il portale della Chiesa Pisana

Riflessioni e indicazioni operative 

a conclusione della Visita Pastorale alla Arcidiocesi

svoltasi dall’ottobre 2013 all’aprile 2019

Introduzione 

Il 18 maggio 2013, vigilia della solennità di Pentecoste, in Cattedrale, firmavo ufficialmente la Lettera di indizione della Visita alle Unità Pastorali dei nove Vicariati della nostra arcidiocesi. A distanza di sei anni, sempre nella Veglia di Pentecoste, ho la gioia di consegnare alla comunità diocesana questa lettera che offre riflessioni e alcune indicazioni operative generali, oltre quelle già affidate ad ogni vicariato nello scorrere delle varie tappe del mio pellegrinaggio attraverso le comunità cristiane della nostra Chiesa pisana.

Come sempre, ogni traguardo raggiunto è contemporaneamente, partenza per nuovi obiettivi, in una storia di salvezza che mai si interrompe e che siamo chiamati a percorrere come Chiesa verso la meta definitiva della Gerusalemme celeste verso la quale siamo tutti incamminati.

E’ ovvio che quanto è contenuto in questo documento è solo una parte di quanto poteva essere detto, però rappresenta, nell’attuale situazione della nostra Chiesa, ciò che più urgentemente ci spinge a crescere nel corrispondere al mandato del Signore di essere “suoi testimoni a Gerusalemme, nella Giudea e nella Samaria e fino ai confini della terra”(At 1,8).

  • Uno sguardo alla situazione diocesana

E’ significativo ciò che è stato detto da una catechista nel suo indirizzo di saluto durante la Visita pastorale in un vicariato: “Vorrei ringraziare il vescovo per le sue visite, anche se all’inizio ci hanno spaventato perché non abituati a organizzarci in gruppi così ampi. Siamo rimasti sempre tutti nel nostro piccolo, nel limite delle possibilità della parrocchia. Ma con il suo intervento, Vescovo, ci ha per così dire costretti a impegnarci per farle vedere che comunque, anche se non sappiamo chi sia il nostro vicino, sappiamo collaborare.(…) Siamo felici che ci abbia costretti a tutto questo. (…) indicendo questi incontri delle Unità pastorali ci ha fatto conoscere, lavorare insieme e io credo che ci abbia anche fatto crescere umanamente e cristianamente e (…) ho trovato immensa soddisfazione nel trovare amici che condividono la mia stessa passione, quella del catechismo”.

Si tratta di parole che fanno pensare e che ci spingono a prendere coscienza di un fenomeno culturale che riguarda anche la vita ecclesiale. Infatti, senza voler addossare la colpa a qualcuno in particolare, anche noi siamo segnati da una specie di stanchezza e di chiusura individualistica e forse, soprattutto, di smarrimento, di fronte ad un cambiamento di orizzonte culturale ed umano che si è verificato negli ultimi decenni anche là dove la tradizione religiosa aveva sempre rappresentato un collante assai forte all’interno delle nostre comunità. 

Una tradizione che se qua e là resiste ancora in alcune celebrazioni liturgiche, di fatto si è andata progressivamente svuotando in termini di consapevolezza cristiana e di capacità di trasmissione della fede alle giovani generazioni. 

Infatti il popolo che gremisce ancora questi eventi ricchi di tensione emotiva e di forte religiosità, è formato soprattutto da anziani che custodiscono con fedeltà i tesori religiosi che i padri hanno loro consegnato; tesori che purtroppo non si è stati capaci di consegnare a propria volta alle generazioni più giovani. Il risultato, che è sotto gli occhi di tutti, è una frattura nella continuità della trasmissione della fede e la “fuga” dei più giovani una volta terminato il percorso dei sacramenti della Iniziazione cristiana. Non solo. Molto spesso si è pure verificato un distacco della vita culturale e sociale dalla vita della comunità cristiana e viceversa, come se questo distacco non finisse per condannare alla infecondità sia l’azione pastorale della Chiesa, sia la capacità sociale di rispettare e favorire l’espressione integrale della persona umana e del suo vivere in società.

La speranza che è anche grande responsabilità davanti al Signore, è che insieme, vescovo, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici uomini e donne, assumiamo sempre più lo stile dell’incontro e della condivisione in diocesi, nelle unità pastorali e nei vicariati, come stile di azione pastorale, attraverso la perseverante volontà di camminare insieme, di leggere insieme la situazione di vita del nostro tempo e di chiedere insieme la luce dello Spirito Santo, perché la forza della comunione possa essere il “carburante” indispensabile per una rinnovata stagione di azione catechistica e missionaria.

