(Ml 3, 1-4; Sal 23 (24); Eb 2, 14-18; Lc 2, 22-40)
Presentazione del Signore – Cattedrale di Pisa – 2 febbraio 2026
Quaranta giorni dopo il Natale la Chiesa celebra la festa della Presentazione di Gesù al Tempio. La presenza del Bambino Gesù insieme a Maria e a Giuseppe ci riporta ai racconti evangelici della nascita del Signore, ma nell’episodio della Presentazione c’è qualcosa di più, come un ulteriore approfondimento dell’Incarnazione. In effetti, non dobbiamo pensare all’Incarnazione come a un fatto puntuale, concluso con il concepimento di Gesù nel grembo di Maria e con la sua nascita. L’Incarnazione è un processo che si estende lungo tutta la vita terrena di Gesù. È l’assunzione non solo di un corpo, ma di tutto l’umano, pensieri, sentimenti, relazioni, azioni e passioni, fino alla consegna di sé nella morte di croce. Il racconto della Presentazione al Tempio secondo il vangelo di Luca contiene già diversi elementi che preannunciano il destino finale della missione terrena di Gesù, a cominciare dal luogo, il Tempio di Gerusalemme; l’atto di obbedienza e sottomissione alla Legge; la profezia di Simeone, che in modo enigmatico allude alla “contraddizione” che quel bambino provocherà e alla sofferenza che trafiggerà il cuore della madre, Maria. Tutto ciò però non conferisce al racconto una tonalità cupa. Il Tempio si riempie di luce per la presenza del Salvatore, del Messia che entra in esso, compiendo la profezia che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Gesù entra nel Tempio per offrire un’offerta gradita a Dio, ed è l’offerta di se stesso.
La presentazione di Gesù al Tempio adempie le prescrizioni della Legge mosaica, ma in realtà fa molto di più: non solo adempie la Legge, ma la porta a compimento e quindi la supera. Dio stesso riscatta i figli del suo popolo offrendo il suo Figlio unigenito. La Legge rivela allora il suo contenuto di amore radicale: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16). È di fronte a questa rivelazione che due persone pie e giuste comprendono che la loro lunga attesa è finita. Hanno visto la salvezza, hanno compreso che Dio li ama fino a questo punto, fino a farsi così piccolo da poter essere preso tra le braccia. Simeone e Anna non possono desiderare, né cercare niente di più grande, di più pieno e definitivo. Sì, «ora puoi lasciare, Signore, che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza». Non è una salvezza che cambia magicamente il mondo. Il mondo resta in cammino, pieno di contraddizioni, che anzi ora vengono svelate in modo ancora più acuto e stridente dalla rivelazione dell’amore di Dio. Ma Dio è in mezzo ad esse come luce che illumina, riscalda e purifica. Per questo poca fa abbiamo acceso le candele, per esprimere con un gesto fisico la concretezza della presenza del Salvatore in mezzo a noi.
Questa festa, da trent’anni ormai, è anche l’occasione per festeggiare la vita consacrata e ricordare la sua preziosa presenza e missione nella Chiesa. Mi pare che i consacrati e le consacrate si possano riconoscere nella scena della Presentazione al Tempio innanzitutto perché è una scena di incontro con Gesù, anzi di accoglienza di Lui, un’accoglienza che riempie il cuore fino all’orlo. È un’accoglienza reciproca: prendere Gesù in braccio è il riflesso di un altro abbraccio, precedente e originario: quello con cui il Padre ci ha abbracciati, ci ha fatto spazio nella sua vita trinitaria. La vita consacrata è prima di ogni altra cosa questo: testimonianza di un abbraccio ricevuto e offerto. È per vivere fino in fondo questo abbraccio che abbiamo fatto i voti di castità, povertà e obbedienza, perché non vogliamo che nulla si frapponga fra noi e Dio, nulla possa rendere questa comunione meno salda e completa.
Se è così, allora è vero anche che ogni religioso e religioso deve poter dire in ogni momento della sua vita, del suo cammino vocazionale: Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace. Siamo testimoni di una pienezza non solo promessa, ma sperimentata, di un compimento che ci ha raggiunti, senza nostro merito, senza che noi facessimo nulla per realizzarlo. Siamo testimoni della grazia e per questo possiamo e dobbiamo donarci in ogni momento con assoluta gratuità: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Se a questa gratuità si sostituissero i nostri calcoli umani, le logiche del dare e dell’avere, diventeremmo anche noi un’istituzione come tutte le altre, capace sicuramente di fare molte cose buone e utili, ma non più portatrice della luce e della gioia del vangelo. Che questa festa sia per tutti i consacrati e le consacrate l’occasione di ripartire da quel primo incontro, in cui il Signore è venuto a visitarci e ci ha chiesto di prenderlo tra le braccia. Ritroviamo l’entusiasmo di lasciare tutto, di avere le mani libere e il cuore svuotato per prendere Lui, per accogliere con gioia e amore il suo corpo fragile e luminoso!
