Cattedrale di Pisa – 18 febbraio 2026
Carissimi, la liturgia della Chiesa ci invita oggi a entrare nel tempo di Quaresima. Vi prego, non pensiamolo come una serie di rinunce e penitenze, in cui mettere alla prova le nostre virtù ascetiche. Questo tempo, come ci ha detto san Paolo nella seconda lettura, è un tempo di grazia, è una opportunità che ci è donata: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!». E il profeta Gioele nella prima lettura ci ha ammonito: abbiamo bisogno di questo tempo per «ritornare al Signore con tutto il cuore». Forse non ce ne siamo accorti, ma ci siamo allontanati dal Signore, ci siamo dimenticai di Lui, lo abbiamo perso di vista, ancora di più: ci siamo ribellati a Lui.
Avviene tutti i giorni un poco, ogni giorno una piccola deviazione di rotta, un cedere a pensieri, parole, opere e omissioni che cambiano l’atmosfera della nostra vita, l’orientamento del nostro cuore, la direzione del nostro sguardo. A volte ci allontanano di più da Dio tante piccole e quasi impercettibili concessioni alla carne e al mondo di quanto non faccia un peccato grave, che riconosciamo come tale e del quale finiamo col pentirci e chiedere perdono. Sono le piccole concessioni al male, una parola cattiva, un giudizio temerario, un pensiero negativo, un indulgere alla pigrizia, quando ci sarebbe bisogno di darsi da fare: sono questi i passi che ci fanno deviare dal cammino della vita, che ci rubano la forza del nostro essere in Cristo, della nostra fede, speranza e carità.
Che cosa ci chiede il Signore Gesù nel vangelo che è stato proclamato? Gesù ricorda le tre opere di pietà caratteristiche del pio israelita: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. È quello che noi possiamo fare con le nostre forze e questo impegno non deve mancare. Non sarebbe giusto, non sarebbe vero spiritualizzare tutto e dire che non sono le opere che contano, che Dio non sta a contare i nostri digiuni, le nostre preghiere e le nostre elemosine. Le opere sono necessarie perché non siamo puro spirito, siamo fatti di carne e ossa, di spazio e tempo e, pertanto, non è lo stesso se la realtà materiale di cui siamo fatti la riempiamo di affari e occupazioni mondane o riserviamo uno spazio alla cura della relazione con Dio, con noi stessi e con il nostro prossimo. In effetti, preghiera, digiuno e elemosina non sono semplici opere esteriori, esercizi di pietà o di penitenza. Sono le modalità con cui ci prendiamo cura delle relazioni fondamentali che costituiscono il nostro essere. La Quaresima è il tempo in cui ci è chiesto di fermarci, di sostare in preghiera, in digiuno e in elemosina, un tempo in cui ci svuotiamo, freniamo la nostra tendenza a riempirci di cose e di attività per vedere con chiarezza chi è Dio, chi sono io, chi è il fratello e la sorella che mi sta accanto. Pregare è stare davanti a Dio e alla sua Parola, digiunare è stare davanti a me stesso nella mia verità e povertà, fare elemosina è stare davanti all’altro uomo nel bisogno che ha di me.
Per Gesù queste opere sono importanti, necessarie e ce ne ha dato l’esempio con la sua vita. Ma non meno necessario è compierle nel modo giusto, perché non diventino anch’esse l’ennesima affermazione del nostro egocentrismo, di quel sottile culto di noi stessi che riesce a insinuarsi anche nelle azioni e nelle intenzioni apparentemente più sante. Dobbiamo pregare, digiunare e fare misericordia come lo ha fatto Gesù. Gesù stesso, nel vangelo di Matteo, ce lo spiega con due parole rivelatrici: «il Padre tuo» e «nel segreto». Sono come le coordinate entro cui si colloca il nostro piccolo e povero impegno umano: davanti al Padre e nel segreto. Il segreto è il luogo nascosto, il livello più profondo del mio essere in cui sono nella mia verità nuda, senza additivi, quella a cui il Padre guarda da sempre con amore misericordioso. Di questa verità profonda spesso io sono immemore, non ne comprendo il valore, vivo come se non ci fosse altro che lo strato superficiale, visibile della mia persona, quello esposto allo sguardo e al giudizio degli altri, e di questo soltanto mi occupo e mi preoccupo. Se la Quaresima non ci aiuta a rientrare dentro di noi, ad aprire la porta della stanzetta più remota della nostra anima e a stare lì davanti a Dio, che è mio Padre, non serve celebrarla.
Le nostre preghiere, i nostri digiuni, le nostre opere di misericordia nello spirito della Quaresima non sono che i passi che ci riconducono sulla via della verità e della santità, da cui ci eravamo allontanati con quei passi di cui parlavo prima: i passi quotidiani delle nostre parole inutili e superficiali, dei nostri giudizi impietosi, dei nostri desideri vani, dei nostri bisogni artificiali. Se vogliamo davvero ritornare al Signore «con tutto il cuore», recuperiamo il nostro cuore, liberiamolo dalle dipendenze che lo imprigionano, svuotiamolo delle cianfrusaglie di cui lo abbiamo riempito. Allora ci sarà per noi uno spazio segreto in cui poter vivere la relazione con il Padre, in cui riscoprirci figli da lui amati e capaci di amare.
