Cattedrale
Nella liturgia del primo giorno dell’anno, che poi è l’Ottava del Natale, risuona nella prima lettura (Num 6,22-27) la benedizione che il Signore attraverso Mosè affida ad Aronne e ai suoi figli. E’ la benedizione con la quale veniva invocato il nome di Dio sul popolo di Israele e con cui viene pure invocato il nome di Dio sul popolo cristiano. Si chiede che il Signore custodisca il suo popolo, che “il Signore faccia risplendere il suo volto e faccia grazia. Rivolga a noi il suo volto e ci conceda pace”.
E’proprio questa pace che ogni primo dell’anno, ormai da cinquantaquattro anni, invochiamo per il mondo, per Chiesa, per ciascuno di noi. Una pace che ha bisogno di essere non solo invocata da Dio come dono, ma che venga costruita attraverso l’adesione piena di ognuno alla volontà di Dio con la capacità di tradurla nella vita di tutti i giorni.
Per accogliere e meditare dentro di noi questa pace, c’è bisogno di assumere l’atteggiamento di cui ci parlava il testo del Vangelo di Luca (2,16-21) a proposito di Maria, la quale custodiva tutte le cose che stavano avvenendo e le parole che ascoltava, meditandole nel suo cuore. C’è bisogno di riflessione, c’è bisogno di meditazione, c’è bisogno di interiorizzare sempre di più ciò che sappiamo sì, ma che rischia tante volte, o troppe volte, di non entrare nello stile di vita di tutti i giorni.
Proprio in occasione del primo giorno dell’anno il Papa, ormai da cinquantaquattro anni lancia un messaggio sul tema della pace. Un messaggio che egli ci chiede di ascoltare, di accogliere e di calare non solo nella nostra vita personale, ma anche nella vita comunitaria, ecclesiale e sociale, per dare sempre più solide fondamenta al nostro impegno per la pace.
Il tema che il Papa ha lanciato quest’anno ha come titolo: “La cultura della cura come percorso di pace”. Un tema che non è soltanto suggerito dalla pandemia che stiamo attraversando, ma dalla necessità di favorire e di far crescere una cultura dell’attenzione, della cura, dell’’impegno e dell’educazione perché là dove l’individualismo prevale e c’è una chiusura della persona su se stessa, sarà difficile che possano nascere percorsi di pace.
Perché l’umanità possa progredire sulla via della fraternità, della giustizia e della pace, dice il Papa, c’è bisogno di far crescere e di coltivare la cura di sé e del prossimo. E’ interessante che nel messaggio che vi esorto a leggere, il Papa spinga a mettere come punto di riferimento la cura che Dio ha per noi. Dio non soltanto ha creato, ma cura il suo creato, cura la sua creatura; soprattutto cura l’uomo e Dio stesso nel suo prendersi cura di noi ci dice qual è il modo di curarci di lui e del prossimo. Del resto, il Signore Gesù, soprattutto nella sua vita pubblica da l’esempio di come porsi accanto al prossimo. Gesù cura il suo rapporto col Padre, e prega; Gesù cura il suo rapporto con tutti quelli che incontra, parlando, insegnando, accompagnando, ma anche curando e guarendo le varie malattie o le varie deficienze delle persone che incontrava.
Se guardiamo all’azione di Dio che si cura di noi, se guardiamo al Cristo Gesù che si prende cura di tutta l’umanità, anche noi possiamo imparare in che modo curare chi ha bisogno, in che modo metterci nella giusta relazione con chi ci sta vicino, ma anche con chi è lontano, con il creato stesso, con i bisogni che sempre di nuovo affiorano come bisogni profondi dell’essere umano.
Il Papa ci offre alcuni punti di riferimento che voglio ricordare rapidamente. Cosa vuol dire curare? Cosa vuol dire servire la persona perché cresca una cultura dell’attenzione e della condivisione?
Il primo elemento che ci presenta è quello di “promuovere la cura intesa come promozione della dignità e dei diritti della persona”. Sarebbe facile fare degli esempi di come i diritti della persona vengano spesso calpestati con l’acquiescenza anche di chi dovrebbe intervenire per ristabilire giustizia e verità. Basta ripensare anche soltanto alla cronaca quotidiana per cogliere quante sono le ingiustizie perpetrate contro la dignità della persona umana. Si parte dalla soppressione della vita nascente e si arriva alla soppressione della vita declinante, ma poi sotto i piedi ci mettiamo tante situazioni che avrebbero bisogno di cura per la dignità di tutti.
