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Omelia della Messa in Coena Domini

Cattedrale – 1 aprile 2021

La parola di Dio che la liturgia della Cena del Signore ci fa proclamare e ascoltare, ci ha permesso di fare un viaggio attraverso secoli di storia: la storia del popolo di Israele e la storia del nuovo popolo di Dio che è la Chiesa. 

Il viaggio attraverso la storia di Israele prende origine da ciò che abbiamo sentito raccontare nella prima lettura tratta dal libro dell’Esodo (12,1-8.11-14): il passaggio degli Israeliti dalla schiavitù dell’Egitto alla Terra Promessa, e la salvezza che Dio assicura al suo popolo attraverso il segno del sangue dell’agnello immolato con il quale gli israeliti erano stati invitati a segnare gli stipiti e l’architrave della porta delle loro case. Un segno di sangue che diventa segno di salvezza attraverso l’offerta di un agnello. 

Abbiamo sentito come questo agnello immolato al Signore doveva essere consumato all’interno della famiglia: arrostito al fuoco con le erbe amare e pane azzimo. Un modo per ricordare poi nel tempo, negli anni, nei secoli ciò che era successo in quella notte di salvezza per Israele quando appunto nel sangue dell’agnello il popolo trova salvezza di fronte all’angelo sterminatore. 

C’è un comando che Dio rivolge al suo popolo: “questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore; di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”, non soltanto per ricordare qualcosa ormai passato, bensì per rendere di nuovo presente l’azione salvifica di Dio che continuava ad offrirsi al popolo di Israele. 

La parola “memoriale” che noi usiamo nel nostro linguaggio cristiano, non significa soltanto ricordare qualcosa del passato, ma attraverso un gesto rituale voluto da Dio, significa rendere di nuovo presente ciò che si ricorda, far sì che quell’azione di salvezza possa continuare attraverso i tempi e i secoli. Far sì che il rapporto di amore fra Dio e il suo popolo possa continuare a esercitarsi per il popolo di Dio di tutti i tempi in tutte le generazioni. 

E’ proprio nel contesto della cena pasquale, memoriale dell’azione salvifica di Dio, che si colloca l’Ultima Cena di Gesù che noi stiamo ricordando e celebrando stasera. E’ il Vangelo di Giovanni a ricordarcelo. 

Giovanni introduce il racconto dell’Ultima Cena (13,1-15), con la stessa modalità con cui i tre evangelisti sinottici introducono lo stesso racconto: “Gesù sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Gesù ama non solo fino all’ultimo momento della sua vita terrena, ma amò fino al compimento pieno e totale di questo amore. E sappiamo che la totalità e la pienezza dell’amore del Signore per noi sarà sanzionata dalla sua offerta sul Calvario. Non c’è più l’offerta di un agnello, come era nel rito antico, c’è Gesù che dona se stesso. 

Nel racconto di Giovanni dell’Ultima Cena, abbiamo ascoltato del gesto di donazione di Gesù che si compie nel lavare i piedi dei suoi discepoli che da compimento a quanto Paolo ci narra nella sua prima lettera ai Corinzi nel dono del suo corpo e del suo sangue nei segni del pane e del vino (11,23-26). Gesto che Giovanni non ricorda perché, come ho detto, Giovanni completa ciò che Paolo racconta, con il racconto del gesto della lavanda dei piedi. 

Che cosa era stato trasmesso nella primitiva generazione cristiana?  Ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso”. E qui Paolo avrebbe potuto dire: ho ricevuto il Vangelo, ho ricevuto il racconto dei miracoli, ho ricevuto il racconto della sua predicazione. No. “Nella notte in cui veniva tradito Gesù prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me”. E poi ancora il calice della nuova alleanza nel sangue di Cristo: “fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. 

E’ il contenuto più profondo di ciò che il Signore trasmette a Paolo Apostolo e Paolo trasmette ai suoi discepoli e trasmette a noi anche oggi attraverso la Chiesa. E’ il centro e il culmine della fede e della vita cristiana, ciò che noi stasera celebriamo: il Corpo di Cristo che è per noi, cioè donato per noi, offerto, sacrificato per noi, e il sangue di Cristo sparso per noi come segno di amore, come atto di amore per la nostra salvezza. 

Gesù ha comandato ai suoi di non lasciare questo fatto soltanto nel passato; “fate questo in memoria di me”, cioè: continuate questo gesto che io vi ho trasmesso. Ogni volta che bevete questo calice fate questo in memoria di me. Ecco il memoriale. 

