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Omelia alle Ordinazioni Presbiterali

Cattedrale di Pisa 20 giugno 2026

            Carissimi fratelli e sorelle,

            Quale immenso dono ci fa il Padre oggi con l’ordinazione presbiterale di don Francesco e don Roberto! Il Signore ha volto lo sguardo su di noi, sulla nostra povertà e ha esaudito le nostre preghiere. Ci ha donato questi suoi figli, li ha scelti e messi da parte perché fossero totalmente consacrati al servizio della Chiesa, all’edificazione della comunità, alla crescita umana e spirituale dei loro fratelli e sorelle.

            Noi celebriamo oggi innanzitutto l’iniziativa di Dio, la sua libera scelta, la sua infinita misericordia. Forse qualcuno si chiederà: perché proprio Francesco e Roberto sono stati scelti per questo ministero? Chi li conosce bene, i loro genitori, i loro fratelli e amici potranno certamente elencare tante ragioni, tutte vere e fondate. Ma alla fine nessuna di esse, e neppure la loro somma può spiegare il sì che stanno per pronunciare. Anzi, i vari sì con cui risponderanno alle domande che rivolgerò loro tra poco, domande impegnative, esigenti, che chiedono non qualcosa, ma tutto. Tanti sì che per farsi carne e storia vissuta hanno bisogno di altrettanti no, a cominciare dal primo impegno: «esercitare per tutta la vita il ministero sacerdotale nel grado di presbiteri, come fedeli cooperatori dell’ordine dei vescovi nel servizio del popolo di Dio, sotto la guida dello Spirito Santo». Il ministero lo si esercita servendo e collaborando sotto la guida dello Spirito Santo. Ma allora bisogna rinunciare a pretendere di dominare sugli altri, come insegna Gesù nel vangelo che abbiamo ascoltato; bisogna anche accettare di non camminare da soli, perché il presbitero è collaboratore del vescovo e, se si immaginasse di fare a meno della relazione con lui, entrerebbe in contraddizione con la missione che gli è stata affidata. E tutti, vescovo, presbiteri e laici, siamo sotto la guida dello Spirito Santo, alla quale dobbiamo restare costantemente attenti se non vogliamo smarrire la strada.

            Carissimi Francesco e Roberto, il ministero che state per ricevere è fatto di tanti compiti, di tanti servizi, di tanti impegni. Ognuno di essi sarà l’occasione per spogliarvi un po’ di più di voi stessi, di lasciarvi espropriare per diventare proprietà di Dio, per essere «sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote», secondo le parole della liturgia di ordinazione. Ricordo le parole che papa Leone pronunciò poco più di un anno fa nell’omelia della prima messa che celebrò come successore di Pietro, quando disse che «impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità [è] sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo».

            Io chiedo per voi la grazia di vivere fino in fondo questo mistero: diventare – come ci ha detto Paolo nella seconda lettura – il riflesso della luce che splende sul volto di Cristo. Se voi non annuncerete voi stessi, ciò che viene da voi, ma ciò che avete ricevuto da Gesù Cristo, il vostro ministero sarà fecondo, sarà generatore di vita. Siamo perfettamente coscienti che portiamo il tesoro della Parola e del Pane di vita in vasi di creta, ma è proprio questo che rivela che questa potenza di vita non viene da noi, ma da Dio. Crediamo in questa potenza tanto più fermamente quanto più acutamente sentiamo la nostra incapacità, la nostra debolezza e fragilità. Lasciamo che – come dice Geremia – il Signore metta «le sue parole nella nostra bocca». Se riusciremo a stare umilmente e fiduciosamente nella nostra povertà, la ricchezza e la potenza della grazia di Dio non troverà ostacoli per operare e trasformare il mondo.

            Quello che stiamo per celebrare non è l’assegnazione di un incarico, l’abilitazione a svolgere determinate mansioni, l’investitura a esercitare un potere sacro nella Chiesa. Noi celebriamo un sacramento, cioè il mistero di un Dio che continua a donarsi a noi e, come seme gettato nella terra della nostra esistenza, cresce e si sviluppa, nella misura in cui gli lasciamo spazio e lo coltiviamo con cura giorno dopo giorno. Viviamolo, vivetelo così: come una realtà viva che viene ad abitare in voi, di cui voi siete i fortunati custodi. A volte vi farà male, la sentirete pesante, opprimente, ma è così che essa entrerà sempre più in profondità nel vostro cuore e nelle vostre viscere. E scoprirete che ciò che si sta spezzando in  voi non siete voi, non sono le vostre membra, ma le catene che le tengono prigioniere; ciò che sta morendo non siete voi, ma quell’io di carne, incapace di credere, di amare e di sperare. Sapete che dovrete andare controcorrente, che il mondo intorno a voi vi suggerirà di ribellarvi, di opporvi a questa mortificazione dell’io. Per questo sarà importante restare uniti e aiutarci reciprocamente. Non sarete soli: la Chiesa a cui vi donate, si dona a voi e vi sarà al fianco ora come madre e padre, ora come maestra, ora come fratello e sorella.

            L’eucaristia che celebrerete quotidianamente sarà il segno inconfondibile di questa vostra nuova condizione, l’immagine viva di ciò a cui le vostre vite sono chiamate: essere prese, benedette, spezzate e date in memoria di Lui.