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Omelia per Tutti i Santi 2025

(Ap 7, 2-4. 9-14; Sal 23 (24); 1Gv 3, 1-3; Mt 5, 1-12a)
Cattedrale di Pisa 1 novembre 2025

Celebriamo la solennità di Tutti i Santi. Quest’anno lo facciamo nel contesto del Giubileo della speranza. Direi che se c’è una festa che più di ogni altra apre il nostro cuore a un orizzonte di speranza è proprio questa. Celebrare tutti i santi significa prima di tutto confessare, proclamare che Dio vuole non alcuni, ma tutti santi. Come leggiamo nel libro del Levitico (19,2): «Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo». Santi non perché perfetti, non perché eroi sublimi, ma perché così Dio ci vede e così ci ha pensati: santi come Lui è santo. Se la Chiesa dichiara ufficialmente alcuni uomini e donne santi, è proprio per ricordare a tutti che la santità è reale, è possibile, non è un ideale astratto di perfezione a cui si può guardare ma senza la pretesa di raggiungerlo. Il fatto è che non siamo noi a raggiungere la santità, ma è la santità che raggiunge noi e lo fa nei modi più diversi, più originali, più creativi. Come dice una preghiera che recitiamo durante la Veglia pasquale, «se fu grande all’inizio la creazione del mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra redenzione». Solo pensando alla grandezza della creazione universale, possiamo comprendere la grandezza ancora maggiore della santificazione universale.

Mi ha sempre dato molto da pensare un brano di san Paolo alla fine della Prima lettera ai Tessalonicesi (5,23-24). È un brano che conosco bene, perché lo si legge tutte le settimane nella preghiera di Compieta: «Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!». Paolo sta dicendo una cosa grandiosa, oserei dire esagerata: essere santificati interamente, in tutte le dimensioni del nostro essere, di cui noi conosciamo bene la debolezza, l’immaturità, la miseria. Come è possibile che questo avvenga? La risposta di Paolo è chiara e non lascia spazio ad alcun dubbio: È Dio che vi chiama ed egli farà tutto questo. La santità è ciò che fa Dio in noi. A noi spetta il compito di lasciarlo operare, di aprirgli le porte e di lasciargliele costantemente aperte perché possa venire a compiere la sua opera nelle nostre vite.

Questa fede in ciò che Dio farà parte, però, da ciò che Dio ha già fatto nelle nostre vite. Ce lo ha ricordato san Giovanni nella seconda lettura: noi già siamo figli di Dio e lo siamo realmente! Essere figli di Dio è la cosa più grande che ci possa capitare, siamo già partecipi della sua vita, siamo già in una relazione di intimità con Dio come Gesù lo era con il Padre. Il problema è che spesso lo dimentichiamo o ci limitiamo a dirlo con le labbra, ma non ci crediamo fino in fondo con il cuore, non siamo pronti a fondare la nostra vita su questa certezza di fede. Io sono figlio di Dio, ho Dio come Padre: è questo ciò che mi apre la strada alla santità. Se Dio è mio Padre, non mi lascerà solo, non permetterà che io mi allontani da Lui. Nessun padre degno di questo nome abbandona suo figlio, tanto meno lo farà Dio Padre. Se Dio è mio padre, non posso pensare di non somigliarli, non posso pensare che in me non sia già presente Lui stesso con la sua pienezza di vita e di amore, non posso pensare che ,se anche io non sono in cammino verso di Lui, Lui è da sempre in cammino verso di me.

Forse è proprio questa la chiave di lettura anche del vangelo delle beatitudini. È beato non chi pensa di essere ricco in se stesso, non chi è sazio, pieno, soddisfatto, ma chi sente il vuoto della povertà, dell’afflizione, dell’ingiustizia, della lotta. Beati voi poveri, voi affamati perché vi lascerete riempire da Dio e non dal mondo. Mi pare particolarmente significativa per la festa di oggi la beatitudine dei puri di cuore: beati i puri di cuore perché vedranno Dio. L’esperienza della santità può essere descritta proprio così. Su questa terra si può vedere Dio non con gli occhi, ma con il cuore, ossia con la parte più profonda della nostra persona, quella in cui avvengono le scelte fondamentali. Se questa parte è pura, ossia non è occupata, ingombrata da altre presenze, da altri affetti e desideri, Dio si lascia vedere. Ed è questo che ci lascia meravigliati e affascinati quando incontriamo una persona diversa, di cui ci sentiamo di dire: quest’uomo, questa donna è un santo. Perché percepiamo che per lui, per lei Dio è una presenza viva, concreta, di cui non può dimenticarsi neppure per un attimo. Forse ci sono stati momenti nella vita di ciascuno di noi in cui sono cadute le bende che tappavano i nostri occhi e in quel momento non abbiamo esitato, non abbiamo dubitato: Dio è qui, inseparabile da me e io ho senso, valore, pace solo in Lui. È il momento in cui incontriamo lo sguardo di Dio e ne restiamo illuminati. Essere santi non è che questo: restare in quella luce fino a diventare luminosi della stessa luce.