Celebrando l’Eucaristia non facciamo soltanto un ricordo di qualcosa che è avvenuto ormai tanto tempo fa, perché ciò che è avvenuto tanto tempo fa, misteriosamente, ma realmente si rende di nuovo presente. E’ per noi in questo momento, e non soltanto per noi che celebriamo, ma per il mondo intero, perché l’Eucaristia è dono di salvezza: “Il tuo calice Signore è dono di salvezza” per tutti gli uomini. E questo è bello e consolante pensarlo. 

A volte celebriamo l’Eucaristia in piccolissime comunità, con poche persone. Potrebbe sembrare qualcosa di sprecato. No! E’ dono di salvezza per il mondo intero; è dono di salvezza anche per chi non lo sa; è dono di salvezza anche per chi lo rifiuta; è dono di salvezza che è affidato alla Chiesa e alla nostra fedeltà perché sia quell’energia interiore, profonda, che anima, dà senso e rende fruttuosa e feconda la nostra azione nel mondo. 

Abbiamo sempre bisogno di ricorrere all’Eucaristia e di celebrarla, in modo tutto particolare anche in questo tempo di pandemia: quanta paura! Non si va più in chiesa e si pensa che assistere alla Messa attraverso la televisione sia meglio così non c’è neppure da muoversi di casa. No, no! C’è bisogno di stringerci intorno all’altare in sicurezza, certamente, ma non si può lasciare a distanza ciò da cui dobbiamo essere segnati personalmente, perché dall’altare venga a noi l’azione salvifica di cui abbiamo bisogno. 

Insieme all’istituzione dell’Eucaristia che noi stasera ricordiamo e celebriamo, l’evangelista Giovanni aggiunge il gesto che caratterizza il racconto dell’Ultima Cena nel suo Vangelo: il gesto della lavanda dei piedi. Abbiamo sentito il dialogo che si svolge fra Gesù e Simon Pietro: “Signore, tu lavi i piedi a me?” “Tu non mi laverai i piedi in eterno”. E Gesù: “se non ti laverò, non avrai parte con me”. 

Perché questa insistenza di Gesù? “Capite quello che ho fatto per voi” Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”. “Vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. 

Guardate il parallelismo che c’è fra le parole riportateci da Paolo nella seconda lettura “fate questo in memoria di me”, e le parole trasmesseci da Giovanni “vi ho dato un esempio perché anche voi facciate come io ho fatto a voi”. Non sarebbe completa la nostra Eucaristia, ogni nostra Eucaristia, se insieme alla ripetizione del gesto di Gesù “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue” non ci fosse anche il gesto del lavarci i piedi, cioè il gesto della carità fraterna, il gesto dell’attenzione gli agli altri, il gesto del perdono reciproco, il gesto dell’apertura del cuore e della vita a chi ci sta accanto. 

L’uno rimanda all’altro. “Fate questo in memoria di me” rimanda a “fate come io ho fatto a voi”. Il “come io ho fatto a voi” rimanda al “fate questo in memoria di me”. Cioè l’Eucaristia si completa necessariamente nell’impegno della carità, come l’impegno di carità prende vigore e forza e si esprime in pienezza, facendo riferimento all’Eucaristia. 

Qui vediamo una cosa straordinaria: nella fede e nella vita cristiana non c’è separazione fra la teoria e la pratica, non c’è differenza fra la parte ideale e la parte del fare. L’una rimanda all’altra. E’ sempre un fare nel nome di Gesù; è un realizzare quanto Gesù ha fatto per noi; è un guardare a lui per imparare anche noi come realizzare i compiti che Egli ha affidato ai suoi attraverso lo scorrere del tempo. 

Vogliamo chiedere al Signore in questo Giovedì Santo di saper sempre guardare all’Eucaristia come al culmine e alla fonte della nostra vita cristiana. L’altare è  il punto di convergenza non soltanto visiva nelle nostre chiese, ma il punto di convergenza della nostra fede e della nostra vita, così come dall’altare prende senso e forza la vita di tutti i giorni. 

Quest’anno non è possibile, come del resto lo scorso anno, celebrare la lavanda dei piedi, gesto semplice ma estremamente significativo. Ma ricordiamo: lavarci i piedi gli uni agli altri significa realizzare nella vita di tutti i giorni quegli atteggiamenti di disponibilità e di amore che Cristo Gesù ha voluto nei confronti dei suoi e di cui ci ha dato l’esempio perché come ha fatto lui, così facciamo anche noi nel suo nome e con il suo amore.

(da registrazione)