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Omelia al Pontificale di Pasqua 2026

Cattedrale di Pisa 5 aprile 2026

Carissimi,

            Siamo giunti alla luce del nuovo giorno, il giorno della risurrezione. È il giorno dopo il sabato, l’ottavo giorno. Dunque il sabato non è più l’ultimo giorno, come nella settimana della creazione. Un giorno nuovo spunta dopo il sabato. Il giorno dopo il vuoto e il buio del sabato è il giorno in cui “si fa ritorno”. Timidamente, alle prime luci dell’alba, alcune donne, la Maddalena secondo il vangelo di Giovanni, ritornano alla tomba. Non è ben chiaro perché vi ritornino: vogliono ungere ferite? Completare riti che non si sono potuti compiere? Vogliono semplicemente rivedere il volto del Maestro amato per l’ultima volta? È un gesto le cui motivazioni sfuggono alla ragione. Sono ragioni del cuore, del desiderio, e forse per questo le donne sono le protagoniste di questo ritorno, con la loro tenerezza, con le loro ragioni del cuore. Lui è là, pensano. Non importa che il sepolcro sia chiuso da una pesante pietra: qualcuno o qualcosa la farà rotolare, sarà la forza dell’amore, la forza del dolore, la forza della preghiera…

            Ma Lui non è là. La tomba, da luogo di custodia della morte, di memoria della perdita, si trasforma in grembo che genera alla vita. Lui non è là: si è rialzato, si è rimesso in cammino. È in Galilea, cioè all’estremità opposta della geografia e della storia del popolo eletto, là dove era cominciata l’avventura del Maestro di Nazaret. È là per precederci, perché di nuovo è Lui a indicarci il cammino e ad aprirci la strada.

            Le donne pensavano di onorare Gesù morto tornando al sepolcro e scoprono che non è questo il modo in cui Gesù vuole che lo cerchino, non è lì che il Signore le attende. Devono fare ritorno alle loro case, alle loro vite e ai loro cari, perché in essi, nella loro Galilea è il Signore Risorto. È là in una forma nuova, che non è immediatamente riconoscibile. Se il Crocifisso era quasi irriconoscibile, «tanto era sfigurato per essere di uomo il suo aspetto» (Is 52,14), il Risorto è irriconoscibile, tanto è configurato a noi il suo aspetto. Il Cristo Risorto è Lui stesso il giorno dopo il sabato, è lo spazio e il tempo di una vita nuova. Nuova non perché in essa ci siano cose nuove. Il vuoto del Sabato non viene riempito da cose nuove, nuovi riti, nuove strutture, nuove istituzioni, anche se purtroppo lo abbiamo troppo spesso riempito di tutto ciò. Il vuoto del sabato viene riempito dello Spirito del Risorto: il sabato vuoto, come Maria, si riempie di grazia.

            Accogliamo allora l’invito di Paolo nella seconda lettura: «Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2). Le cose di lassù in realtà non sono cose, sono il frutto dello Spirito: «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,23). Non sono sentimenti, emozioni, idee e neppure virtù acquistate con l’esercizio: sono frutti di vita nuova, grappoli pieni del tralcio innestato nella vite del Risorto.

            Risorgiamo anche noi con Cristo, rinasciamo alla sua vita! È una vita «nascosta con Cristo», che segretamente sentiamo circolare nelle vene, ardere nel cuore, come un’energia d’amore che ci rigenera, una speranza che ci rimette in cammino. Gesù ha voluto che la manifestazione esterna di questa vita fossimo noi stessi, sua Chiesa, sua comunità, suo popolo riunito nel suo nome. Dobbiamo allora cercare dentro di noi le orme di questa vita risorta, come i discepoli le cercano nel buio del sepolcro vuoto. Anche noi abbiamo bisogno di fare un cammino di crescita che ci faccia passare dallo sguardo esterno, che vede solo la pietra rimossa dal sepolcro, allo sguardo interno, che si china umilmente sul vuoto e lo esplora con attenzione. Con Pietro poi dobbiamo trovare il coraggio di entrare nel buio e nella strettoia del sepolcro per contemplare il sudario. E finalmente, con il discepolo amato, imparare a vedere senza vedere, cogliere la presenza dell’assente e ad essa affidare tutta la nostra vita. La Pasqua non è un punto di arrivo e di riposo. È l’inizio di un cammino di scoperta e di missione sui passi sicuri del Risorto.