  • Lo stile della comunione

Al primo posto del nostro impegno pastorale è infatti indispensabile mettere la ricerca seria, onesta e perseverante della comunione ecclesiale sia all’interno delle singole comunità, sia tra le varie comunità all’interno delle unità pastorali e del vicariato, sia all’interno della intera nostra Chiesa pisana, perché possa svilupparsi e crescere un autentico senso di appartenenza ecclesiale. Infatti, senza il riferimento esplicito alla diocesi, si finisce per fare solo campanilismo e per isterilirsi in una autoreferenzialità incapace di vera fecondità apostolica e missionaria.

Sappiamo bene che il compito più urgente per la Chiesa è quello della evangelizzazione e dell’annuncio, mancando il quale finiamo per chiuderci in noi stessi senza offrire quegli spazi in cui si possa respirare a pieni polmoni e rendere più bella e attraente la vita ecclesiale. 

I più diversi incontri che sono avvenuti durante la Visita, anche fuori dell’ambito ecclesiale, hanno dimostrato chiaramente che c’è attesa e desiderio di incontro non con le banalità di una cultura che riduce tutto al minimo, bensì con orizzonti alti che stimolino energie e risposte nuove. Ciò significa che come Chiesa non possiamo limitarci a muoverci all’interno dei nostri spazi abituali, ma occorre il coraggio di uscire e di andare incontro a tutti, non tanto per conquistare spazi o con la mira di convertire per forza qualcuno, bensì per offrire ad ognuno il nostro servizio d’amore.

Infatti il nostro compito è quello di rispondere alla vocazione con la quale il Signore ci ha chiamati alla fede affidandoci un compito specifico che nessuno può svolgere al posto nostro. Per questo c’è bisogno di lasciarci guidare dallo Spirito Santo, alzando le vele delle nostre comunità al suo soffio fresco e rigeneratore, promuovendo la corresponsabilità di tutti, la condivisione dell’esperienza della fede e la messa in gioco dei carismi personali, testimoniando a tutti la bellezza dell’appartenenza a Cristo e alla Chiesa. E non tanto ad una chiesa anonima, ma alla nostra Chiesa pisana, che con le sue proposte pastorali indica progressivamente le mete ed offre gli strumenti per camminare insieme sulla via del Vangelo. 

Per questo è sempre più indispensabile accogliere sul serio le proposte che riguardano la creazione, se non esistono ancora, e comunque la valorizzazione dei Consigli pastorali parrocchiali o di unità pastorale o vicariali e quelli degli Affari economici, insieme ad un impegno pastorale condiviso fra comunità diverse per le varie categorie di persone, comprese tutte quelle proposte formative che non possono essere sostenute in solitudine dalle singole parrocchie.

Proprio la consapevolezza che i doni di grazia che il Signore ci mette costantemente a disposizione sono innumerevoli, deve aiutarci a superare una specie di sottile “sfiducia” verso un futuro di cui non riusciamo a percepire il senso. Una sfiducia causata tra l’altro dal mutamento rapidissimo delle situazioni sociali e culturali che in qualche modo ci destabilizzano perché ci chiedono di cambiare metodi e stile di approccio alla realtà nella quale siamo inseriti, rispetto a modelli che credevamo inalterabili e che se funzionavano nel passato, oggi mostrano tutta la loro fragilità e spesso una vera e propria inconsistenza.

  • Una riflessione corale

Questa situazione ci chiede il coraggio di una riflessione corale. Non è assolutamente più sufficiente che qualcuno, sia pure rivestito del ruolo di guida e del dono di grazia quali sono il vescovo, i sacerdoti e i diaconi, possa presumere di riuscire a trovare da solo il modo migliore per dare risposta valida ai problemi nuovi del nostro tempo. E’ evidente che occorre che la coralità della riflessione preceda e sostenga un discernimento comunitario perché chi ha la responsabilità e il mandato di guidare la comunità cristiana possa decidere supportato dalla corresponsabilità del popolo di Dio, per un lavoro pastorale che coinvolga tutti senza che nessuno si senta o si percepisca solo come esecutore di decisioni altrui. E tutto ciò non per un  democraticismo male inteso, ma per l’obbligo e il diritto che compete ad ogni membro del popolo di Dio di esprimersi con la propria voce nella armonia dell’unica famiglia dei figli di Dio in una autentica comunione ecclesiale.

Detto in altre parole, c’è bisogno di sviluppare la partecipazione alla vita ecclesiale attraverso gli strumenti previsti dalle norme della Chiesa e cioè attraverso gli organi di partecipazione ecclesiale come già detto sopra. Non si tratta di volerci complicare la vita, bensì di rendere la vita comunitaria ecclesiale realmente partecipata da tutti e non tanto per far sì che funzioni meglio sul piano operativo, ma perché manifesti con maggiore evidenza che la Chiesa si esprime nella comunione e attraverso l’esercizio della ministerialità da parte di tutti i suoi membri.