Un secondo elemento è “la cura del bene comune”. E qui c’è veramente da essere molto attenti perché spesso seguendo quella che è la cultura corrente l’attenzione va sulla cura del mio bene o del bene di chi mi sta più vicino, ma non del bene di tutti. Dobbiamo ricordare che non c’è contraddizione fra il vero bene di tutti e il vero bene della persona singola. Ci potranno essere dei necessari accomodamenti, questo sì, ma quando c’è una vera ricerca del bene di tutti c’è anche sempre la sicurezza del bene personale, di ciascuno. Quando si cerca invece la sicurezza soltanto del bene individuale il rischio è che si perda di vista la cura del bene di tutti, del bene comune, di quel bene comune che è base indispensabile per una giustizia vera e per una pace autentica. Si vede quanti conflitti nascono quando appunto non viene cercato il bene comune, ma si punta soltanto agli interessi individuali o di gruppo o comunque a qualcosa che nuoce al bene comune!
Come si fa a curare questo bene comune? Il Papa dice “occorre impegnarci tutti di più alla cura della solidarietà”. Ieri sera nell’omelia dell’ultimo dell’anno ho rammentato alcuni dei valori che condividiamo a livello generale e ho sottolineato che solidarietà, condivisione, non sono valori umani “battezzati”; bensì sono valori cristiani, valori autentici della nostra fede. Perciò dobbiamo sottolineare con forza questi valori come identità del cristiano, come stile di vita per ognuno di noi.
La solidarietà ci permette di farci davvero compagni di strada di chi ha bisogno e chiede una mano per andare avanti. Così come la cura e la salvaguardia del creato, aggiunge il Papa, sono elementi sostanziali perché là dove manca la cura della salvaguardia del creato viene meno anche la giustizia, viene meno la condivisione, e viene meno la pace.
Sembra che si debba partire da lontano per arrivare poi alla pace. In realtà, lo sappiamo molto bene, o c’è un equilibrio e un bene che si diffonde e allora tutto cresce e dà i suoi frutti buoni, o la carenza di qualche aspetto finisce per minare l’equilibrio e l’armonia di tutto.
Conclude il Papa: ci vuole una bussola per poter capire qual è la strada giusta e la direzione giusta da percorrere. Qual è questa bussola? Sono i principi che sono stati ricordati. Dice il Papa: questi sono necessari “per imprimere una rotta comune, una rotta che sia veramente umana, un cammino dove l’uomo sia salvaguardato, dove l’uomo figlio di Dio possa riproporre in maniera autentica il fatto che essendo figli tutti dello stesso Padre siamo anche tutti fratelli gli uni con gli altri”. Non c’è qualcuno che è più fratello di qualcun altro, siamo fratelli comunque tutti perché appunto figli dello stesso Padre.
Darci da fare per promuovere una cultura della cura comune, credo diventa un impegno che come Chiesa siamo chiamati a tradurre nelle nostre comunità, cominciando dalle nostre famiglie, e allargandoci sempre di più in cerchi sempre più ampi all’intera umanità.
“E’ un progetto educativo, dice il Papa, globale, che interessa tutti, che non lascia fuori nessuno e che permette a tutti di affermare e di realizzare pienamente se stessi secondo il progetto di Dio”.
Chiediamo al Signore che ci aiuti in questo anno a prestare attenzione a ciò che ci circonda, a chi incontriamo, in modo da fare crescere in noi la compassione, la riconciliazione e la guarigione di tante ferite che ci sono. Nel rispetto mutuo e nell’accoglienza reciproca noi abbiamo a disposizione una via privilegiata per la costruzione della pace.
Dice il Papa: “in molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite. C’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia”. Anche noi siamo chiamati a fare la nostra parte, cominciando da casa nostra, dalle relazioni prossime, per costruire uno stile di vita che possa aiutare anche tante altre persone a comprendere che in questa direzione “pace” non è più soltanto una parola, ma è davvero l’esperienza dell’incontro bello con Dio e con i fratelli.
Del resto, Dio e i fratelli non sono mai scindibili. Ricordiamo gli angeli del Natale che cantano a Betlemme la gloria di Dio nell’alto dei cieli e la pace per gli uomini amati dal Signore! E’ un amore che deve estendersi; è una pace che anche noi siamo chiamati a costruire.
Che il Signore ci aiuti a impegnarci giorno dopo giorno, concretamente, per formare una comunità composta da fratelli che si accolgono gli uni gli altri e che si prendono cura con amore, gli uni degli altri. Quello di cui poi non saremo capaci, a quel punto sarà il Signore stesso a realizzarlo. Ma il Signore interviene soltanto se trova operai disposti nella costruzione di questa casa comune segnata dal grande dono della pace.
(da registrazione)
