il portale della Chiesa Pisana

Assemblea Caritas Parrocchiali

Seminario S. Caterina    23 novembre 2019

“Giovani e carità”

Nel nostro Piano Pastorale triennale 2019-2022 leggiamo: “La via del servizio e della carità è sempre un percorso che avvicina al servizio di Dio che è Amore. Infatti, non sono pochi i casi di giovani che imboccano la via della fede e anche di una risposta vocazionale al servizio dei fratelli proprio attraverso le esperienze di prossimità verso i poveri e i sofferenti. Si tratta di percorsi che hanno bisogno di essere presentati ai giovani in maniera continuativa e che devono fare parte integrante dei progetti di catechesi  e di formazione cristiana integrale” (cfr. CV 144-148) (26).

Non si tratta di offrire sporadiche esperienze, bensì di percorsi che facciano parte integrante della catechesi, della liturgia e comunque della “formazione cristiana integrale”.

Non ci si può fermare all’ “una tantum”, bensì bisogna tendere al “semper”, nella continuità dell’impegno. Cosa oggi molto fuori tendenza, dato il “mordi e fuggi” della cultura contemporanea. Si tratta di andare contro corrente e ritornare ad una visione integrale del vivere quotidiano, che non può crescere e giungere alla sua maturità se non acquisisce motivazioni autentiche, finalità di valore e una strumentazione adeguata.

In questi ultimi decenni, anche in ambito ecclesiale, si è parlato molto di volontariato, ma non si è parlato di vita come “vocazione” e come “missione”. Il volontariato, scelta della volontà del singolo, è sempre qualcosa che risiede, nel suo compimento, nella volontà di chi lo compie; nel suo sentire momentaneo, che lascia sempre la porta aperta alla cessazione dell’impegno nel momento in cui, desideri, bisogni e volontà, vanno in direzioni diverse rispetto alla direzione che era stata intrapresa. Tutto si riduce quindi al momento presente, al “sentire” attuale; alle sensibilità  che sono in gioco attualmente. Tutto ha un inizio; l’importante è che non ci si precluda di porre termine all’esperienza in atto, quando si decida di fare altro.

La prospettiva di una vita intesa come vocazione è altro da un impegno di volontariato: è essenzialmente risposta libera e responsabile alla consapevolezza di una “chiamata” che chiede di mettersi in gioco nel dono di se stessi. (Per i giovani: non solo cosa fare nella vita, ma cosa fare della propria vita). Una chiamata che si esplicita nella consapevolezza dei propri doni di natura, ma anche dei doni di grazia, legati indissolubilmente tra loro, che consentono di costruire, nella libertà della scelta, il proprio percorso di vita, che, nella prospettiva cristiana, non può realizzarsi se non nella donazione di se stessi. 

Dono di sé, che certamente ha un primo livello, nel desiderio/bisogno di fare qualcosa per gli altri, perché il donare è sempre qualcosa che rende felici e riempie il cuore. 

Il secondo livello si raggiunge quando al fare qualcosa per gli altri, si aggiunge il “perché” lo si fa; cioè quali sono le motivazioni più belle e più forti per le quali ci si mette in gioco. Potranno essere motivazioni di carattere puramente filantropico, e si tratta sempre di qualcosa di fondamentale per andare oltre “lo faccio perché mi piace”, diventando “lo faccio per aiutare, sostenere chi si trova in difficoltà.

Esiste però un livello ulteriore : lo faccio per amore, per rispondere ad un amore che mi ha raggiunto, che ho sperimentato e al quale non posso rispondere in altro modo, se non amando (L’amore si paga solo con l’amore). Si tratta della carità che è l’amore che nasce dal cuore di Dio, si è diffuso nella creazione ed ha raggiunto il suo culmine nell’amore del Figlio di Dio che si è fatto uomo ed ha donato sé stesso per salvare l’uomo dal suo egoismo e restituirlo così alla piena capacità di amare e di donare sé stesso. 

A questo terzo livello, come Chiesa, siamo chiamati a giungere e a far giungere quanti vogliamo che possano realizzare una “formazione cristiana integrale”.

 

Credo che sia necessario aggiungere qualche annotazione ulteriore per delineare le modalità concrete per vivere una autentica carità.

