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Omelia alla Messa di inizio dell’Anno Accademico

Cattedrale 27 ottobre 2020

Le due parabole che il vangelo di Luca ci ha proposto (13,18-21) sono davvero adatte a questa nostra celebrazione. Rispetto a tutti gli altri anni in cui questa Messa era partecipata da molti studenti, quest’anno siamo soltanto un piccolo seme, però siamo chiamati ad essere anche lievito. Un piccolo seme che può diventare albero, tanto che gli uccelli del cielo possano venire a fare il nido fra i suoi rami come ci ha detto l’evangelista Luca. Ma anche lievito, che messo in tre misure di farina, quindi in una abbondanza di farina, permette a tutta la massa di lievitare per diventare pane.

Proprio partendo da questa immagine diventa ancora più comprensibile il senso della celebrazione di stasera. Una celebrazione che vuole essere momento in cui come comunità cristiana mettiamo nelle mani del Signore un anno accademico che si presenta complesso più del solito, complicato quanto mai, con tutte quelle problematiche che ben sappiamo, a causa della pandemia. Mettendo nelle mani del Signore tutte queste cose, possiamo affrontarle e viverle con sicurezza interiore. Quindi non lasciandoci prendere dalla sfiducia, dal pessimismo, dalla rassegnazione per una situazione che dà fastidio a tutti, bensì sapendo cogliere, anche nel momento difficile che stiamo vivendo, tutti quegli aspetti positivi che comunque siamo chiamati a sviluppare, a far crescere, come piccoli semi che possono diventare alberi; come lievito che può far lievitare la massa della farina che in questo momento sembra addirittura essere sparita. 

In che modo possiamo cogliere le difficoltà che stiamo vivendo, quali potenzialità da coltivare? La risposta ci può venire dall’Apostolo Paolo nel testo della Lettera gli Efesini al capitolo 5 che abbiamo ascoltato (5,21-33). Parlando del rapporto fra marito e moglie, Paolo afferma che quanto sta affermando, lo dice in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Cioè, quando facciamo riferimento a Cristo e alla Chiesa, la nostra esistenza, dovunque si realizzi, con qualunque situazione difficile debba confrontarsi, non è mai perdente, in rapporto a Cristo, perché Lui, Cristo, è il vincitore della morte e del peccato; perché Cristo, morendo ha distrutto la morte e ha donato a noi la pienezza della vita; e attraverso la Chiesa, inviata dal Signore, come strumento della sua salvezza, sempre possiamo accogliere, ricevere e sperimentare questa salvezza che ci è stata offerta. 

Il riferimento a Cristo e alla Chiesa non è casuale; è davvero ciò che permette di leggere la realtà in maniera più profonda, guardando oltre ciò che si tocca immediatamente, per renderci conto che niente è abbandonato a se stesso e che la storia non è mai soltanto una storia di problemi e di difficoltà, ma è anche e sempre una storia di salvezza. Questo non può che darci fiducia e grande senso di speranza. 

Vivere le difficoltà non significa lasciarci schiacciare dalle difficoltà. Nell’ottica cristiana significa saper cogliere quell’azione provvidenziale e salvifica di Dio che è sempre all’opera e che noi possiamo e dobbiamo cogliere per farla diventare pienezza di vita  con la grazia del Signore Gesù. 

Pienezza di vita. A questo proposito è interessante rileggere il testo del cap. 5 della lettera agli Efesini che, ad una lettura superficiale può anche urtare la nostra sensibilità. Soprattutto la sensibilità delle donne. 

E’ possibile che la Parola di Dio dica che il marito è capo della moglie; che le mogli devono essere sottomesse ai mariti; che il marito abbia il primo posto e la moglie soltanto il secondo? Così come suonano, queste parole urtano. Quando parlo con giovani che si preparano al matrimonio e si legge questo testo, spesso il primo impatto è negativo. Poi quando si comincia a entrarci dentro in maniera attenta ci si accorge che ha un potenziale straordinario e inimmaginabile. 

Vi faccio notare, lo sapete già, ma comunque vale sempre la pena notarlo, che per ben sette volte in questo testo si ritrova l’avverbio “come”.  Se contate vi accorgerete che per sette volte l’Apostolo Paolo usa la parola “come”. “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è il capo della moglie come Cristo è capo della Chiesa; come la Chiesa è sottomessa a Cristo così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto; voi mariti amate le vostre mogli come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei; anche i mariti hanno il dovere di amare le proprie mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa. Questo mistero è grande lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Così anche voi ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso e la moglie  sia rispettosa verso il marito”. 