Credo che questa sia la strada obbligata per ovviare a non poche difficoltà che sono state espresse a vari livelli durante la Visita: dalla mancanza di catechisti e di animatori, alla rarefazione delle vocazioni; dalla assenza di una diffusa ministerialità laicale alla solitudine nella quale qualche volta si ritrovano i sacerdoti; dalla pesantezza per i sacerdoti di dover provvedere a tante incombenze amministrative ed economiche, alla disattenzione con la quale le singole comunità guardano ai problemi concreti della gestione delle strutture parrocchiali; dalla richiesta sempre più forte di erogazione di servizi verso le emergenze delle più diverse povertà, alla decrescita dei mezzi economici per poter offrire risposte adeguate.

Se la ricerca della comunione e l’esercizio generoso della ministerialità sono elementi indispensabili per la crescita della comunità cristiana a partire dal suo interno, non meno indispensabile è la crescita della missionarietà attraverso l’annuncio evangelizzatore e la catechesi. Lo sappiamo bene che la Chiesa non è finalizzata a se stessa, bensì a far sì che ogni uomo e donna di ogni tempo possa incontrare, conoscere, amare e seguire il Signore Gesù per ricevere il dono della salvezza che è novità di vita per tutti, già ora in questo mondo, per poi raggiungerne la pienezza nell’eternità beata. Ciò chiede alle nostre comunità un rinnovato slancio per l’annuncio, l’evangelizzazione e la catechesi. Se un tempo l’annuncio, di solito avveniva in famiglia attraverso la trasmissione della esperienza della fede dai genitori ai figli, oggi, non è più così. A volte, quando si pensa di poter fare catechesi, ci si accorge che invece si dovrebbe partire dal primo annuncio e comunque, il primo annuncio, per molti appare ancora come una necessità remota per la quale non ci preoccupiamo di preparare gli strumenti necessari.

A questo proposito, durante la Visita, sono rimasto colpito dalle cifre riguardanti la presenza di persone immigrate sul nostro territorio, spesso da molti anni, e che appartengono ad altre esperienze religiose. La domanda che sorge è: che tipo di relazioni abbiamo con queste persone? Siamo capaci di avvicinarle per conoscerle e per manifestare loro la gioia della nostra fede? Quanta attenzione abbiamo verso stranieri che con noi professano la nostra stessa fede cattolica, ma che risultano in gran parte sconosciuti alle nostre comunità, tanto da aver allacciato rapporti stabili dal punto di vista della pratica religiosa con comunità cattoliche assai distanti dal nostro territorio? 

E ancora: in che modo ci attrezziamo per rispondere sul piano della evangelizzazione ai tanti che da tempo non vivono più l’appartenenza ecclesiale, ma che sicuramente arriverebbero all’incontro con Gesù se incontrassero comunità cristiane disponibili ad accompagnarli con specifici cammini di fede? In questo senso, basta pensare alla crescita numerica di adulti che chiedono di ricevere il sacramento della Confermazione, o che addirittura chiedono di essere battezzati. Da qui l’impegno, soprattutto a livello vicariale, di mettere in cantiere itinerari appositi che rispondano in maniera condivisa a queste richieste, specie quando le singole parrocchie non hanno la consistenza necessaria per assumere in proprio questo tipo di offerta pastorale.

  • Dalla comunione alla missione

Non dobbiamo dimenticare che la comunità ecclesiale diventa sempre più ricca di spirito missionario, quanto più esce dal proprio isolamento e nel nome di Gesù si mette a servizio del mondo nel quale vive e opera. In questo senso, come già osservato sopra, sono molti gli ambiti della vita sociale che richiedono una maggiore attenzione da parte nostra. Primo fra tutti il mondo della scuola. L’esperienza della Visita ci ha fatto toccare con mano che nessun ambiente è impenetrabile quando ci si accosti ad esso con l’attenzione e il rispetto che gli si deve. Se non in un singolo caso, nessuna scuola ha rifiutato l’incontro con il vescovo. Questo è un risultato straordinario ed è il segno che dobbiamo sempre più imparare ad utilizzare le strade che le leggi consentono per offrire alla scuola stessa il nostro servizio dettato dal desiderio di permettere alle giovani generazioni una crescita culturale integrale. Per questo sento di dire il mio grazie a tutti quegli insegnanti e dirigenti scolastici che si sono resi disponibili per organizzare nel rispetto della legislazione scolastica gli incontri nelle varie scuole del territorio diocesano.

