Benedizione dei fidanzati
Cattedrale 14 febbraio 2021
La Parola di Dio parla direttamente a ciascuno, qualunque sia il tema che la liturgia domenicale presenta e dice cose importanti qualunque sia il tempo che noi stiamo vivendo.
Le letture, come abbiamo sentito, hanno un tema molto preciso: si sta parlando di lebbra; si sta parlando di una malattia terribile, di qualcosa che crea paura e sconcerto, e direi che questo tema non potrebbe essere più appropriato per il tempo di pandemia che stiamo vivendo. Siamo tutti consapevoli del peso che stiamo sopportando, ma vogliamo anche essere capaci di non perdere la speranza; anzi, nel momento della difficoltà e della sofferenza, dobbiamo animarci ancora di più con la speranza, attingendo ad una certezza che abbia fondamento e senso, che è proprio la parola di Dio. E la Parola che abbiamo ascoltato è una parola che ci dà speranza.
Se guardiamo a quello che è successo in questo tempo dal San Valentino dello scorso anno a quest’anno, quanti matrimoni sono stati rimandati, quante difficoltà in più per le giovani famiglie che coi bambini piccoli non potevano trovare spazio e modo di lasciarli a qualcuno; difficoltà enormi per tutti! Però se ci fermiamo a guardare soltanto le difficoltà, perdiamo il senso della realtà, perché insieme alle difficoltà dobbiamo cogliere anche le risorse che ci vengono offerte.
Questa sera noi siamo proprio qui in Cattedrale per attingere le risorse spirituali più importanti e più profonde che permettano a chi si prepara al matrimonio di andare avanti con fiducia e senso di autentica speranza e a chi è già sposato di continuare in un cammino di fiducia e di speranza sostenendosi a vicenda attraverso un’attenzione reciproca così come Gesù mostra nel testo del vangelo di oggi la sua attenzione verso chi lo stava invocando.
Veniamo dunque al testo del Vangelo di Marco (1,40-45). Il lebbroso che va da Gesù, si mette in ginocchio e lo supplica: “se vuoi puoi purificarmi”. Un lebbroso che ha coraggio.
Nella prima lettura (Lv 13,1-2,45-46) abbiamo sentito che i lebbrosi dovevano stare lontani dalle abitazioni, lontani da tutti gli altri. Addirittura gridare “impuro, impuro” per allontanare chi si stava avvicinando. Un po’ come nella pandemia che stiamo vivendo. Chi è in quarantena deve stare isolato, magari in casa, sotto lo stesso tetto, ma rinchiuso in una stanza, in isolamento totale.
Che fa Gesù? “Ebbe compassione”. Una relazione bella che non nasca dal cuore, non esiste. C’è bisogno che i nostri rapporti, le nostre relazioni siano mosse dal com-patire cioè dal desiderio e dalla volontà di portare insieme i pesi reciproci. Un persona da sola spesso non ce la fa a portare il suo peso; ma in due è più facile; in più di due, in famiglia, è ancora più facile. Quanto più si allarga la possibilità di condividere il peso della singola persona o della singola famiglia con la propria comunità, con la Chiesa, con la società intera, si possono portare anche i pesi più complessi e non si rimane schiacciati sotto un peso impossibile.
Che cosa fa Gesù? Fa un gesto che non avrebbe dovuto fare: “toccò il lebbroso”. Era esplicitamente proibito toccare qualcuno che avesse una malattia. Non è che io vi voglio dire andiamo a toccare chi è malato di covid19, non è questo che vi sto dicendo, sto dicendo un’altra cosa: se non c’è l’incontro, se non c’è la relazione diretta, non bastano le relazioni a distanza. In questo tempo ne coltiviamo tante, forse anche troppe, ma non ci bastano. Il bisogno è quello della fisicità; di poterci dare la mano, di toccarci, di guardarci negli occhi, possibilmente senza mascherina, e di vedere non solo l’espressione degli occhi, ma anche l’espressione del volto. Perché anche il nostro volto trasmette più informazioni, più notizie di quante ne riusciamo a dire a parole. Quante parole rischiano di tradire quel che portiamo dentro, ma dal volto si vede se siamo capaci di questa relazione, di questa capacità di toccarci. Gesù tocca il lebbroso e la lebbra scompare.
C’è poi una cosa che ci rende perplessi: Gesù ammonisce severamente il lebbroso guarito, lo “caccia” via, – c’è il verbo cacciare, – subito, e gli dice “guarda di non dire niente a nessuno”. Ma come, una cosa così bella non si deve dire? C’è un motivo qui molto preciso: Gesù non vuol essere preso per un guaritore, uno stregone. E’ un’altra relazione quella che Gesù vuole con il malato, e che vuole anche con noi. Gesù non è il rimedio delle cose che noi non sappiamo rimediare, è colui che dal di dentro può dare senso, significato, futuro e contenuto alla nostra esistenza. E’ un altro dono quello che Gesù vuole offrirci.
Nella vita che riguarda ciascuna coppia, ciascuna famiglia, ciò che vale di più non è tanto la capacità di rimediare le piccole o le grandi cose che non vanno a diritto, bensì è il sostegno interiore, la fiducia, la speranza, il coraggio, la fedeltà, l’impegno reciproco, che può cambiare in positivo le situazioni più complesse. Anche nelle difficoltà ci si rende conto che c’è qualcosa, anzi c’è Qualcuno che ci accompagna e che non ci abbandona. Se capiamo questo, diventiamo capaci di proclamare le grandi opere di Dio. Il lebbroso guarito si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto che era accaduto. Quando si fa davvero una bella esperienza di amore, di vita piena, si diventa capaci anche di dire a tutti ciò che il Signore ha realizzato nel profondo della nostra vita.
In questo San Valentino essere qui in Cattedrale significa andare contro corrente. Forse è saltato un pranzo o una cena, insieme a tante altre cose belle, ma guardate: non fate mai saltare la capacità di attingere per la vostra vita la ricchezza che viene da Gesù perché questa non ce la può togliere nessuno, e nessuno la può limitare. Ed essa è la forza per dare senso e significato al nostro cammino.
Termino facendo riferimento a una frase che abbiamo ascoltato nella seconda lettura tratta dalla prima lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi (10,31-11,1). Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto dice: “sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio”. Quando dentro di noi c’è questa esperienza bella di amore che viene da Dio che noi abbiamo accolto e che vogliamo donare a tutti, qualunque cosa, anche le minime realtà della vita di tutti i giorni, anche le cose più banali, diventano strumento prezioso per dire a Dio: ti ringrazio, e per dirci e dirvi reciprocamente: ti voglio bene.
“Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualunque altra cosa”, tutto può essere occasione bella per comunicarci questa esperienza di amore e di pienezza di vita che il Signore ci ha messo a disposizione.
Auguro di cuore a tutti voi di essere capaci di fare questa esperienza perché le difficoltà che stiamo vivendo possano essere superate e sia per tutti ciò che diceva un versetto del Salmo responsoriale che è stato cantato: “rallegratevi nel Signore ed esultate voi tutti retti di cuore, gridate di gioia”. C’è bisogno di nuovo di gridare di gioia, cioè di dirci gli uni agli altri: guardiamo avanti, costruiamo il nostro futuro. In mezzo alle difficoltà il Signore non ci abbandona, è con noi ed è lui la garanzia della nostra speranza. (da registrazione)