La parola “come” ci permette di interpretare in maniera giusta questo brano che ci dice una cosa estremamente importante: una vita piena, cristianamente parlando, è sempre una vita che prende forma dal suo contatto con la vita stessa di Cristo nel suo rapporto con la Chiesa. 

Che cosa ha fatto Cristo? Ha dato se stesso! La Chiesa gli appartiene in quanto lui ha donato se stesso; l’ha acquistata col suo sangue; l’ha santificata e l’ha purificata, donando se stesso. Non è un possesso di schiavitù, ma è una donazione reciproca; il segno di un dono, di una gratuità totale. In questo senso Cristo è capo della Chiesa. 

Allora se tutto deve essere esemplificato su Cristo e se Cristo è il modello al quale conformarci, è ovvio che il rapporto uomo-donna, ma anche viceversa donna-uomo o è un rapporto di donazione, di gratuità nel dono totale di sé, o diventa sfruttamento, o diventa il subire l’uno rispetto all’altro e comunque è sempre perdita di dignità. 

L’essere sottomessi come qui ne parla Paolo è il mettersi totalmente a disposizione. In questo senso anche quel donarsi fatto di piccoli gesti che si realizza nelle cose di tutti i giorni è il piccolo seme di cui parlava Luca nel Vangelo che fa crescere l’albero dell’amore. Si tratta di un donarsi reciprocamente; un mettersi a disposizione l’uno dell’altro, come Cristo fa con la Chiesa. Guardando a Cristo e alla Chiesa si impara la donazione reciproca, si impara cosa vuol dire gratuità di amore . 

Però attenzione: una gratuità di amore vissuta nel rapporto affettivo uomo-donna marito-moglie moglie-marito diventa anche il segno visibile di qualcosa che è invisibile, ma che deve essere toccato con mano dall’uomo e dalla donna per poter credere in pienezza nel mistero dell’amore di Dio. Cioè se il rapporto Cristo-Chiesa è il modello del nostro rapporto di amore, anche un amore vissuto in pienezza diventa l’esemplificazione, la possibilità di vedere concretamente ciò che ormai è invisibile, cioè l’amore che Cristo ha per la Chiesa e che permette all’uomo e alla donna di esprimere il mistero del dono di Dio agli uomini. Una nuzialità di amore di cui il mondo ha sempre più bisogno. 

Con questi parametri non si legge soltanto la realtà del rapporto affettivo uomo-donna, bensì si può leggere l’intera realtà del nostro vivere, dallo studio, alle relazioni, all’incontro con il prossimo, al lavoro, tutto diventa trasfigurato. Niente di ciò che facciamo va perduto, perchè come seme può germogliare, e come lievito può far fermentare la farina perché possa diventare pane buono da mangiare, nutrimento per tutti. 

La missione che abbiamo e che vogliamo riprendere in mano per ciascuno di noi all’inizio di questo anno accademico, è proprio questa: sperimentare come tutto quello che viviamo può diventare dono e gratuità, a immagine del rapporto di Cristo-Chiesa, così che ciò che facciamo nella gratuità del dono, diventa esemplare anche per il nostro prossimo. L’amore, germogliando potrà dare senso e significato non solo alla nostra vita, ma anche a quella di tante persone che possiamo incontrare, accompagnare e amare nel cammino del nostro vivere quotidiano. 

Aggiungo un’ultima cosa circa il seme che diventa albero. Il chicco di senape, seme piccolissimo, che diventa albero sul quale gli uccelli del cielo nidificano e il lievito che fermenta una grande quantità di farina, dicono che anche le più piccole cose, se sono nutrite dall’amore, diventano grandi, sono di giovamento a tanti, diventano ricchezza per tutti. 

Ringraziamo il Signore per questa capacità che ci dà, per questa possibilità che ci offre. Se ci sentiamo fragili, deboli, fidiamoci di Dio, affidiamoci a lui e non ci mancherà mai da parte sua quella ricchezza di amore di cui tutti abbiamo bisogno per donare speranza ai nostri fratelli.

(da registrazione)