Cattedrale, 25 ottobre 2020
Da diversi anni la Festa della Madonna di Sotto gli Organi è collegata all’esperienza particolare dei fedeli laici aggregati in associazioni, gruppi e movimenti nella nostra Chiesa pisana, grazie alla presenza, alla preghiera e all’ascolto della Consulta delle Aggregazioni Laicali, che riunisce e coordina l’associazionismo cattolico.
Quest’anno poi, questa festa si colloca in un tempo di crescente difficoltà e di timore a causa della pandemia che ci limita in tanti aspetti del nostro vivere ecclesiale. Ma anche nel contesto di queste difficoltà è importante sottolineare come la vita cristiana vissuta all’interno delle nostre parrocchie e delle realtà associative ha sempre nell’Eucaristia il riferimento irrinunciabile che deve essere messa a tema proprio per rilanciare un impegno laicale di servizio al vangelo, di testimonianza cristiana e di attenzione al prossimo.
Le letture di questa trentesima domenica durante l’anno che abbiamo ascoltato, ci permettono di cogliere qual è il centro della vita di fede di ogni battezzato che voglia vivere una autentica esperienza di Chiesa ovunque si trovi; magari con le diverse intonazioni a cui si può fare riferimento e che appartengono alla storia della vita cristiana e della Chiesa, ma che sempre hanno alla base quanto il vangelo di oggi ha proclamato (Mt 22,34-40).
La domanda che viene posta a Gesù da parte dei farisei attraverso un dottore della Legge per mettere Gesù alla prova, è: “Maestro, nella Legge qual è il grande comandamento?”
Non era una domanda oziosa. Si trattava di una domanda che ritornava tante volte nei dibattiti all’interno della società ebraica del tempo. Tutti sapevano che il Signore Dio aveva dato a Mosè le Dieci Parole: il Decalogo, ma sapevano bene anche che nello scorrere del tempo ai Dieci Comandamenti se ne erano aggiunti tanti altri recepiti dalle pagine dell’Antico Testamento, oppure anche nati dalla esperienza di vita di fede all’interno del popolo di Israele. Per cui in questa selva di norme e di precetti quale era il centro? Quale era la cosa più importante?
E’ una domanda che ci potremmo fare anche noi a proposito delle esperienze di vita cristiana che lo Spirito Santo ha suggerito e ha fatto sorgere nella storia del cammino ecclesiale. Dove sta il centro?
La risposta di Gesù è una citazione di due passi dell’Antico Testamento: la prima citazione viene dal libro del Deuteronomio, e la seconda dal libro del Levitico. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore con tutta la tua anima con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento”. Poi Gesù aggiunge: “Il secondo poi è simile a quello”, cioè si pone sulla stessa linea del primo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Sappiamo che la citazione di Gesù amplifica enormemente le parole citate. Infatti nel libro del Levitico l’amore del prossimo era amore verso i componenti della propria famiglia, del proprio clan, della propria parentela. Nelle parole di Gesù questo amore diventa amore verso tutti, nessuno escluso, verso una fraternità davvero universale.
Dunque l’amore di Dio è primo, ma l’amore del prossimo è simile; cioè non può stare in piedi un amore autentico verso Dio se non è accompagnato da un autentico amore verso il prossimo. Così come non si può nemmeno pensare che sia un amore completo quello del prossimo che non faccia riferimento alla sorgente dell’amore che è l’amore di Dio. Noi lo sappiamo perché “l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori attraverso il dono dello Spirito Santo”. E’ Dio stesso amore, Dio amore, che ci rende capaci di rispondere al suo amore, amando i nostri fratelli e ricordando le parole di Giovanni Nella sua prima lettera: “non può dire di amare Dio che non vede uno che non ama il prossimo che vede”.
Un amore che si concretizza quindi nelle scelte quotidiane. Certo, l’amore di Dio dice relazione profonda con lui; dice rapporto di preghiera, ascolto della sua parola, fedeltà all’incontro con lui nei sacramenti. Una spiritualità che non portasse a questo incontro sempre più profondo col Signore sarebbe una spiritualità superficiale perché non andrebbe in profondità verso l’incontro pieno e completo col Signore.
Una vera spiritualità si esprime nell’amore che la prima lettura tratta dall’Esodo (22,20-26) esemplifica in maniera molto concreta. “Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano” – le categorie più abbandonate nell’antichità – perché Dio ascolta il grido di chi lo supplica. L’uso del denaro: “Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo … non ti comporterai da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse”. “Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole”. “Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso”.
