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Omelia della Notte di Natale

  

In questa notte della Natività, in maniera così strana rispetto al solito, celebriamo lo stesso identico mistero: il mistero del Figlio di Dio che ha voluto entrare nella storia degli uomini, assumendo tutto ciò che era nostro e facendosi anche figlio dell’uomo. 

Il testo del profeta Isaia (9,1-6) che abbiamo ascoltato come prima lettura, ci introduce in questo mistero che ancora una volta si compie per noi, in maniera ancora più vicina a ciò che affermano le parole del profeta. 

Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. E’ da tempo che stiamo camminando nelle tenebre della sofferenza provocata dal covid19. Stiamo davvero abitando una terra tenebrosa dove le speranze umane sembrano infrangersi di fronte a qualcosa che appare ed è più grande delle nostre capacità. E tutti noi, credo, sentiamo il bisogno di vedere una luce in mezzo a queste tenebre. Ma non una luce artificiale, bensì una luce che venga a illuminarci dal di dentro, che venga  a portarci speranza, che venga a dirci quello che il profeta Isaia stava annunciando al popolo di Israele disperato per la condizione nella quale viveva. Un giogo l’opprimeva, una sbarra stava sulle sue spalle, il bastone del suo aguzzino lo torturava, ci dice il profeta Isaia. Eppure tutto ciò che era violenza, oppressione e sbandamento, dice il profeta, era destinato a sparire. 

Una immagine molto bella ci rincuora: “ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco”. 

Sì, il virus è peggio di una calzatura di soldato che marciando rimbomba, è peggio di un mantello intriso di sangue. Ma quanti virus ci sono nella nostra vita, nelle nostre relazioni personali, familiari e sociali. Quante difficoltà abitualmente accettiamo quasi fossero inamovibili! Il Signore annuncia tramite Isaia al popolo di Israele che tutto sarebbe cambiato non grazie a un esercito, non grazie agli scienziati del tempo, ma grazie a un bambino. E il bambino è il segno più evidente della fragilità della specie umana. Un bambino che non fosse accudito, quanto più è piccolo, tanto meno sopravvivrebbe. Un bambino ha bisogno di affetto, di calore umano; ha bisogno di accompagnamento. E dunque: “un bambino è nato per noi ci è stato dato un figlio”, dice il profeta. 

Questo bambino misterioso esercita il potere, ha una capacità che non è propria degli uomini. Il suo nome sarà: “Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”. Sarebbe bello poterci soffermare a lungo su queste quattro affermazioni che riguardano questo bambino. 

Consigliere: quanto bisogno abbiamo di essere consigliati bene; quanto bisogno abbiamo di avere delle indicazioni che ci diano il senso della direzione da percorrere e della meta da raggiungere. Quante volte invece percepiamo contraddizioni incredibili per cui non sappiamo più da che parte rivolgerci, verso quale direzione andare. 

Dio potente: in un panorama umano in cui si pensa di essere autosufficienti, Dio diventa piccolo; Dio si riduce quasi ad un’ombra che sparisce dall’orizzonte delle relazioni. Ma se sparisce Dio dall’orizzonte della nostre relazioni, dallo stesso orizzonte sparisce anche l’uomo; spariscono le possibilità dell’incontro; e non solo del rispetto reciproco, ma soprattutto dell’amore, di un amore di cui abbiamo tutti disperato bisogno. 

Padre per sempre: quant’è che si dice che nella nostra cultura è sparito il senso della paternità. Dire padre per qualcuno significa dire padrone. Quanto invece abbiamo bisogno di riconoscerci figli di qualcuno! Perché quando non ci riconosciamo più figli, cioè dipendenti da qualcuno, non siamo più nemmeno capaci di essere genitori di qualcun altro. Si perde il senso della relazione, della contiguità, dell’incontro, della famiglia . 

