Scuola di Formazione Teologica Pastorale Pisa, 22 novembre 2018
Non deve meravigliare se prima di affrontare questioni tecniche e amministrative ci si domanda quali siano i presupposti e le motivazioni teologiche che devono guidare la gestione dei beni della Chiesa. Il principio che sovraintende a tutto è la carità, anche per quanto riguarda l’amministrazione dei beni.
Può esserci di guida il testo degli Atti degli Apostoli nel quale si dà una immagine della comunità primitiva (cfr At 2,44-45) “Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno”. E ancora: “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. (…) Nessuno tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno”. (At 4,32.34-35). A questo proposito gli Atti portano pure l’esempio di Barnaba, originario di Cipro, che vende un campo e “ne consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli”. (At 4,36-37).
Insieme a questo esempio buono, ci viene riportata anche la “finzione” di Anania e Saffira che vendono un terreno e poi consegnano solo una parte del ricavato, volendo invece apparire generosi come se avessero dato tutto. La fine dei due è la morte, quale frutto del loro “aver messo alla prova lo Spirito del Signore” (At 5,9) secondo le parole di Pietro.
Sempre gli Atti ci presentano una comunità attenta a provvedere all’assistenza quotidiana delle vedove. Proprio per venire incontro al dovere della carità si istituiscono i sette diaconi “per servire alle mense” perché gli apostoli potessero “dedicarsi alla preghiera e al servizio della Parola”(At 6,1-6).
I doni dello Spirito non sono in vendita. Ѐ illuminante l’episodio di Simone Mago che “vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: «Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo». Ma Pietro gli rispose: «Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio”.
Del resto Gesù era stato molto chiaro circa il rapporto tra i suoi discepoli e il denaro.
Nel tempio di Gerusalemme, Gesù “arde di zelo”, e “fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!»”(Gv. 2-13-17).
Tra i consigli/comandi dati ai discepoli inviati in missione, c’è quello di non contare sui mezzi umani, (Mt. 10,1-16) bensì sulla provvidenza del Padre. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento” (Mt. 10,8-10). Nel discorso della Montagna troviamo poi: “Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (…) Non potete servire Dio e la ricchezza” (Mt. 6,19-21.24).
L’affidamento alla Provvidenza non significa incuria o approssimazione, bensì disponibilità ad aiutarsi reciprocamente l’uno con l’altro. Ѐ interessante notare che Paolo, nella lettera ai Galati, quando racconta del suo incontro a Gerusalemme con gli apostoli, con i quali si confronta circa il Vangelo che sta predicando, per non rischiare di correre o di aver corso invano, aggiunge che gli apostoli “ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare.” (Gal. 2,10)
Anche soltanto da questa brevissima carrellata di testi del N.T. ci rendiamo conto che i beni materiali e i soldi son da trattarsi sempre come mezzi/strumenti e mai come un fine, sia a livello personale che comunitario; che la destinazione dei mezzi a disposizione è per il mantenimento delle persone che lavorano per il Vangelo (il lavoratore ha diritto al suo nutrimento) e soprattutto per la carità; che non possiamo soggiacere alla mentalità del mondo che è quella dell’accumulare, bensì che occorre servirsi dei beni per venire incontro alle necessità di chi ha bisogno; che non bisogna attaccarsi alle cose perché il nostro cuore possa sempre essere libero per Dio e per il prossimo.
Non per nulla S. Paolo, a Tito e a Timoteo fa presente che fra le qualità necessarie a chi ha il compito di guidare la comunità cristiana, c’è anche quella di non essere “attaccato al denaro” (1Tim. 3,3) (vescovo); e che il diacono “non sia avido di guadagni disonesti” (1Tim. 3,8). Nella lettera a Tito Paolo dice che il vescovo è “amministratore di Dio” (Tit. 1,7). Infine, Paolo ci offre il ritratto di come deve essere il ricco cristiano, un ritratto che vale per tutti: “A quelli che sono ricchi in questo mondo ordina di non essere orgogliosi, di non porre la speranza nell’instabilità delle ricchezze, ma in Dio, che tutto ci dà con abbondanza perché possiamo goderne. Facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera” (1Tim. 6,17-19).
