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Omelia per il Giubileo degli universitari

(Rm 8, 31b-39; Sal 108 (109); Lc 13, 31-35)
Cattedrale di Pisa 30 ottobre 2025

Carissimi, mi riempie di gioia il celebrare con voi, studenti e docenti, il Giubileo del mondo universitario. È l’occasione per ringraziare Dio dell’ enorme ricchezza che ha donato alla nostra città e alla nostra Chiesa con l’università. Mi sento particolarmente vicino a voi, perché anch’io ho studiato a Pisa, ho fatto parte di quella popolazione e di quella condizione studentesca, che oggi voi vivete. Ne ho condiviso la vivacità, la passione, la fatica, i progetti, le delusioni. E benché siano passati quasi cinquant’anni da quel periodo della mia vita non si è cancellato non solo il ricordo, ma l’impronta, l’impostazione che quella esperienza ha dato al mio modo di essere e di pensare. La formazione allora ricevuta è ancora viva e operante.

Il tempo dell’università è un tempo che ci trasforma, ci mette in discussione e ci obbliga tirar fuori tutte le nostre forze per superare non tanto gli esami del corso di laurea, ma le sfide che ogni giorno si presentano a un giovane che si prepara alla sua vita adulta. Quante scelte ogni giorno si è chiamati a fare! La scelta di essere se stessi ma insieme agli altri; di essere critici ma al tempo stesso fedeli alla nostra storia e alla nostra identità; la scelta di ascoltare, di cercare, di esplorare, ma anche di mantenere una rotta, una meta verso la quale dirigersi, che magari poi cambierà durante il cammino. È un periodo estremamente importante e proprio per questo estremamente delicato, in cui alle opportunità, alle occasioni di grazia si contrappongono i rischi di deriva, le tentazioni di fuga, di cedimento di fronte alla scoperta della complessità della vita e di noi stessi.

La parola di Gesù nel vangelo di oggi la sento indirizzata in modo particolare a voi. Ci ha detto Gesù: «È necessario che oggi, domani e il giorno seguente io prosegua nel cammino» (Lc 13,33). Erode cerca di spaventarlo, lo minaccia perché non vada a Gerusalemme e non porti a compimento la sua missione. Ma Gesù non si lascia sviare, non permette a nessun potente della terra di interferire nella sua relazione con il Padre. «È necessario» vuol dire che questa è la volontà del Padre e nessuna volpe di questo mondo potrà impedire che si realizzi.

Vorrei che una simile certezza di fede fosse anche in voi. Voi siete qui come studenti che iniziano a prendere in mano la loro vita e per questo si scontrano con una serie di difficoltà e di ostacoli nel mondo che vi circonda, ma anche nel vostro mondo interiore. È facile spaventarsi, anzi è normale che ci sentiamo impauriti, minacciati, a volte incapaci di reggere alla pressione della realtà in cui viviamo. Ma in tutto questo – mi verrebbe da dire con le parole di Paolo che abbiamo ascoltato nella prima lettura – «in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati» (Rm 8,37). Non siamo soli nella prova. La prova, il combattimento è proprio il luogo in cui per un verso sperimentiamo la nostra debolezza, per un altro ci abbandoniamo con piena fiducia alla forza del Signore che ci ha amati. Ed è questa la vera crescita, la vera sapienza del vivere, che non si può realizzare se non passando per il cammino in salita della paura, dell’ansia, del pericolo, per usare ancora le parole di san Paolo.

Carissimi, stiamo celebrando il vostro Giubileo, il Giubileo della vostra speranza. Certamente non è una speranza a buon mercato, fatta di espressioni consolatorie e di visioni rosee della vita e del mondo. È la speranza che non proviene dal basso e non si proietta in orizzontale. È la speranza di chi spera in ciò che non vede e non conosce, ma sa che esiste. È la speranza che viene dal mio Dio, dal Dio vicino, che si è già fatto sentire nella mia vita e tornerà a farlo tutte le volte in cui mi rivolgerò a Lui, perché nulla potrà separarmi da Lui.

Concludo con le parole di un grande santo intellettuale, che fu per qualche anno rettore dell’Università Cattolica di Dublino, John Henry Newman, che papa Leone sta per dichiarare Dottore della Chiesa. Newman ha riflettuto sull’idea di università e sulla sua missione educativa. Dagli studenti si attendeva non solo la passione per la scienza, ma la passione per la verità, che è qualcosa di più ampio, di più profondo, di più intimo della conoscenza scientifica. La separazione tra scienza e verità, tra studio e religione non corrispondeva al suo ideale di formazione dell’uomo, della persona nella sua interezza: «Non mi soddisfa che la religione sia di qua e la scienza sia di là, e che i giovani conversino tutto il giorno con la scienza, e alloggino con la religione la sera». In effetti, c’è una sola dimora per la scienza e per la religione, ed è la vita dell’uomo, il cuore dell’uomo vivente che cammina verso il pieno compimento della sua vocazione di figlio di Dio.