il portale della Chiesa Pisana

Omelia alla liturgia del Venerdì santo 2026

Cattedrale di Pisa 3 aprile 2026

Carissimi,

            ieri abbiamo contemplato il corpo di Gesù fatto cibo di vita e bevanda di salvezza per noi. È un corpo che vive di una vita al di là dei limiti dello spazio e del tempo propri della nostra condizione terrena. Oggi, invece, quel corpo lo vediamo nella fisicità della sua carne, nel suo patire, nel pathos di tutte le membra e di tutti i sensi. È il venerdì della Passione del Signore. Umanamente non possiamo rimanere indifferenti davanti allo spettacolo di un uomo ingiustamente accusato, insultato, schiaffeggiato, denudato, inchiodato alla croce. E sorge anche in noi la domanda: Perché? Perché non si ribella? E soprattutto perché Dio suo Padre non interviene, non fa nulla per impedire che questa atroce ingiustizia sia perpetrata?

I vangeli, che ci hanno tramandato il racconto della passione di Gesù, in particolare il vangelo di Giovanni che abbiamo appena ascoltato, ci suggeriscono però un altro atteggiamento, un’altra prospettiva. Gesù è passivo, ma non si tratta di una passività inerte, di una resa incondizionata al male. Gesù lo dice esplicitamente a Pietro che cerca maldestramente di difenderlo con la spada: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?», e poco dopo lo ribadisce a Pilato: «Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei». Dalle poche parole che Gesù pronuncia durante il processo e la passione emergono dunque due protagonisti invisibili: il Padre e il mondo.

            Il Padre innanzitutto. Gesù è consegnato nelle mani dei crocifissori, ma chi lo consegna realmente non è né Giuda, né i capi del popolo, né Pilato. È il Padre e, pertanto, la consegna di Gesù, avvenuta nella forma storica di un tradimento e di una mostruosa ingiustizia, è in verità il compimento del disegno del Padre, a cui Gesù aderisce con tutto se stesso. È l’amore del Padre che dona il Figlio al mondo, ed è insieme il desiderio del Figlio di compiere la volontà del Padre e di amare i suoi fino alla fine. Ma perché l’amore del Padre deve passare per la morte in croce del Figlio? La teologia ha tentato di dare tante risposte a questa domanda, che hanno un grande valore. E tuttavia, mi pare che più che tentare di rispondere con argomentazioni razionali o spirituali a questa domanda, si tratta di accettare la realtà della storia di Gesù, in cui si rivela la verità di Dio e del mondo. Non a caso Gesù tenta di spiegare a un Pilato smarrito e perplesso di fronte a ciò che vede, che questo è il senso dei fatti che stanno avvenendo: «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Notiamo l’accortezza pedagogica di Gesù: col pagano Pilato non parla di Dio, non parla in termini religiosi. Gli parla della verità, anche se in modo inconsueto perché la verità non è per Gesù un concetto logico, che si applica a un’affermazione. La verità è ciò da cui si è: «chiunque è dalla verità». La verità è l’origine da cui proveniamo e alla quale tendiamo. Chiunque si colloca in questo cammino, in questa coscienza inquieta di chi sa di venire da una verità e di andare verso di essa, si apre all’ascolto della parola di Gesù, o meglio della sua voce. Si tratta, infatti, di una parola che non può essere pronunciata verbalmente. Gesù ha già detto tante parole e lo ricorda ai suoi accusatori: «Io ho parlato al mondo apertamente […] e non ho mai detto nulla di nascosto». Ma tutte quelle parole resterebbero incomplete e inefficaci, non cambierebbero la storia del mondo, se ora non giungessero al compimento nell’ultima parola, quella che san Paolo chiama «la parola della croce» (1Cor 1,18).

            Ciò che stiamo ascoltando questa sera è proprio questo, la parola della croce, che è fatta di silenzio da parte di Dio e di rumore del mondo, di immobilità del Cristo, inchiodato alla croce e chiuso nel sepolcro, e agitazione del mondo, di accettazione dell’uomo da parte di Dio e di rifiuto di Dio da parte dell’uomo. Le ultime parole brevissime di Gesù sulla croce sono l’unica espressione verbale della parola della croce: «Ho sete» e «È compiuto». L’una e l’altra richiamano la volontà del Padre: la sete di bere il calice del Padre e la constatazione che quella volontà ora si è compiuta, nel momento in cui Gesù «consegna lo Spirito». Tutto è compiuto perché ora tutto è consegnato nelle mani del Padre e niente e nessuno potrà strappare l’umanità dalle sue mani.

            Il vangelo di Giovanni ripete più volte che la morte di Gesù avvenne nel giorno di Parasceve, cioè nel giorno della vigilia, della preparazione del sabato e della Pasqua. È il nostro giorno, la verità di questo nostro giorno, giorno di croce, ma già abitato dallo Spirito e già irrorato dal sangue e dall’acqua scaturiti dal costato di Cristo. In questo giorno e in questa parola rimaniamo con Maria e il discepolo amato fino al giorno in cui la risurrezione diventerà il nostro giorno, l’ottavo giorno, dopo il sabato.