Potremmo tradurre questi richiami del libro dell’Esodo in varie forme. C’è una pietà che deve esprimersi materialmente nei confronti del prossimo, ma ci deve essere anche una pietà che si esprime per il prossimo nell’attenzione anche verso i bisogni più profondi, interiori. Come potrà uno credere, dice san Paolo, se non c’è chi gli annuncia il Vangelo di Gesù? Potremmo aggiungere: come potrà uno vivere in pienezza la sua esistenza nella fede se non è accompagnato da qualche fratello e sorella nella fede che lo aiuti a superare gli scogli che incontra nel credere?
C’è una carità e un amore per il prossimo che si esprime nel dare ciò di cui c’è bisogno per la vita materiale, ma c’è anche la carità che si esprime nel dare ciò di cui c’è bisogno per un’autentica vita spirituale. Potremmo chiamare “compagnia” dell’amore, l’attenzione che ci dobbiamo offrire gli uni gli altri per esprimere una autentica fraternità.
Ecco dunque a proposito il ritornello del salmo: “Ti amo Signore mia forza”, perché senza questa risposta di amore è difficile essere testimoni autentici del Signore nel mondo in cui viviamo.
La seconda lettura (1Ts 1,5c-10) ci offre un ulteriore incoraggiamento per il nostro cammino di amore a Dio e di risposta all’amore di Dio, amando il prossimo. E’ Paolo che si rivolge ai Tessalonicesi e mette in evidenza quella che è stata la loro risposta alla proposta di Paolo: “avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti”. Potesse essere detto anche di noi di aver accolto la Parola in mezzo a grandi prove, anche in questo tempo così pesante che stiamo vivendo!
Accogliere la Parola in mezzo alle prove significa non perdere mai la fiducia in Dio; avere sempre un punto di riferimento che ci permette di andare oltre con la gioia dello Spirito, sapendo che Dio non abbandona mai il suo popolo; che lo Spirito Santo ci accompagna, ci nutre e ci sostiene. Attraverso di noi personalmente, ma anche comunitariamente, come Chiesa, e nella Chiesa come parrocchie, ma anche come associazioni, come movimenti, come gruppi, la parola del Signore può risuonare e allargare il proprio raggio di azione. Questa fecondità missionaria manifesterà il grado e la qualità della nostra fede.
Non ci sarà bisogno di parlare, perché la fede agirà attraverso la carità; perché la fede sarà testimoniata dalla nostra azione di amore. Ecco dunque un cammino che ci stringe in comunione, nel quale possiamo sperimentare il clima della vera famiglia, della Chiesa famiglia di famiglie che raduna in unità, in condivisione e in un cammino di corresponsabilità tutti i carismi che il Signore nel tempo le ha donato e che vengono espressi attraverso le forme più diverse del vivere ecclesiale.
Vogliamo chiedere che in questa grande famiglia a cui tutti apparteniamo, possiamo sentire l’influsso materno di Maria: ne abbiamo bisogno tutti; abbiamo bisogno di una tenerezza materna che ci accompagni. Ne abbiamo bisogno singolarmente nel cammino personale di ciascuno, e ne abbiamo sempre più bisogno anche nella vita ecclesiale.
Celebrare oggi la Madonna di Sotto gli Organi è dire a noi stessi: c’è una Madre, c’è una presenza materna, c’è una tenerezza materna, c’è una tenerezza che ci accompagna.
A questa presenza materna ci rivolgiamo; a Maria chiediamo aiuto e protezione; chiediamo la sua intercessione presso il Padre e il Figlio suo. Chiediamo cioè che ci accompagni in tutte le difficoltà che incontriamo, ma anche nei momenti di gioia, ricordando che Lei per prima, affrontando il mistero di una chiamata imprevedibile a una maternità altrettanto imprevedibile, è stata ricolmata dalla gioia dello Spirito Santo.
Anche noi possiamo esserlo se apriamo il cuore e la vita. Amando Dio con tutto il nostro essere e nel suo nome, amando i fratelli, sperimenteremo come insieme sia possibile cambiare la faccia del nostro tempo, rendendolo capace di amore, perché alla fine, nonostante tutto sarà sempre l’amore a vincere. (da registrazione)
