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Omelia alle esequie di don Antonio Pieraccini

Duomo di Barga 9 aprile 2026

Il caro don Antonio è stato chiamato dal Padre proprio nel giorno di Pasqua, questo lungo giorno liturgico che è l’Ottava di Pasqua in cui continua liturgicamente lo stesso grande giorno di Pasqua. Abbiamo così il privilegio di poter celebrare questa eucaristia con la gioia, la fede, la luce della Pasqua.

Io credo che ogni celebrazione per i defunti dovrebbe avere nella Chiesa questa tonalità. Mi piace particolarmente il colore bianco e non il viola, perché noi crediamo nella Risurrezione, noi crediamo nella vita, noi sappiamo che la morte non è l’ultima parola, e dunque anche se c’è il dolore della perdita e del lutto, nella nostra celebrazione della fede deve sempre comunque prevalere la dimensione della Risurrezione e della vita.

Gesù, nel Vangelo (Lc 24, 35-48), incontrando i discepoli che certamente sentivano un forte dolore per l’assenza del Maestro, li rassicura e dice loro: “Perché siete turbati, perché sorgono dubbi nel vostro cuore?”

Sono parole che ci raggiungono in profondità, perché certamente anche nel nostro cuore, di fronte alla morte, alla morte di una persona cara, c’è turbamento e sorgono dubbi.

Dov’è? Dove è finito? Dove è adesso?

Non lo vediamo più, non sentiamo più la sua voce

La risposta di Gesù è interessante. Non dice: “Guardatemi negli occhi, vedete che ci sono”, ma dice: “Guardate le mie mani e i miei piedi, cioè guardate le mie ferite”. Guardiamo il corpo che porta in sé i segni della morte, della fatica, di un cammino percorso durante tutta l’esistenza, con tutte le vicissitudini che ogni esistenza comporta, in particolare quella di Don  Antonio.

Guardate questo corpo umiliato nella morte, ma in esso riconoscete il Risorto!

Ecco ciò che ci chiede il Signore Gesù: abbiate il coraggio di guardare la morte con occhi di Pasqua, di guardarla in profondità fino a scorgere in essa  la vita, la vita nuova, la vita vera, la vita piena,  quella a cui tutti aspiriamo, quella che certamente Don Antonio tante volte avrà meditato, avrà chiesto e avrà predicato durante il suo ministero.

In questo Vangelo molto attento alla psicologia  dei discepoli si dice anche un’altra cosa, alla precedente, quasi opposta ai dubbi e al timore di prima: “Per la gioia non credevano”. Forse  di fronte a questo annuncio di Pasqua, a questo annuncio della vita risorta, gloriosa, che noi facciamo in presenza della morte, c’è come un pensiero che sorge spontaneo in noi: “È troppo bello per essere vero!” C’è una gioia che ti impedisce di credere, che ti fa dire: “Magari fosse così!” È l’incapacità di credere perché ci sembra una prospettiva troppo bella, troppo straordinaria, perché sia vera. È la nostra difficoltà  ad accogliere una prospettiva  così alta, così “mirabile”. Mirabile  è l’aggettivo che abbiamo sentito nel salmo responsoriale: “Come sono mirabili le tue opere Signore!” È ciò che dice il salmista: Come è grande l’uomo! È fatto di tante fragilità, di tante cadute, eppure Tu lo hai fatto poco meno di un dio. Ma se è così grande, se è l’opera più bella, più buona che è uscita dalle mani di Dio, dalle mani del Padre,  come potrebbe il Padre lasciare che finisca nel nulla?

Finalmente Gesù istruisce i suoi discepoli, con un cammino che in realtà è quello che noi percorriamo anche ora in tutte le celebrazioni eucaristiche. Per credere in questa vita del Risorto, abbiamo bisogno di due cose: ascoltare la Parola delle Scritture e aprire la nostra mente per comprenderle. Ascoltare la Parola che è stata proclamata e aprire il cuore perché entri davvero in noi, ci rischiari, illumini le profondità della nostra anima, occupi in qualche modo la nostra interiorità e quindi sia essa a farci vedere il lato della vita, non rivolto verso la terra, ma verso Dio, e perciò sempre illuminato dal sole della sua grazia.

Oltre a questo, il mangiare insieme. Può risultarci un po’ strano che il Risorto chieda: “Avete qualcosa da mangiare?”, come se il Risorto potesse aver fame. In realtà la fame del Risorto è fame di comunione con i suoi discepoli, è fame di amore, è dimostrazione che è veramente con loro, così come lo è stato durante tutto il tempo della vita terrena e come ha mangiato con loro tante volte, Questa comunione non si è interrotta, continuerà fino alla fine dei tempi.

In questa ordinarietà, in questa ferialità, in questo mangiare insieme un po’ di pesce abbrustolito, in piccole cose quotidiane brilla lo splendore della gloria del Risorto. Allora accompagniamo il nostro carissimo Don Antonio con il cuore aperto, aperto alla comprensione delle Scritture, con questa esperienza che il Signore ci regala, della Sua presenza in mezzo a noi e della  comunione che il Padre vuole continuare ad avere con noi in Cristo Gesù.