Un altro ambito che ha riservato delle sorprese positive è stato il mondo del lavoro. In tutte le aziende nelle quali mi sono recato, non solo ho trovato buona accoglienza, ma anche la richiesta di incontri da ripetersi nel futuro. Soprattutto ho colto da parte dei lavoratori una viva sensibilità verso le sfide valoriali che stanno stravolgendo la nostra società. In diverse assemblee che ho avuto la gioia di poter vivere e per le quali ringrazio gli imprenditori che le hanno permesse, le prime sfide che sono state espresse dai lavoratori sono state quelle riguardanti la famiglia, la educazione dei figli, la fede, e, poi il lavoro e la sua dignità, mentre io mi aspettavo che il primo elemento di criticità a venire elencato fosse quello della crisi economica. Un altro aspetto che mi ha molto colpito è stato il lamento quasi unanime della distanza dal mondo del lavoro da parte delle istituzioni, come la poca presenza dei sindacati. Ciò che si manifesta è quindi uno scollamento tra le varie realtà che compongono la vita sociale con una tendenza ad una accentuata estraneità reciproca. Si tratta di un fatto che obbliga a riflettere sia per le inevitabili ricadute sulla vita democratica della nazione, sia sul pericolo sempre più reale di un vero e proprio sbriciolamento della vita sociale che non può non coinvolgere la stessa vita ecclesiale. Da qui la necessità di lavorare con più impegno e determinazione per una pastorale del mondo del lavoro che coinvolga tutta intera la comunità cristiana depositaria di un tesoro prezioso e valido per tutti che è la Dottrina Sociale della Chiesa, a partire dalla Lettera Enciclica di Papa Francesco “Laudato Si’”.

Anche il mondo della politica e delle istituzioni si è mostrato attento alle riflessioni che ho offerto nei vari incontri che si sono succeduti durante la Visita, così come il mondo della sanità, del volontariato e dell’associazionismo. Realtà diverse l’una dall’altra, ma ugualmente attente alla proposta di umanità aperta al trascendente che è stata fatta durante i vari incontri. E’ ovvio che per tessere relazioni belle con questi ambienti occorrono laici cristiani qualificati e preparati in maniera adeguata. Infatti non è sufficiente soltanto la buona volontà o il desiderio di servire al bene comune; occorrono anche strumenti adeguati, sia per sviluppare una riflessione condivisa, sia per operare concretamente, in modo che la proposta cristiana sappia elevarsi al di sopra di altre proposte pur interessanti, grazie alla integralità della visione circa la persona, la famiglia e la società. 

Per questo lavoro di formazione è necessario valorizzare ancora di più la Scuola di Formazione Teologica e Pastorale nelle sue quattro sedi di Pisa, Pietrasanta, Pontedera e Barga, l’ultima nata. Si tratta di una risorsa preziosa che fino ad ora è stata utilizzata solo in parte, ma che nell’ottica della comunione ecclesiale e della complementarietà dei servizi formativi, è a disposizione anche di eventuali richieste specifiche che possano essere fatte in loco con un notevole  risparmio di energie e di mezzi. Ciò accrescerebbe pure il senso di comunione e di appartenenza diocesana, estremamente importante per contrastare la cultura della frammentazione e dell’individualismo.

Proprio in rapporto alla crescita della comunione ecclesiale, ma anche della vivacità delle proposte pastorali locali, desidero lodare l’attenzione che diverse parrocchie hanno nel coltivare ad esempio la formazione dei ministranti in un’ottica vocazionale anche grazie alla partecipazione all’incontro diocesano dei ministranti; la partecipazione alle iniziative della Pastorale Giovanile diocesana e dei vari momenti assembleari con i quali la diocesi cerca di favorire la crescita delle varie ministerialità come quella degli operatori della carità o dei ministri straordinari della Comunione o dei catechisti. 

La relazione intraecclesiale è fondamentale per consentire una osmosi fra esperienze e impostazioni pastorali diverse e per sostenere la ricerca di risposte nuove alle numerose nuove domande che sorgono nel nostro tempo. Ciò non significa tralasciare le tradizioni che ci sono state consegnate da chi ci ha preceduto ma di immettere in esse nuovo vigore, ritornando con nuova consapevolezza alle loro radici. Ciò potrà consentire una rivisitazione e una rivalorizzazione dell’associazionismo cristiano, dei gruppi di preghiera e di altre espressioni di associazionismo legato alle singole professioni che vanno ben oltre i confini parrocchiali proprio per rispondere al bisogno di annuncio evangelico in contesti che ben difficilmente le singole parrocchie sono in grado di coltivare come ad esempio le aziende, il mondo della sanità, il mondo del lavoro e della scuola.

