cristiana è: Vigila, sta’ attento ai segni di un nuovo che entra nella storia in modo discreto, in forme piccole e dimesse, che non richiamano l’attenzione dei mezzi di comunicazione. Non è facile riconoscere il nuovo, perché non corrisponde all’idea di novità che il mondo e noi stessi abbiamo in mente. È facile parlare di rinnovamento e tutti lo facciamo. Difficile è spiegare in che cosa consista questo rinnovamento, se non vuole essere un semplice aggiornamento alle mutate condizioni della storia. Dobbiamo scoprirlo passo dopo passo, vivendo con impegno il presente.

Il nostro presente si colloca tra memoria del passato e vigile attesa del futuro. È importante viverlo non come un frammento isolato, un segmento scollegato dal tutto, in cui l’unico imperativo è cercare in tutti i modi il benessere. La famiglia di Nazareth, di cui oggi celebriamo la festa, ci dà un chiaro esempio di che cosa voglia dire vivere il presente nella memoria del passato e nella speranza del futuro. È una famiglia in movimento, non comodamente installata nella sua dimora. I vangeli ce la descrivono costantemente in cammino: da Nazareth a Betlemme, dalla Giudea all’Egitto, dall’Egitto a Nazareth, da Nazareth a Gerusalemme. Giuseppe conduce la famiglia sulla strada che il Signore gli indica. Come Maria, anche lui ha rinunciato al suo progetto e si è messo a disposizione del progetto di Dio. Il loro progetto è di non avere progetti e di restare in ascolto della volontà di Dio. È la strada di Nazareth, il cammino della quotidianità, della verità semplice, fatta di lavoro e di preghiera, lontana dalla retorica dei grandi discorsi e dalle luci del mondo. Intanto, in questa atmosfera di silenzio e piccolezza «il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40). Man mano che il bambino cresce, Maria e Giuseppe si vanno ritirando e lasciano a lui tutto lo spazio. La speranza cristiana non è che questo: la crescita di Lui, del piccolo seme del Regno, nella quale la nostra diminuzione, la nostra obbedienza acquistano tutto il loro valore il loro senso. Incamminiamoci per questa via, con umiltà e fiducia. Non saremo noi a portare il Regno, ma il Regno porterà noi fino alla meta del nostro viaggio.