Cattedrale di Pisa – 4 aprile 2026
Carissimi,
festeggiamo la Pasqua del Signore, cantiamo e suoniamo, accendiamo luci, orniamo la nostra casa di fiori per esprimere la gioia che questa festa suscita in noi. Facciamo festa, ma la Pasqua è molto di più di una festa. La Pasqua è un annuncio, la buona notizia di ciò che è avvenuto. In occasione delle feste noi ci facciamo gli auguri, ci auguriamo cose buone, ciò che ci fa piacere o che desideriamo. Invece l’anima, il cuore della Pasqua non è un augurio, è l’affermazione gioiosa di un fatto. È il dire l’uno all’altro: Fratello, sorella, Cristo è risorto, è veramente risorto. E su questo annuncio fondiamo la nostra vita. Qualcuno in modo suggestivo ha detto che la pietra rotolata dal sepolcro è divenuta la testata d’angolo su cui possiamo costruire la nostra vita di credenti, di uomini e donne della risurrezione. Non a caso al centro di questa Veglia pasquale siamo chiamati a ridire la nostra fede, a rinnovare le nostre promesse battesimali. Non ridiremo solo la nostra fede nel Cristo risorto, ma anche nel Padre creatore del cielo e della terra, e nello Spirito vivificante, che anima la vita della Chiesa, perché la risurrezione di Cristo è la chiave di volta di tutta la nostra fede. Se noi ci diciamo credenti, è perché crediamo in Cristo risorto.
Ma perché è così importante la risurrezione di Cristo? Che cosa significa che la nostra fede nasca e si fondi sull’annuncio di questo evento e non, per esempio, sull’affermazione dell’esistenza di Dio, di un’anima immortale e di una vita dopo la morte? Che senso ha credere che Gesù è risorto? Che cosa comporta per la nostra vita? Penso che non sia possibile vivere una fede adulta senza porsi queste domande e senza cercare risposte autentiche, che non sono mai facili o banali. Di fatto, le statistiche dicono che molti che si professano cristiani pensano la risurrezione di Gesù più come un simbolo di speranza che come un fatto realmente accaduto. La cosa non deve sorprenderci né scandalizzarci, ma piuttosto indurci a riflettere e ad approfondire. Non è affatto scontato pensare la risurrezione, non abbiamo termini di paragone che ci aiutino a comprenderla e a esprimerla in parole.
Le letture che sono state proclamate in questa Veglia ci indirizzano verso una intelligenza del mistero. La lettura del brano della Genesi ci suggerisce che la risurrezione è come la creazione, il brano del libro dell’Esodo ce la fa vedere come l’apertura di una strada nel mare, la profezia di Ezechiele ci dice che è come se il nostro cuore di pietra fosse sostituito con un cuore di carne, capace di accogliere lo Spirito. Tre immagini di una radicale novità: qualcosa che prima non c’era ora c’è: «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Is 43,19).
Ciononostante, nessuna di queste immagini dell’Antico Testamento è adeguata a esprimere la novità della risurrezione di Gesù. Infatti, c’è una sola esperienza visibile e constatabile della risurrezione e, paradossalmente, è la morte. Se si staccasse la risurrezione dalla morte, si cadrebbe immediatamente nel mito o in un simbolo della sopravvivenza dell’uomo nella memoria, nell’affetto dei suoi cari o nella prosecuzione della sua opera. La risurrezione, invece, è l’altra faccia della morte, non è vita dopo la morte, ma vita nella morte in quanto la morte è accolta da Dio. Alla parola di morte pronunciata dall’uomo sull’uomo Dio risponde con la parola di vita pronunciata sul Figlio: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11). La risurrezione non ha testimoni oculari, avviene nella notte. Ciò significa che avviene nel segreto del rapporto tra il Padre e il Figlio: nel momento in cui il Figlio si consegna al Padre, il Padre lo accoglie nella sua morte, le fa spazio nella sua vita divina. Nel Verbo, dice il Prologo del vangelo di Giovanni, «era la vita». Ma del Verbo fatto uomo e abbassatosi fino alla morte di croce, possiamo dire che in Lui, in Gesù Cristo è anche la nostra morte trasformata in vita risorta.
C’è un solo modo per fare esperienza della risurrezione ed è quello che Paolo ci ha indicato nel brano della Lettera ai Romani che è stato proclamato: morire con Cristo, essere sepolti con lui nella morte «affinché anche noi possiamo camminare in una vita nuova». Non si tratta di una comprensione intellettuale, gnostica. Si tratta di essere intimamente uniti a Lui, come avviene nel sacramento del battesimo. Ma ciò che avviene per grazia in un attimo, dovrà avvenire di nuovo per esperienza durante tutta la vita. Forse allora è proprio qui il significato più vero e più profondo della risurrezione: la risurrezione è ciò che per tutta la vita cerchiamo, il dono che abbiamo ricevuto e che non riusciremo a gustare e a fare nostro fino a quando non coinciderà con il nostro essere, con il nostro vivere. Fino a quando non potremo dire come san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20)
