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Omelia del giorno di Natale

(Is 52, 7-10; Sal 97 (98); Eb 1, 1-6; Gv 1, 1-18)
Natale del Signore Messa del giorno Cattedrale di Pisa 25 dicembre 2025

Cari fratelli e sorelle, e c’è una celebrazione in cui siamo chiamati a vedere e a contemplare, più che a parlare e a dissertare è proprio il Natale. L’invito che l’angelo ha rivolto questa notte ai pastori è di andare a vedere un bambino, un neonato avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia. E i pastori rispondono dicendosi l’un l’altro: Andiamo dunque a vedere questo avvenimento. E per la verità il testo greco usa un termine che vuol dire piuttosto “parola” (rēma), una parola che non si limita a esprimere il suo significato, ma lo compie, lo realizza. Questo bambino, che agli occhi del mondo, il nostro mondo come quello dell’impero di Augusto, è un punto microscopico, debolissimo, bisognoso di tutto, di calore, di nutrimento, di affetto, proprio questo esserino insignificante è la Parola definitiva di Dio. È ciò che ci ha detto la seconda lettura, l’inizio della Lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo». Questo bambino è la Parola definitiva perché è la prima Parola pronunciata dal Padre al di fuori di sé, quella che ha creato il mondo, come ci conferma il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato: «tutto è stato fatto per mezzo di Lui». Ed è anche l’ultima Parola poiché è Lui anche l’erede di tutte le cose.

Eppure questa Parola non è in grado di parlare: è un infante, che può solo esprimersi con vagiti. La Parola definitiva, piena, non parla con parole, ma con tutto il suo essere, con il suo corpo stretto in fasce e adagiato in una mangiatoia. È lo stesso corpo che parlerà steso su una croce e inchiodato su di essa. Il crocifisso nelle sue ultime ore non parla, può a stento respirare e finalmente lancia un forte grido e spira. Ed è ancora lo stesso corpo che ci parla silenziosamente dalla mensa eucaristica, fatto cibo, fatto bevanda per noi.

Oggi più che ad ascoltare siamo chiamati a contemplare la Parola, a intenderne il suo linguaggio silenzioso, che ci tocca da carne a carne, proprio come un bambino appena nato cerca il contatto col corpo della madre e del padre. San Francesco inventò il presepe per consentire ai fedeli di “vedere la Parola fatta carne” e di ascoltarne il linguaggio fatto anch’esso gesto, contatto, tocco.

Tra i tanti cristiani che sono andati e hanno sostato davanti al segno c’è stato sant’Ambrogio, che – commentando il vangelo di Luca – lo ha decifrato in questi termini insuperabili:

«È affinché tu potessi diventare un uomo perfetto che Gesù volle essere un bambinello. Egli fu stretto in fasce affinché tu fossi sciolto dai lacci della morte. Fu nella stalla per porre te sugli altari. Venne in terra affinché tu raggiungessi le stelle, e non trovò posto in quell’albergo affinché tu avessi nei cieli molte dimore. Egli da ricco che era si è fatto povero per noi, perché diventassimo ricchi della sua povertà. Questa indigenza di Dio è dunque la mia ricchezza e la debolezza del Signore la mia forza. Ha preferito per sé le privazioni per donare in abbondanza a tutti. Il pianto della sua infanzia in vagiti è un lavacro per me, quelle lacrime hanno lavato i miei peccati». E conclude pregando: «Signore Gesù, sono più debitore ai tuoi oltraggi per la mia redenzione che non alla tua potenza per la mia creazione. Sarebbe infatti stato inutile per noi nascere, se non ci avesse giovato venire redenti».

AMBROGIO, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 2,41-42.

Questa Parola potente fatta debole carne in fondo dice solo una cosa: tu sei il Figlio di Dio. Proprio come abbiamo sentito nella Lettera agli Ebrei: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato». E ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio».

Sì, io sono tuo figlio, o Padre, e non vale l’obiezione che non lo merito, che non ne sono capace, che non ha senso dirlo perché sono un povero essere fatto di terra, un fragile vaso di creta, un filo d’erba che al mattino germoglia e alla sera avvizzisce. Dio si è fatto debole come te, perché tu diventassi figlio come Lui. In questo bambino io mi posso riconoscere. La mia debolezza, la mia caducità, la mia piccolezza e insignificanza sono diventate sue, e in questo modo si sono rivestite della sua forza, della sua grandezza, della sua pienezza. Se solo riuscissimo ad apprendere questa lezione che ci viene dalla stalla di Betlehem, come cambierebbe il nostro modo di stare sulla terra, come si riempirebbe di pace e di gioia la nostra condizione umana!

“Meraviglioso scambio”, dice la liturgia parlando dell’Incarnazione e un altro grande contemplativo, un mio confratello, san Giovanni della Croce, guardando la scena del Natale, la descrive con questi versi: «Maria con meraviglia guardava quello scambio: pianto dell’uomo in Dio e nell’uomo la gioia, cose fino ad allora a entrambi tanto estranee». Questo è un vero Natale, un vero presepe, una vera adorazione del mistero che oggi celebriamo.