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Omelia della Domenica delle Palme 2026

Cattedrale di Pisa 29 febbraio 2026

Carissimi,

Abbiamo ascoltato il racconto degli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme durante la festa di Pasqua, dall’ingresso trionfale fino alla morte in croce e alla sepoltura. È un lungo racconto che la liturgia ci consegna perché continuiamo a meditarlo nei giorni di questa settimana, la Grande Settimana dell’anno liturgico, che ci fa rivivere il mistero della nostra salvezza nella sua forma storica, seguendolo giorno per giorno, accompagnandolo passo dopo passo.

Una caratteristica di questo racconto è che da un lato la folla, i capi del popolo e in qualche modo anche le autorità romane riconoscono che Gesù è un uomo straordinario e interpretano questa straordinarietà in vari modi: è il profeta, il Figlio di Davide, il Cristo, il Re dei giudei. Quando Gesù entra in Gerusalemme lo accolgono con acclamazioni di lode di benedizione: Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Si stendono con reverenza mantelli e rami di ulivo al suo passaggio. Ma al tempo stesso il vangelo ci dice che «tutta la città fu presa da agitazione» e si domandava: «Chi è costui?». Questa domanda percorre tutto il racconto dell’arresto, del processo della passione e morte di Gesù. E man mano che questi eventi si svolgono si danno risposte diverse. Chi è costui? All’inizio è colui che viene nel nome del Signore, il profeta Gesù, colui che attendevamo come popolo, colui nel quale riponevamo la speranza di essere liberati, di riacquistare la nostra dignità, la nostra libertà di popolo di Dio. Ma poi prevale l’opinione dei capi: costui è un bestemmiatore, è colui che vuole distruggere il tempio e quindi, ben lungi dal restituire gloria e potenza a questo popolo umiliato dall’oppressione romana, è piuttosto colui che contribuisce alla sua distruzione. È uno che crea problemi tanto alle autorità religiose del popolo d’Israele, quanto all’autorità romana, è un uomo pericoloso, da eliminare.

Ma la domanda, anche dopo la condanna a morte, rimane. Ancora sotto la croce qualcuno gli dice, certo in tono di beffa e di provocazione: «Se tu sei figlio di Dio, scendi da questa croce e salva te stesso». Se tu sei il figlio di Dio… è come se ancora ci fosse un dubbio, un sospetto, un interrogativo aperto. E la risposta giungerà proprio perché Gesù non scende dalla croce e non si sottrae alla morte. La risposta alla domanda: chi è costui? la dà un pagano, il centurione che, vedendo in che modo era morto quell’uomo, esclama: «Davvero costui era Figlio di Dio». Non sappiamo che cosa per questo pagano significasse esattamente l’espressione “figlio di Dio”. Ma quello che colpisce è che vedendolo morire in quel modo, che di per sé è il modo peggiore in cui si possa morire, il modo più infamante per un romano come per un giudeo, un pagano esclami: quest’uomo era davvero Figlio di Dio. Non lo ha visto morire nella pace, serenamente come un eroe pagano o un filosofo stoico. Lo ha visto morire nell’abbandono, nel grido solitario di angoscia: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». E questa angoscia della morte di Gesù si trasmette a tutta la realtà che lo circonda, tutto il mondo è sconvolto, la terra e il cielo. Eppure questo sconvolgimento non parla di morte, ma di vita. Una nuova strada, un nuovo orizzonte si apre: il velo del tempio si squarcia, i morti escono dai sepolcri. In quella morte non c’è solo qualcosa che finisce. C’è soprattutto qualcosa di nuovo che inizia. Il centurione che dice: Davvero questi era Figlio di Dio, sta riconoscendo che quella morte sta cambiando la storia del mondo e ciò riguarda anche lui, per quanto estraneo, lontano e nemico. In Gesù che muore così anche quel soldato romano può riconoscersi, può sentirsi in qualche modo incluso nella sua morte, può sentire che quell’uomo misterioso è morto per lui. L’unica risposta vera alla domanda: chi è costui? si può dare solo quando io sono coinvolto come persona nella risposta. Io posso dire chi è costui solo dicendo chi è per me, che cosa la sua morte cambia nella mia vita, che cosa la sua persona cambia nella mia persona.

Fratelli e sorelle, se vogliamo celebrare per davvero questa Pasqua – san Paolo direbbe «con azzimi di sincerità e verità» (1Cor 5,8) –, portiamo nel cuore questa domanda: chi è costui per me? Per me che mi trovo dalla parte di chi lo crocifigge, come il centurione romano. Davanti al crocifisso non c’è peccato, non c’è cattiveria, non c’è violenza e ingiustizia del nostro mondo che non venga alla luce. È il giudizio della croce, che illumina e rivela, ma non è un giudizio di condanna, bensì di perdono e di salvezza. Solo questo fa scattare il riconoscimento di Gesù come il Figlio di Dio: la scoperta che Dio ha tanto amato questo nostro mondo, che Dio mi ha tanto amato da dare il suo unico Figlio per me.