Un’altra osservazione riguarda la testimonianza della carità. Sono molte le iniziative parrocchiali e associative che si occupano dei poveri e di chi si trova in difficoltà. Per grazia di Dio la carità  continua ad essere una delle cifre più belle e splendenti delle nostre comunità ecclesiali. Questo esercizio della carità ci assicura della vitalità della vita ecclesiale e della fecondità della proposta cristiana. Su questo versante ho potuto toccare con mano una disponibilità grande non solo a fare la carità, ma anche ad educarsi e ad educare alla carità, condizioni indispensabili perché il fare la carità non diventi per il cristiano solo una azione filantropica. Infatti, i cammini formativi che sono stati realizzati, fanno sperare in uno sviluppo della consapevolezza dell’intera comunità ecclesiale circa la testimonianza della carità attraverso il suo esercizio così come il Vangelo ci propone. Anche il rapporto strutturale con la Caritas diocesana è una di queste garanzie che chiedono di essere ampliate e coltivate con decisione.

  • Lavorare insieme

Lavorare insieme non può essere qualcosa di opzionale, ma un obbligo grave per tutti, singoli e associazioni, per non indebolire o ferire il corpo ecclesiale e per non impedire alla grazia di Dio di far crescere l’unità della Chiesa. “Insieme” è l’avverbio che deve caratterizzare l’operato di tutte le nostre parrocchie nello “spirito di collaborazione e alla luce di una presenza autentica come parte integrante della nostra Chiesa pisana”.

E’ stato evidenziato il desiderio di molti di poter vedere più spesso il vescovo nella quotidianità della vita delle singole parrocchie con la richiesta “di continuare l’esperienza della Visita nei modi che saranno possibili”: la conoscenza reciproca è sempre premessa indispensabile per comprendere il senso e il significato del ministero del Vescovo nella Chiesa diocesana soprattutto in un tempo assai avaro di relazioni significative.

Una testimonianza laicale che mi è stata più volte offerta nella Visita ha riguardato specificamente l’invito che ho rivolto più volte alla collaborazione fra le parrocchie della stessa Unità pastorale. Mi è stato detto che “è stato un messaggio nuovo e stimolante per molti che nemmeno sapevano che tale Unità esistesse: sapere che possiamo e dobbiamo contare l’uno sull’altro è una apertura alla speranza di poter superare certe debolezze individuali, ma anche un impegno a fare di questa opportunità una realtà nel più breve tempo possibile, con il convinto supporto dei nostri rispettivi presbiteri”. Si tratta di una affermazione che coinvolge tutto il popolo di Dio, ma che mette in evidenza in maniera molto chiara la responsabilità dei parroci coadiuvati dai rispettivi Consigli pastorali. Davvero non è più lecito far finta di niente e continuare ad andare avanti nel lavoro pastorale ognuno per conto proprio.

Mi ha fatto piacere il riferimento che è stato fatto alla redazione del Questionario in preparazione alla Visita. Infatti è stato detto che tale questionario se in prima battuta “ci ha sconcertato per la mole dei quesiti a cui eravamo chiamati a rispondere, superato il primo impatto negativo, abbiamo capito che non si trattava di dare delle risposte a lei, ma a noi stessi; che si trattava di una guida all’esame di coscienza della nostra comunità. Dovevamo smettere di dare per scontate tante cose, e mettere a fuoco le nostre molte debolezze e i nostri (pochi) punti di forza per ripartire con un progetto che ci permettesse finalmente, nella rinnovata conoscenza del nostro territorio e dei nostri fratelli, di essere Chiesa in Parrocchia, nell’Unità pastorale, nel Vicariato e soprattutto nella nostra Diocesi”.

Proprio questa osservazione mi permette di sollecitare un lavoro più continuato e condiviso da parte dei parroci delle singole U.P. allo scopo di creare maggiore relazione tra tutte le componenti delle loro comunità, sempre ricordando che la vita ecclesiale diventa infeconda quando si chiude su se stessa, mentre cresce e fruttifica quando si apre alla relazione ecclesiale che non si esaurisce certamente nell’U.P. o nel Vicariato, bensì si alimenta sempre di più nella accoglienza delle proposte diocesane, specie per quanto riguarda la pastorale giovanile e la pastorale familiare.

Se il tema dei giovani e della famiglia è base necessaria per un ripensamento globale dell’azione pastorale che stiamo gestendo, non è possibile nemmeno trascurare la formazione di coloro che per diritto nativo, in quanto battezzati, sono chiamati a collaborare come corresponsabili con i sacerdoti nella vita delle nostre comunità. Il sacerdote, anche se animato da spirito di sacrificio e sostenuto da una generosità a tutta prova, non può rispondere da solo a tutte le sfide che oggi vengono poste alla Chiesa. Non sarebbe né giusto né rispondente alla vocazione cristiana che ciascun fedele non fosse aiutato a prendere coscienza delle proprie responsabilità e dei propri compiti. Non si tratta solo di una sfida, ma di una grande opportunità che ci è offerta.