Dal sistema beneficiale al sostentamento della Chiesa
Credo sia opportuno ribadire che quanto detto fino ad ora non è solo un cappello pio e devoto per dare qualche pennellata di Vangelo a quello che dovrà essere detto negli incontri a venire, bensì si tratta del fondamento teologico, senza il quale, anche con le migliori intenzioni, si corre il rischio di gestire i beni della Chiesa come fossero beni di qualsiasi altro ente o organizzazione sociale.
Da qui un principio che non deve mai essere dimenticato che è quello che le “ragioni pastorali” devono guidare le nostre scelte, che se pure debbono essere rette dalle regole di una sana amministrazione, non possono neppure essere separate da quel bene dei fedeli e della Chiesa, che non si possono mai dimenticare. (Ad esempio: vendere dei beni a degli speculatori che mi fanno guadagnare di più, ma che calpestano l’onestà e la trasparenza?).
Questo ci dice che insieme ai principi teologici, non possiamo dimenticare le qualità e le virtù umane che sono quelle della giustizia, dell’onestà, della trasparenza, della legalità canonica e civile, del rispetto dei diritti altrui, della verità. Virtù e qualità oggi spesso conculcate con “aggiustamenti” che se anche non sono chiaramente “illegali”, sono sicuramente immorali. (Non può esistere vera legalità che non sia fondata su una autentica morale). Qualche volta, anche in casa nostra, possono farsi vive delle “sirene”, che in nome di un “risparmio” tutto da verificare, offrono possibili scappatoie che sono sicuramente immorali se non illegali.
Da qui il ricorso, soprattutto nel dubbio, a chi ne sa di più perché nessuno si trovi a compiere atti dei quali ci sarà poi da pentirsi.
Per introdurci ad una visione per quanto possibile ampia di ciò che vogliamo trattare in questo percorso, credo sia opportuno dare uno sguardo a quello che negli ultimi 50 anni è avvenuto nella Chiesa circa la amministrazione dei beni ecclesiastici.
Il Concilio Vaticano II, nel Decreto sul ministero e la vita dei Presbiteri al n° 20, nel 1965, stabilì che “Il sistema noto sotto il nome di sistema beneficiale deve essere abbandonato, o almeno riformato a fondo, in modo che la parte beneficiale ─ ossia, il diritto al reddito di cui è dotato l’ufficio ecclesiastico ─ sia trattata come cosa secondaria, e venga messo in primo piano, invece, l’ufficio stesso. D’ora in avanti, inoltre, per ufficio ecclesiastico si deve intendere qualsiasi incarico conferito in modo stabile per un fine spirituale“(PO 20)
Da questa presa di posizione del Concilio, è nata una vera e propria rivoluzione che ha cambiato il modo di intendere i beni ecclesiastici che si era stabilito e consolidato nei secoli. In Italia, questa rivoluzione è avvenuta con la nuova “Normativa pattizia del 1984” grazie alle “disposizione attuative nell’ordinamento civile e canonico“.
Di fatto, il 25 gennaio 1983, Giovanni Paolo II, aveva varato la riforma dell’intero Codice di Diritto Canonico, quindi era stata rivista anche la normativa riguardante “I Beni temporali della Chiesa” contenuta nel libro V del C/C (cc. 1254 -1310).
Con la legge 25 marzo 1985 n° 121 fu ratificato l’accordo tra Stato italiano e S. Sede del 18 febbraio 1984; e con la legge 20 maggio 1985 n° 222 furono promulgate le “Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi“.
Che cosa è avvenuto?
Ѐ stato abolito il sistema beneficiale e si è attuato un nuovo sistema per il sostentamento del clero con la creazione di nuovi enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e l’abolizione degli enti precedenti.