La prima nota della vera carità è la trasparenza. L’amore che salva non è il nostro amore, ma quello di Dio; per questo il nostro amore diventa Vangelo, cioè lieto annuncio, se lascia “trasparire” l’amore di Dio. Ricordiamo che gli uomini, lo sappiano o no, cercano l’amore eterno, quello di Dio, e non il nostro. Perché il nostro è troppo piccolo : l’amore pieno e nobile è quello di chi ha dato la sua vita per noi sulla croce. Solo in questo modo, anche il nostro amore – la nostra carità – , si trasforma in vangelo di salvezza. La solidarietà è nobilissima, ma non è ancora annuncio di salvezza, non è ancora missione. Lo diventa quando diventa “segno” della carità di Dio. 

Matteo afferma: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli”. Le nostre opere buone che devono brillare sono quelle elencate in Mt 25, 31-46 – Sono opere “nostre”, ma devono farsi trasparenti, tanto che chi le vede non renda gloria a noi, ma al Padre. In questo modo la carità, anche la più semplice e quotidiana, diventa annuncio del Vangelo.

Una seconda nota è la concretezza. L’amore di Dio non può restare solo intenzione, ma si fa gesto, opera, qualcosa che si vede e si tocca e deve raggiungere la persona nella sua profondità, nella sua  singolarità, oltre i bisogni materiali. La carità di Dio non è il semplice aiuto, ma l’accoglienza. Ad immagine di Gesù che “toccava” le persone per guarirle e che non rifiutando l’incontro con nessuno, non ha mai dato soldi a qualcuno. Gesù, per dire di dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, si è fatto prestare una moneta (mostrando l’immagine); e che per pagare la tassa per il tempio, ha detto a Pietro di andare al lago e di pescare – Gesù non ha dato soldi, ma ha dato accoglienza.

Di fronte a chi ha bisogno non ci si può fermare a dare un aiuto, bensì occorre dare accoglienza : solo l’accoglienza vera è annuncio di Vangelo.

Una terza nota è la gratuità e l’eccedenza. La gratuità è al centro della croce di Cristo. Se vogliamo ridisegnare la figura dell’amore di Dio apparso in Gesù, dobbiamo improntare alla gratuità tutte le forme di servizio che offriamo all’uomo. I modi per manifestare la gratuità sono i più diversi: l’universalità, la predilezione per gli ultimi, il primato della verità in ogni situazione. Gesù, oltre la gratuità, ha mostrato anche l’eccedenza dell’amore di Dio: cioè il suo amore non è misurato sul bisogno dell’uomo, ma sull’infinita ricchezza dell’amore del Padre: La generosità di Dio è sempre più grande dei bisogni dell’uomo: solo guardando a questa “eccedenza” noi, come Chiesa, impariamo a servire i fratelli nel bisogno.

La gratuità sa unire due cose che alle volte noi mettiamo in contrasto : l’identità e il dialogo. La carità è il cuore dell’identità cristiana, ma è anche ciò che ogni uomo, nessuno escluso, può comprendere, sia pure a livelli diversi. Messi di fronte all’amore, tutti comprendono che esso è verità: la verità su Dio e sull’uomo.

Si tratta di una sfida : la gratuità non è solo valore teologico, ma anche antropologico ; è la struttura interiore di ogni autentica relazione interpersonale e sociale; non è mai a scapito della giustizia o della reciprocità nelle relazioni, bensì è il fondamento che le sorregge. E la prima educazione alla gratuità è l’apertura gioiosa alla accoglienza della gratuità di Dio; solo chi ha incontrato la gratuità di Dio è in grado di aprirsi alla gratuità verso i fratelli. 

Ritorniamo così al punto dal quale siamo partiti : “La via del servizio e della carità è sempre un percorso che avvicina al mistero di Dio che è Amore”. Una espressione che possiamo leggere anche alla rovescia: “L’amore di Dio e il suo mistero che diventa esperienza di vita è sempre  un cammino che da’ senso al servizio e al sostegno che offriamo al prossimo” nel quale sappiamo riconoscere il volto del Signore Gesù. Questo vale per tutti noi adulti, ma in modo speciale per i giovani e per una loro “formazione cristiana integrale”.