  • Alcune parole che fanno da sintesi

Tutto questo trova una buona sintesi in cinque parole con le quali un vicario foraneo ha voluto riassumere il messaggio che il vescovo ha offerto in quel vicariato: “La prima parola che da Lei è stata vissuta come atteggiamento fondamentale della Visita, è la parola ascolto. Ascolto per conoscere, per sapere, per coinvolgersi in un cammino comune, fatto di esperienze ricche di umanità e di fede, ma anche per farsi accanto a chi vive situazioni di stanchezza e povertà. La seconda parola è relazione. Questa parola lei l’ha usata in abbondanza in ogni contesto e questo per far capire che solo mettendoci in relazione con gli altri si realizza in pienezza la propria esistenza e si costruisce nella Chiesa una vera esperienza di vita evangelica.La terza è stata la parola insieme. Questo termine l’ha pronunciato per incoraggiare la vita dei sacerdoti, delle parrocchie, nelle associazioni, nelle aziende, nelle scuole, negli incontri con i genitori. Solo una Chiesa che “cammina insieme”, ci ha detto, può essere credibile e può incidere nel mondo portando il Vangelo.La quarta parola è stata corresponsabilità. Ci ha richiamati tutti a sentirci membra vive nelle parrocchie, a farci carico dell’evangelizzazione e della formazione cristiana, cercando sempre quello che unisce e mai quello che ci divide. La quinta parola è stata preghiera. Ci ha invitati a vivere con gioia e perseveranza la preghiera in famiglia, a educare i bambini e i giovani alla preghiera come trasmissione della fede, come esperienza di Dio e come risposta d’amore alla sua volontà”.

Se una certezza rimane dopo la Visita è che non è più assolutamente possibile pensarci e agire come Chiesa se non con lo stile e l’atteggiamento coraggioso della comunione fraterna e nel dono reciproco della gratuità del servizio. Così come non è più possibile pensare e agire nelle nostre parrocchie solo in riferimento ai confini parrocchiali. 

Le Unità pastorali sono ormai una necessità della quale non si può più fare a meno e sono sicuramente una risorsa ed una ricchezza quando si innescano percorsi di relazioni autenticamente evangeliche dentro e fra le singole comunità che le compongono. E’ un cammino senza ritorno e nel quale occorre andare avanti insieme, pensando ad un bene più ampio rispetto ai confini delle tradizioni religiose del passato. 

L’unità nella comunione non ci viene dall’esterno, bensì dalla partecipazione spirituale all’unico Corpo di Cristo, in virtù dell’Unico Spirito di santità, grazie all’unica paternità di Dio Padre che nel Battesimo e nell’Eucaristia di tanti e diversi che siamo ci fa diventare “uno in Cristo”. Una comunione soprannaturale che siamo chiamati a tradurre e ad incarnare nella vita delle nostre comunità perché la vita comunitaria dei cristiani uniti nell’unico corpo di Cristo possa mostrare ed offrire al mondo il segno concreto dell’amore che sgorga dal cuore di Dio e ci riunisce nell’unica famiglia dei suoi figli.

  • Che cosa dobbiamo fare?

Una prima indicazione è dunque quella della condivisione. C’è bisogno sempre di più di superare una visione individualistica della azione pastorale per assumere, pur con tutte le fatiche del caso, una prospettiva di maggiore condivisione pratica, al di là degli ottimi rapporti interpersonali che ci sono tra i sacerdoti dei singoli presbiteri vicariali. Ciò può avvenire soprattutto assumendo come proprie in ogni U.P. le indicazioni pastorali che provengono dalla diocesi e che a volte sembrano essere lasciate alla iniziativa benevola dei singoli parroci. Deve essere chiaro che una pastorale che non si coordina e non condivide gli stessi obiettivi e linee comuni di azione, rimane una pastorale inconcludente perché resa sterile dal clima di individualismo esasperato che ci avvolge tutti e che ci condanna alla solitudine e all’inefficacia.

Ciò significa che occorre rilanciare una visione ecclesiologica che non può fare a meno di una interazione convinta e sempre più integrata fra presbiteri e laici: i presbiteri non possono fare a meno dei laici e i laici dei presbiteri, così come i ministeri ordinati non possono fare a meno dei carismi laicali e dei ministeri istituiti e di fatto e viceversa. Questa interazione comporta il rilancio serio del Consiglio Pastorale di Vicariato, così come dei Consigli Pastorali parrocchiali o di Unità Pastorale che in qualche caso non esistono, così come del Consiglio Parrocchiale degli Affari Economici, che pur essendo obbligatorio, in qualche parrocchia non esiste affatto. Queste articolazioni si manifestano sempre più indispensabili e necessarie non solo per una efficace azione pastorale, ma anche per un serio impegno  da parte delle singole comunità per la salvaguardia delle strutture materiali – chiese, canoniche, locali per il ministero pastorale – che rischiano di diventare sempre più pesi insostenibili proprio per l’autoreferenzialità con cui a volte vengono gestite.