Precedentemente esistevano i così detti Benefici parrocchiali, canonicali, e vescovili (Mensa) e parallelamente ogni parrocchia o rettoria aveva il corrispondente Ente Chiesa di…, oppure Rettoria di…
Con la legge 222 del 1985, tutti i beni classificati come “benefici”, ope legis, passarono ad un nuovo Ente istituito in ogni diocesi (o fra più diocesi), cioè l’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, che con i redditi dei beni ex beneficiali ─ cioè destinati al mantenimento dei preti investiti dei singoli benefici ─ avrebbero dovuto mantenere i sacerdoti in servizio alle diocesi, qualunque fosse il servizio loro affidato. A coordinamento di tutti gli IDSC, fu istituito anche l’Istituto Centrale per il Sostentamento del Clero, al quale sarebbero andate le offerte liberali per il sostentamento dei preti, gli utili dei singoli Istituti Diocesani, e parte del gettito dell’ 8 ‰ ad integrazione del fabbisogno necessario annuale per dare ad ogni sacerdote la somma spettante (senza tredicesima), integrando ciò che ogni parrocchia deve, in base alla quota capitaria, ad ogni sacerdote in servizio attivo.
La stessa legge 222 del 1985, dava riconoscimento civile ai nuovi enti ecclesiastici che venivano creati e cioè l’Ente Diocesi, gli Enti Parrocchie, Capitolo Cattedrale, Seminario, etc.
Agli Enti Parrocchia (nuovi) furono attribuiti tutti i beni che erano di pertinenza dei precedenti Enti Chiesa che venivano soppressi, mentre ciò che era dei Benefici andava tutto all’IDSC.
Siccome però, molte proprietà dei singoli Benefici, da tempo non venivano usate più per produrre reddito, ma per attività pastorali, questi beni furono oggetto, da parte del vescovo diocesano, a un nuovo trasferimento di proprietà dall’IDSC ai singoli nuovi Enti Parrocchia che hanno continuato ad usare questi beni per le attività pastorali.
Come bene si comprende si è trattato di una operazione enorme che ha richiesto pure una ricognizione di tutte le proprietà ecclesiastiche che ancora non si è del tutto conclusa, perché ci sono dei beni dei quali non si conosceva più l’appartenenza ecclesiastica e viceversa, beni che si ritenevano nostri, ma di cui in realtà mancavano i titoli di proprietà.
Da questi cambiamenti che spesso non sono stati nemmeno spiegati alla nostra gente, sono nati problemi di relazione tra parroci e fedeli e soprattutto tra IDSC e fedeli e fedeli e Curia, vista come soggetto onnicomprensivo, con a capo un vescovo visto come un ingiusto accaparratore di cose non proprie.
Tutta questa trasformazione ha funzionato?
Credo che si possa rispondere affermativamente anche se, di tanto in tanto, qualcuno solleva qualche protesta non conoscendo adeguatamente quanto è accaduto ormai 33 anni or sono.
Quali sono le conseguenze pratiche di questa riforma?
1) – C’è stata una sostanziale perequazione circa il sostentamento del Clero. Non c’è più chi è ricco ─ perché investito di un ricco beneficio ─ e chi muore di fame. Bensì c’è una base comune che riguarda tutti, compresi i vescovi, attraverso l’attribuzione di un punteggio base, che aumenta di 2 punti ogni cinque anni, con un tetto massimo. Come vescovo io ricevo 1383 € al mese circa (dei quali 685 dall’ICSC e 698 dalla Diocesi). Il quid che mi viene dalla diocesi è stabilito dall’ICSC; il quid che ogni parrocchia deve dare al suo parroco e viceparroco è stabilito dal vescovo in base ad una tabella dell’ICSC con possibili minime variazioni a seconda dei mezzi a disposizione della parrocchia stessa.