Padre per sempre: c’è una paternità che non si perde mai ed è la paternità di Dio che Cristo Gesù, il Figlio unigenito del Padre, ci manifesta e non solo ci fa conoscere, ma ci ha donato, tanto che anche noi come cristiani siamo figli di Dio in Cristo Gesù l’Unigenito, fratelli suoi, figli dello stesso Padre. 

E ancora: Principe della pace. Potremmo dire: principio della pace, fonte della pace. Origine di una pacificazione autentica che ci abbracci tutti come fratelli in un’unica famiglia. Ecco, il Signore viene per questo. 

E conclude il profeta Isaia nel testo che abbiamo ascoltato: “questo farà lo zelo del Signore”. Non è frutto di opera umana tutto questo, bensì è frutto di amore che viene dall’alto. 

Alle parole del profeta corrisponde pienamente il testo evangelico che abbiamo ascoltato (Lc 2,1-14). Là dove nessuno poteva pensare di trovare questo Consigliere mirabile, questo Dio potente, questo Padre per sempre, questo Principe della pace, nasce un bambino. Un bambino nella povertà. Il segno che gli angeli comunicano ai pastori è un bambino avvolto in fasce. Cosa c’è di più normale di un bimbo appena nato che è avvolto nei panni di amore della propria mamma e del proprio babbo. E, adagiato in una mangiatoia, nel luogo non degli uomini, ma degli animali. Pensiamoci! Gesù nasce non in un alloggio, perché “per loro non c’era posto”, ma in una stalla, in mezzo agli animali. 

E’ un insegnamento per noi. A volte cerchiamo le cose grandi chissà dove e non ci rendiamo conto di avere delle ricchezze meravigliose nei luoghi più impensabili. Cerchiamo chissà che e chissà dove, e abbiamo a disposizione la ricchezza di Dio nella povertà della limitatezza umana. 

E questo dono non è per qualcun altro è per noi. “Oggi nella città di Davide è nato per voi un salvatore che è Cristo Signore”. Sono le parole dell’angelo ai pastori, ma sono anche le parole che la Chiesa in questa notte di Natale rivolge di nuovo a tutti. Per noi, per voi, per me, per te, è nato il Salvatore. Il Cristo, l’inviato del Padre, il Consacrato di Dio, il Signore, cioè il Signore della nostra vita, quello che può dare senso, contenuto alla nostra esistenza. 

Sta a noi soltanto, dire il nostro sì. L’amore che ci viene offerto è tutta gratuità. Quello che ci viene dato non è da pagare, perché Gesù ha già pagato il prezzo per tutti, offrendo se stesso. C’è solo da avere il coraggio di dirgli: Signore ti accolgo, ti voglio dare spazio nella mia vita, nel mio cuore, nella mia famiglia, nel mio lavoro, nelle relazioni di ogni giorno, sapendo che se tu sei con me non mi togli nulla di ciò che è bello e buono, ma rendi veramente pieno e perfetto, tutto quello che è segno e frutto dell’amore. 

Anche noi, in questa notte, vogliamo ripeterci gli uni gli altri, prima di tutto “Gloria a Dio nel più alto dei cieli” perché Dio è il principio, il fondamento di tutto; ma accogliendo il dono della sua pace vogliamo farcene trasmettitori a tutti quelli che incontriamo sul nostro cammino, a tutti coloro che sono amati da Dio. 

E qui siamo tutti sicuri: nessuno, nessuno, è escluso da questo amore. Tutti siamo amati da Dio; tutti sono amati da Dio. Sta a noi trasmettere questo amore per poterlo vivere in pienezza e dare senso alla nostra vita. 

Solo così le tenebre si diradano e la terra tenebrosa diventa di nuovo ricca di luce. Questa grande luce vuole donare senso nuovo a tutti soprattutto in questi momenti così tragici e terribili che stiamo attraversando in tutto il mondo. Tutto il mondo è nelle tenebre, tutto il mondo ha bisogno di luce. Questa luce noi ce l’abbiamo. Accogliamola e distribuiamola con la nostra vita e con il nostro amore a chiunque incontriamo sul nostro cammino!

(da registrazione)