Erano passati molti anni da una serie di avvenimenti che avrebbero cambiato il corso della storia degli uomini; avvenimenti che per la verità si erano verificati ai margini della vita dei potenti dell’epoca e dei popoli che essi governavano, ma che si erano incisi nel cuore di chi li aveva vissuti e che ritornavano continuamente alla memoria, provocando riflessioni e suscitando una sempre rinnovata meraviglia.
Era accaduto che una notte, in una stalla, si era verificata la nascita di un bambino. La povertà era totale; il silenzio avvolgeva ogni cosa: una giovane donna accompagnata dal suo altrettanto giovane sposo, non aveva trovato accoglienza in nessuna casa e si trovò a partorire in una stalla, tanto che il bambino, appena nato, fu deposto in una mangiatoia. E fin qui, purtroppo, niente di eccezionale. Capita anche oggi che una donna partorisca in luoghi non adatti e inospitali: la povertà è di sempre e non ci sarà mai soluzione definitiva perché qualcuno non risulti l’ultimo di tutti, lo scartato di turno.
Ma la cosa straordinaria fu che in quella notte, ci furono angeli che lodavano Dio e dicevano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”; e non solo: avvertiti dagli angeli, ci furono dei pastori che vegliavano il loro gregge e che ricevettero un messaggio inaudito: “Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”.
I pastori si fidarono di questo annuncio e andarono “senza indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia”. Questi non tennero per sé l’esperienza fatta e dissero a tutti quanto era accaduto, “glorificando e lodando Dio”.
La tradizione ci dice che in quella stalla ci fossero anche un bue ed un asino. E sono proprio un bue ed un asino, ormai anziani ed ospiti di una struttura di accoglienza, che ricordano quegli avvenimenti. Come tanti anziani si dimenticano le cose del giorno, ma si ricordano degli avvenimenti della loro infanzia e giovinezza, anche questi due animali, incapaci di ricordarsi che tipo di fieno avessero mangiato in giornata, erano però lucidissimi nel ricordare i fatti accaduti a Betlemme.
Avevano visto tutto. L’uno aveva ragliato; l’altro aveva muggito; almeno così avevano udito Maria e Giuseppe, e poi i pastori che erano giunti alla stalla. Muggiti e ragli intraducibili per gli umani, ma capaci di comunicazione tra animali. Meraviglia, sorpresa, incredulità erano i sentimenti delle due bestie; attenzione, presenza vigile e capacità di comprendere ciò che era enormemente più grande di loro era la realtà che stavano vivendo. In fondo anche in loro si compiva quanto Israele pregava con i salmi: “Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto dei cieli. Lodatelo voi tutti suoi angeli, lodatelo, voi tutte sue schiere” Ma anche: “Lodate il Signore dalla terra, mostri marini e voi tutti, abissi (..) voi, bestie e animali domestici, rettili e uccelli alati (…) lodino il nome del Signore perché solo il suo nome è sublime: la sua maestà sovrasta la terra e i cieli (Sal 148).
Una sinfonia che abbracciò cielo e terra, angeli, uomini e bestie; una sinfonia che i due vecchi animali ormai a riposo non potevano dimenticare e che continuava ad offrire loro speranza per l’avvenire.
Non c’è forse oggi il rischio di smarrire lo spartito di questa armonia straordinaria che unisce tutto il creato in un inno di lode cosmica e che riconosce nel mistero dell’amore di Dio la sorgente e l’origine di tutto ciò che di bello e di grande può sperimentare l’uomo su questa terra?
Nel grande evento dell’incarnazione del Verbo eterno di Dio, l’Altissimo si è fatto incontro all’uomo perché ogni realtà creata potesse di nuovo risalire alla sorgente della sua origine, del suo essere, del suo agire e del suo operare. Perché ogni essere creato fosse di nuovo collegato alla sorgente dell’amore da cui il peccato di Adamo e dell’intera umanità in ogni generazione lo avevano staccato e separato. Perché ogni voce, la voce di ogni essere creato, imparasse di nuovo a lodare e a glorificare Dio origine, causa e fine di tutto ciò che esiste.
Il mio augurio è che ogni uomo e ogni donna del mondo sappia di nuovo elevare al cielo la sua voce di lode nella preghiera; sappia riconoscere nella voce di ogni essere creato animato e inanimato l’anelito che spinge tutti e tutto a tendere a Colui nel quale viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Perché ci riconosciamo tutti parte integrante di un’unica sinfonia in cui ogni nota, ogni colore, ogni cultura, ogni diversità possa contribuire a fare pace nella consapevolezza che ciò che ci unisce davvero è l’unico amore che viene da Dio e che ha determinato il Figlio suo a nascere, a vivere, a soffrire, a morire e a risorgere perché Dio sia tutto in tutti.
Con questo spirito, a tutti giunga il mio augurio di un Santo Natale, con un particolare ricordo nella preghiera e invocando l’abbondanza delle benedizioni celesti.
+ Giovanni Paolo Benotto
Arcivescovo
