Cattedrale di Pisa – 2 aprile 2026
Carissimi,
è la prima volta che celebro la Messa del crisma e forse per questo ne sento tutta la bellezza, ne percepisco la ricchezza, intuisco vagamente il profondo significato dei riti che in essa si svolgono. Tutto il popolo di questa Chiesa si stringe intorno al vescovo per fare memoria della sua consacrazione, della sua dignità di popolo sacerdotale. Nel vedervi qui riuniti mi vengono in mente le parole della Prima lettera di Pietro: «Voi – proprio voi, uomini e donne di questa terra, di questo mondo, di questa storia, con tutte le vostre povertà, difetti e mancanze – voi siete la gente che Dio si è scelta, un popolo regale di sacerdoti, una nazione santa, un popolo che Dio ha acquistato per sé, per annunziare a tutti le sue opere meravigliose. Egli vi ha chiamati fuori delle tenebre, per condurvi nella sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9).
Siamo stati condotti qui oggi, nella sua luce meravigliosa, luce che brilla negli olî che stiamo per benedire e consacrare e che, a loro volta, faranno brillare i volti delle persone che con essi saranno unti. È una festa di “luce meravigliosa”, ossia non naturale, non prodotta dalle nostre mani, ma luce divina, sorta dall’alto per diradare il buio delle nostre storie.
Mi viene in mente anche ciò che dice il Salmista nel Salmo 133: vivere insieme come fratelli è «come olio prezioso versato sul capo … perché là il Signore manda la benedizione e la vita per sempre». L’olio che ci consacra è un segno, ma di che cosa? Non di una dignità, di una eccellenza che ci innalza e ci separa dagli altri. È il segno di una fraternità preziosa, bella, dolce. È il segno di una chiamata a realizzare il progetto di Dio sull’umanità: fare di essa una sola famiglia, una sola cosa come lo sono il Padre con il Figlio e lo Spirito Santo. Siamo consacrati per la comunione, per la costruzione della comunità: ricordiamocelo sempre!
Lo so che non è facile costruire comunità, tessere legami, coltivare relazioni. Lo constatiamo ogni giorno e non solo nel divampare delle guerre guerreggiate, in una spirale di violenza che sembra non aver fine. Lo sperimentiamo tristemente nella banalità del male quotidiano, nell’impoverimento delle relazioni interpersonali, nella crescente incapacità di incontrare l’altro in carne e ossa, nella paura di affrontare la diversità, nel rifiuto di uscire da noi stessi e di crescere. È la realtà delle nostre città, delle nostre strade, delle nostre case, delle nostre scuole. A questi uomini e donne noi siamo mandati, per loro noi siamo consacrati. Sono questi i miseri a cui portare oggi l’annuncio di gioia, i cuori spezzati da fasciare, gli schiavi a cui proclamare la libertà, i prigionieri a cui dire: Venite fuori! Pensiamoci un attimo, mettiamo a fuoco i volti, gli sguardi di tanti ragazzi smarriti, di giovani scoraggiati, adulti induriti, anziani intristiti. È per loro che tra poco pregheremo il Signore perché l’olio degli infermi lenisca il dolore, l’olio dei catecumeni dia la forza di lottare contro il male, l’olio profumato del crisma conferisca la grazia ai fedeli, ricolmandoli dei doni dello Spirito.
Mi rivolgo in particolare a voi, fratelli nel ministero ordinato. «Conosco la vostra fatica» (Ap 2,2) e vorrei che non fosse ulteriormente aggravata da altri fardelli. Noi dobbiamo portare il peso di tanta gente che Dio ci ha affidato, anche di quella che non lo sa, che non si affida a noi, ma che a noi è affidata, al nostro amore, alla nostra preghiera, alla nostra cura. L’unico modo per portare questo peso senza esserne schiacciati è abbandonando altri pesi, altre zavorre inutili e dannose. Tra poco rinnoveremo le promesse sacerdotali dicendo che vogliamo «rinunciare a noi stessi». Ecco il primo peso di cui liberarci: se non ci spogliamo del nostro ego, se non rinneghiamo la logica del successo, dell’affermazione di sé, della soddisfazione dei nostri istinti di potere e di possesso, non avremo energie per occuparci dell’altro. Continueremo ad ascoltare la voce, l’eco del nostro io invece di aprirci all’ascolto dell’altro, del bisognoso che ti chiede aiuto, del confratello che ti offre la sua amicizia, del superiore che cerca di conoscerti e di instaurare con te un dialogo.
Esprimeremo anche la volontà di lasciarci guidare non da interessi umani, ma dall’amore per i nostri fratelli. È bello, ma estremamente difficile senza una continua conversione del cuore e della mente, senza morire a se stessi. Eppure quando ci lasciamo guidare dall’amore per l’altro, sperimentiamo una libertà, una leggerezza, che è il frutto dello Spirito che ha preso il posto del nostro Io.
E infine per due volte diremo che vogliamo essere “fedeli”: fedeli dispensatori dei misteri di Dio e fedeli ministri della parola di salvezza. Fedeltà è la virtù che spesso predichiamo alle coppie di sposi e che anche noi siamo chiamati a praticare. Essere fedeli vuol dire mantenere la rotta, continuare a remare nella stessa direzione anche quando il vento soffia in direzione contraria. Quanto volte Gesù ha lodato il servo che è rimasto fedele ai comandi del suo padrone! Oggi però la fedeltà sembra non essere più una virtù, ma piuttosto una costrizione, un atteggiamento rigido che ci impedisce di esprimere la nostra identità in perpetuo cambiamento. La fedeltà, invece, come la rinuncia al proprio ego e ai propri interessi, ha un effetto liberante. Non è una virtù statica, al contrario è la condizione di un autentico dinamismo. Nella fedeltà senti che pian piano cresci, che il solco che hai iniziato a scavare si va approfondendo, che non hai bisogno di ricominciare a scavare da un’altra parte. Vi auguro, cari confratelli, di poter dire anche voi, come Gesù nel vangelo che abbiamo ascoltato: «Oggi si è compiuta questa parola», ossia la parola della mia vocazione, quella con cui il Padre mi ha mandato a evangelizzare i poveri. Qualcuno sicuramente obietterà: Ma non sei tu il figlio di Giuseppe? Non sei un piccolo e povero essere umano, come noi? Sì, lo sono, come voi e più di voi. Ma non di me si tratta, bensì della parola che Dio ha pronunciato su di me. È questa la parola che oggi si compie nella mia carne e la consacra. Permettetemi allora di concludere con un invito: restiamo in quella parola che ci consacra, ascoltiamola fedelmente, approfondiamola, condividiamola. Le sfide del ministero oggi sono enormi, non potremo affrontarle se non saremo radicati insieme nella parola di salvezza, di cui siamo ministri. Maria, serva fedele della Parola, ci guidi e ci sostenga in questo cammino di ascolto e di assimilazione.
