Toscana Oggi del 21 dicembre 2025
È Natale. Lo dice il calendario infallibilmente ogni 25 dicembre. Qualche calendario aggiunge, forse per scrupolo di maggiore precisione, Natale di Gesù o addirittura, con una affermazione più impegnativa, Natale del Signore. Perché in fin dei conti se di Natale si tratta, bisognerà pur celebrare la nascita di qualcuno. È nato, come sempre, un bambino, un figlio. Da qui il facile cortocircuito: Natale è la festa dei bambini e della famiglia. Che uno di essi sia stato tal Gesù di Nazareth è un dato storico, senza dubbio importante per la nostra cultura occidentale, per le nostre tradizioni artistiche e artigianali, dal presepe ai canti natalizi, ma sempre meno centrale nell’idea e nell’esperienza di Natale che la nostra società vive e comunica. Natale diventa allora «il sogno di una cosa» che non c’è nella realtà, ma che portiamo dentro di noi come desiderio di un mondo diverso, di un mondo fantastico. È il sogno di pace e serenità, mentre imperversano le guerre e le violenze; è il sogno della famiglia e della compagnia, mentre si sperimenta la solitudine; è il sogno dell’altruismo e del dono, mentre non si parla che di costi e ricavi. Un sogno meraviglioso, troppo bello e armonioso per poter durare più di un giorno, più che «da Natale a Santo Stefano», come siamo soliti dire. Perciò si parla della magia, dell’incantesimo del Natale, dal quale ci risvegliamo un po’ intontiti per riprendere la nostra vita feriale, magari calcolando quanto abbiamo speso come consumatori e quanto abbiamo guadagnato come produttori e venditori in questo tempo di feste.
Se le feste di Natale sono sogno, magia e fiaba, la nascita di Gesù che la fede cristiana celebra è l’esatto contrario. «E la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». La Parola, l’annuncio, la promessa, la legge, la preghiera si fa carne, persona concreta in carne e ossa, e viene a vivere in mezzo a noi, come uno di noi. Il fatto che Dio entri e abiti nella nostra storia è l’antidoto più efficace a ogni tentazione di evasione dalla realtà. Se Dio è stabilmente con noi, fatto uomo come noi, non possiamo più cercare la pienezza della vita, il suo senso, il suo compimento altrove. «Perché state a guardare il cielo?» dicono gli angeli ai discepoli di Gesù dopo la sua Ascensione. La direzione indicata ai discepoli è ritornare al luogo da cui sono partiti e da lì ricominciare. Il messaggio del Natale è lo stesso: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Nulla di nuovo, nulla di straordinario, un bambino nato in povertà, in circostanze disagevoli, lontano dalla città, nel freddo della notte. Ma quella realtà piccola, fragile, bisognosa di protezione e di nutrimento, è segno di qualcos’altro: «Questo per voi il segno». È il segno del cambiamento che è già avvenuto: la gloria di Dio si è manifestata, la pace è scesa come benedizione sulla terra. La gloria di Dio è ingresso nella storia degli uomini, la pace è scoperta che l’uomo è «amato dal Signore», nonostante i suoi peccati, le sue cadute, la sua malizia. San Giovanni della Croce esprime in pochi versi questo cambiamento radicale, cogliendo un particolare della scena della Natività: il bambino piange, come fanno tutti i bambini, mentre intorno a lui angeli e pastori cantano di gioia. La madre contempla questa scena con stupore perché vede qualcosa di completamente nuovo: «il pianto in Dio / e nell’uomo la gioia, / cose ad entrambi / finora così estranee».
Natale è un invito, un appello a ritornare nei confini dell’umanità, quelli in cui Dio stesso ha scelto di abitare. È dentro questo perimetro, e non sconfinando da esso, che Dio si fa trovare. Cercarlo altrove significa inseguire sogni, illusioni, miraggi. Se invece rimaniamo qui dove siamo, scopriremo com’è ampio, com’è libero, com’è luminoso questo spazio di carne in cui viviamo. Guardandomi in quel bambino, capirò quel che altrimenti non avrei mai potuto capire, e cioè che questa carne non è più solo mia, ma anche sua, carne di un Dio che l’ha assunta per sempre. E non vorrò più abbandonarla, sarò capace di resistere in essa fino a quando non vedrò questo povero segno diventare realtà di vita piena e immortale.