Una seconda indicazione riguarda la valorizzazione dei doni e dei talenti umani e carismatici che ogni persona possiede per grazia di Dio sia sul piano umano, sia sul piano soprannaturale. Una valorizzazione che non deve essere cercata solo all’interno del mondo ecclesiale, bensì che deve lanciare ponti e rapporti con le più diverse espressioni della società civile in quanto tale. 

Come comunità cristiana dobbiamo essere più attenti a cogliere tutto il bene che c’è da qualsiasi parte per farlo crescere. Ciò esige che non ce ne stiamo rinchiusi nelle nostre comunità, qualche volta ridotte all’osso, ad esempio per lo spopolamento del centro storico di Pisa o della montagna, per fenomeni di pendolarismo lavorativo, o per disaffezione verso il senso di appartenenza, ma entriamo in contatto con la vita delle persone là dove si svolge, nel rispetto delle regole della convivenza civile, ma anche con il coraggio della proposta evangelica che deve essere annunciata a tutti, nessuno escluso. Forse qualche volta questo coraggio ci manca e rischiamo di rimanere ad aspettare invano chi ormai ha preso il largo rispetto alle nostre realtà ecclesiali. E sono mondi che spesso rimangono distanti dalla vita ecclesiale, ma verso i quali dovremmo essere molto più attenti e partecipi.

Questa nuova situazione comporta pure il ripensamento della rete delle strutture parrocchiali che riguarda il nostro territorio. Sicuramente dovremo fare delle scelte che ri-definiscano in maniera più adeguata la realtà attuale di confini e presenze parrocchiali, ovviamente senza distruggere niente, ma anche pensando a come dovremo articolare la nostra rete ecclesiale nell’immediato futuro. Si tratta di uno dei temi che dovremo mettere a fuoco, per essere noi a tenere in mano la situazione senza rischiare di esserne travolti.

Tutto questo dovrà necessariamente rispondere  ad un riferimento dal quale non potremo mai prescindere e cioè: la sequela fedele di Cristo, lasciandoci illuminare dal suo Vangelo. Sembra questa una annotazione scontata. In realtà non lo è, perché uno dei pericoli che tutti corriamo è di abbassare i nostri punti di riferimento da ciò che Gesù ci indica nel suo Vangelo a ciò che invece ci parrebbe più “corretto” vista la realtà che ci circonda, quasi che Gesù dovesse adattarsi al mondo d’oggi piuttosto che il mondo d’oggi dovesse tendere alla meta alta della vita cristiana – la santità – alla quale il Signore ci chiama.

Di fatto, oggi, è soprattutto un problema di fede, quello che ci si pone davanti: Cristo è davvero al centro della nostra vita e del nostro servizio ai fratelli? Non succede per caso che ci si stia fidando più delle nostre strutture e delle nostre capacità che non della potenza dello Spirito di Dio? E’ lo Spirito di Dio che “ci spinge nel deserto” del mondo, come spinse Gesù nel deserto dopo il battesimo al Giordano. Ed è lo Spirito che vuole sostenerci di fronte alla tentazione delle cose, delle strutture e dei numeri, come per Gesù delle pietre da far diventare pane. Per vincere questa tentazione, al centro della vita delle nostre comunità deve esserci sempre di più la Parola del Signore che ci ripete che siamo figli di Dio ad immagine di Cristo. Altra tentazione è quella del potere che si vince con il dono di noi stessi e con la gratuità del servizio per amore, senza mai sottrarci al dovere della comunione e della sua feconda efficacia.

Ciò chiede che non si abbia timore a rilanciare costantemente la proposta della Lectio Divina nelle parrocchie, come nelle famiglie, insieme alla catechesi degli adulti che in non pochi casi sembra trovarsi in fase di stanchezza. E’ singolare che qualche volta ci si lamenti che gli adulti partecipano poco agli incontri che andiamo programmando per loro e poi però si debba riscontrare che notevoli gruppi di fedeli si ritrovano insieme a pregare ogni settimana, anche senza la presenza di un sacerdote, magari muovendosi da un capo all’altro del territorio, solo per il desiderio di poter condividere forme di preghiera che non trascurino il calore  di un rapporto capace di muovere il cuore e non solo la mente.

Qualche volta mi sono sentito dire che non ci sono persone disposte a mettersi in gioco. Credo che comunque, anche se dovessero mancare persone adeguatamente formate e ce ne fossero alcune forse non del tutto all’altezza dei bisogni, tuttavia non ci si dovrebbe tirare indietro: ciò che ci viene chiesto dal Signore, non è di fare miracoli, bensì di partire da ciò che abbiamo a disposizione per permettere al Signore di colmare i nostri vuoti e le nostre mancanze. A volte per l’ansia di avere il massimo, non ci si rende conto che anche quello che appare il minimo, in realtà è ricchezza che il Signore ci ha già messo a disposizione e di cui dovremo un giorno rendere conto a Lui.

