Cattedrale di Pisa – 2 aprile 2026
Carissimi,
la liturgia del Giovedì Santo è una sorta di introduzione al Triduo Pasquale, un portico attraverso il quale entriamo nel Venerdì della passione e morte del Signore, nel Sabato della sepoltura e nella Domenica di risurrezione. Questa messa, che ricorda l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli nel contesto della Pasqua ebraica, è una sorta di anticipo dell’evento della salvezza, della morte e risurrezione del Signore, una sua manifestazione nella forma sacramentale dell’eucaristia. Ogni volta che celebriamo l’eucaristia noi ritorniamo a quell’evento di salvezza e ne rendiamo presenta la sua forza salvifica.
La messa in coena Domini, in fondo, ci ricorda questo: che c’è un’eucaristia, un mistero sacramentale del corpo spezzato e sangue versato del Signore perché c’è una storia passata da cui il sacramento proviene e una storia che continua fino al suo compimento. Ogni volta che celebriamo l’eucaristia noi annunciamo ciò che è stato, proclamiamo ciò che è e attendiamo ciò sta per avvenire. È come se ogni eucaristia disegnasse un arco temporale che va da un passato a un futuro, nel quale il nostro presente trova il suo senso e la sua appartenenza.
È importante allora cogliere nella Parola di Dio che abbiamo ascoltato l’invito a leggere in una chiave storica il sacramento come memoria del passato, manifestazione del presente e tensione verso il compimento ultimo. Ciò ci aiuta a capire che Dio e la nostra storia non sono separati e che la storia dell’umanità non si limita a ciò che i nostri sensi percepiscono e la nostra ragione riesce a comprendere. La storia non è fatta solo dalle azioni dell’uomo. C’è una storia più grande, più ampia, che comincia con la creazione e termina con il giudizio finale. È la storia di Dio con l’umanità, nella quale la storia degli uomini si inserisce ed è costantemente salvata dal peccato, dalla morte, dal rischio di autodistruggersi. Per questo noi celebriamo l’eucaristia ogni giorno, per ricordare che la storia dell’alleanza con Dio continua e nessun peccato, nessun tradimento, nessuna guerra, nessuna catastrofe potranno mai spezzarla o annullarla. L’eucaristia esprime in gesti e fatti, nel pane e vino diventati corpo e sangue di Cristo, ciò che Paolo dice nella Lettera ai Romani: se Dio è per noi, nessuno potrà essere contro di noi, niente e nessuno potrà separaci dall’amore di Cristo.
Abbiamo sentito nella prima e nella seconda lettura il richiamo alla memoria del passato: «questo giorno sarà per voi un memoriale» e «fate questo in memoria di me». Non si tratta di un ricordo mentale, ma di una continuità con il passato che è all’origine della storia di cui noi facciamo parte. Senza quella notte di Pasqua, senza quello spezzare il pane e versare il vino noi non ci saremmo, non saremmo il popolo di Dio, non ci sarebbe una storia di Dio nella storia degli uomini. Celebrare la Pasqua significa per gli Ebrei riconoscersi figli di quei padri usciti dall’Egitto, celebrare l’eucaristia significa per i cristiani sedersi alla mensa con il Signore come i discepoli nell’ultima cena.
Che cosa è successo in quella notte e in quella cena? Nel linguaggio della Bibbia e della liturgia possiamo dire che è avvenuto un “passaggio”. «In quella notte io passerò per la terra d’Egitto». È il Signore Dio che è passato e ha salvato dalla schiavitù e dalla morte il suo popolo. Ed è ancora il Signore che passa, facendo passare tra i suoi discepoli il pane spezzato e la coppa di vino identificati con il suo corpo e il suo sangue. Ed è un passaggio anche quello di cui ci ha parlato il vangelo di Giovanni: Gesù, il Maestro e il Signore, che passa a servire i suoi discepoli, lavando loro i piedi come uno schiavo. Questo è il presente visto con gli occhi della fede, con gli occhi dell’eucaristia: il Signore passa nella forma del più piccolo, del più umile, ma anche del più necessario per la vita, come il cibo e la bevanda, come il servizio reso per amore.
E infine, la Parola di Dio ci parla di un futuro, di un orizzonte lontano, temporalmente indeterminato e tuttavia sicuro. Ci parla di un «rito perenne, di generazione in generazione», di un mangiare e bere fino al giorno in cui «egli venga», di un amare «fino alla fine». L’eucaristia, come la visione del profeta Abacuc, «attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà». È già il punto finale della storia, perché non si può immaginare un amore più grande, una comunione più piena, una trasformazione più definitiva. Ogni volta che celebriamo l’eucaristia, noi attestiamo che questo è il compimento della storia, questa è la meta alla quale tendiamo.
Contempliamo il mistero dell’eucaristia. Adoriamolo in questa notte. Scopriamo in quel pane, frutto della terra e del nostro lavoro, la materia povera e ferita della nostra storia che il Signore continua a prendere nelle sue mani, a benedirla, a spezzarla e a distribuirla come suo corpo offerto in sacrificio per noi.