Sappiamo bene che il nostro tempo non è più quello della fede espressa in forme di consenso massiccio e generalizzato; il nostro è un tempo nel quale la scelta di fede parte sempre da un rapporto interpersonale che chiede perseveranza, pazienza, cordialità umile e semplicità di spirito, ma anche il coraggio della proposta che nasca da una esperienza personale seria di Dio e della Chiesa e testimoniata nelle opere che si vanno compiendo. Il nostro è il tempo della fatica e prima ancora della semina, di una rinnovata aratura del campo che è la vita dei nostri fratelli e sorelle, in cui siamo chiamati a seminare il buon seme della Parola di Dio. E’ questa la “Chiesa in uscita” di cui parla Papa Francesco, ed è pure la Chiesa che anche noi ci impegniamo a costruire in Cristo Gesù con la forza dello Spirito Santo.

La conclusione della Visita di un Vicariato è avvenuta con un numeroso e caloroso pellegrinaggio al Santuario di Montenero e con l’affidamento di quel Vicariato alla protezione della Madonna. In un clima di grande commozione e di vera preghiera, un Laico, ha espresso a nome di tutti quello che era il sentire comune e che mi piace riportare: “L’impressione avuta, la prima e più evidente è che si sia ridotta la distanza che c’era tra la Diocesi con il suo Vescovo, e la gente, in un modo chiaro che non si era mai manifestato in precedenza, sicuramente non con questa intensità (…) in questi due mesi di costante presenza del vescovo tra di noi, la distanza tra Pisa e Barga, dagli oltre cinquanta chilometri si è ridotta a pochi centimetri (…) In tutte le occasioni d’incontro Lei ha sempre ascoltato con attenzione e scrupolo tutti gli interventi pertinenti e non all’argomento di volta in volta trattato e, nelle sue argomentazioni ha sempre tracciato ed indicato chiaramente quale sia il percorso, la strada da seguire, affinché vi sia sempre, come obiettivo ultimo il bene comune e la crescita della consapevolezza di appartenere alla grande famiglia cristiana che ha nel suo vescovo la guida e lo stimolo. E’ compito di tutti i cristiani proseguire nel cammino intrapreso, mantenere l’alto livello di fratellanza raggiunto in questi due mesi per non disperdere questo patrimonio di idee, volontà e consapevolezza. (…) Questa Visita pastorale ha poi avuto il merito di far conoscere a tutti, tante piccole realtà, persone e idee, esistenti già da prima, ma che come un fiume carsico scorrevano sotto traccia e che adesso, in piena luce possono esprimersi meglio”.

  • Un grazie reciproco che diventa rendimento di grazie al Signore

Al termine di queste riflessioni desidero rinnovare il mio cordiale ringraziamento a tutti coloro che si sono impegnati nella preparazione e nello svolgimento della Visita. In particolare desidero ringraziare i sacerdoti e i diaconi che non si sono sottratti alla fatica, ma che credo hanno pure sperimentato la gioia di un percorso che li ha strettamente accomunati al ministero del vescovo. Solo nella comunione si sperimenta la pienezza della gioia di essere a servizio di Cristo e della Chiesa, e solo quando i ministri ordinati condividono nella comunione una rinnovata passione per il Vangelo anche la gente percepisce la bellezza e la forza della fede e aumenta la corresponsabilità perché tutti vivano con autentico spirito missionario il compito di evangelizzare il mondo.

Gesù ci dice che dopo aver fatto tutto quello che dovevamo fare c’è da ripetere a noi stessi che siamo servi inutili. Ne siamo tutti convinti, come lo siamo della necessità che ciascuno personalmente e tutti insieme come comunità cristiana, mettiamo in atto ogni nostra capacità per rispondere al compito che il Signore ha affidato ai suoi discepoli di andare e di annunciare a tutti il suo Vangelo.

Certamente avremmo potuto fare di più e meglio; l’importante è che ciò che abbiamo vissuto insieme lo abbiamo percepito come occasione di grazia e come tesoro prezioso da mettere a frutto. Sono convinto che nelle singole realtà parrocchiali, di Unità pastorale, come di Vicariato, abbiamo preso maggiormente coscienza non tanto dei limiti e delle inadempienze che ci segnano e ci creano inquietudine, bensì delle ricchezze che ci sono e che chiedono a tutti noi, insieme, una rinnovata riflessione pastorale perché possiamo dare risposta alle richieste di questo nostro tempo, che in mezzo a tanti problemi e difficoltà è pur sempre “il tempo favorevole” di grazia nel quale il Signore ci offre la sua salvezza.

+ Giovanni Paolo Benotto

Arcivescovo

Pisa, 8 giugno 2019, vigilia della Solennità della Pentecoste