2) – I beni ex beneficiali ─ ora di proprietà dell’IDSC ─ vengono amministrati in modo che forniscano reddito che dovrebbe garantire il sostentamento dei preti. In realtà, nella nostra diocesi l’IDSC contribuiva nel 2016 al sostentamento del clero diocesano nella percentuale del 14.39%; 1.27% erogazioni liberali; 83.85 l’8‰. Tradotto in cifre: [IDSC 294491 €; erogazioni liberali 36158 €; 8‰ 1716521 €].
Il Consiglio di amministrazione dell’IDSC è composto da 7 membri di cui 4 sono nominati dal Vescovo e 3 eletti dal Clero e coadiuvato dal Collegio dei Revisori dei Conti di cui 2 nominati dal Vescovo ed 1 eletto dal Clero.
3) – Ogni parrocchia deve avere un Consiglio Parrocchiale per gli Affari Economici, CPAE, secondo una bozza di statuto predisposto a livello diocesano. Tale Consiglio è obbligatorio: can.537- “In ogni parrocchia vi sia il consiglio per gli affari economici che è retto, oltre che dal diritto universale, dalle norme date dal Vescovo diocesano; in esso i fedeli, scelti secondo le medesime norme, aiutino il parroco nell’amministrazione dei beni della parrocchia, fermo restando il disposto del can. 532″ che dice che “Il parroco rappresenta la parrocchia, a norma del diritto, in tutti i negozi giuridici; curi che i beni della parrocchia siano amministrati a norma dei cann. 1281-1288″.
4) – Visto e considerato che sulle 165 parrocchie della Diocesi, quelle che hanno un minimo patrimonio posto a reddito da amministrare sono pochissime, la stragrande maggioranza vive solo grazie alle offerte dei fedeli.
La riforma del 1985 ha voluto sottolineare questo aspetto: se vogliamo che i fedeli siano stimolati a contribuire, essi hanno il diritto di sapere quante sono e come vengono amministrate le offerte che la parrocchia riceve.
Ciò significa che ci devono essere i registri di amministrazione e che devono essere redatti ogni anno i resoconti amministrativi e devono essere conservate le relative pezze di appoggio. La condivisione da parte dei fedeli non è un aspetto marginale: dove c’è trasparenza amministrativa, cresce la fiducia da parte della gente nei confronti dei sacerdoti e la generosità nei confronti della Chiesa stessa. Dove le cose vengono gestire senza trasparenza, anche la generosità viene meno e le difficoltà economiche aumentano.
5) – Trasparenza significa pure corresponsabilità condivisa, oltre il ruolo di rappresentanza legale che spetta al parroco o a chi è stato costituito rappresentante legale dell’Ente. La corresponsabilità implica anche la messa a disposizione di tutti delle competenze specifiche di varie figure professionali, che sono oggi quanto mai necessarie data la “selva” di leggi e di norme sempre più complesse sul piano civile. Ѐ vero che ci sono parroci che non vorrebbero avere problemi gestionali: questa difficoltà può essere superata se c’è una maggiore condivisione tra figure diverse grazie e al coinvolgimento di persone competenti in materia.
6) – Trasparenza significa pure pubblicare i rendiconti amministrativi (differenza dai bilanci) delle singole parrocchie in modo che tutti possano conoscere potenzialità e difficoltà. Lo stesso vale per quanto riguarda la comunicazione dei rendiconti amministrativi annuali alla Curia.
7) – Rapporti con la Curia e i suoi Uffici. Non si tratta di rapporti di buon vicinato soltanto, ma di vera e propria dipendenza per tutta una serie di adempimenti. Dipendenza determinata sia dalla normativa canonica sia da quella civile. Infatti senza specifiche autorizzazioni, certi atti risulterebbero non validi e perseguibili per legge canonica e civile.
In seguito alla “Istruzione in materia amministrativa” della CEI del 2005, in ogni diocesi, il Vescovo ha emesso un Decreto che stabilisce quali sono gli atti di ordinaria o straordinaria amministrazione per i quali è necessaria una specifica autorizzazione vescovile perché tali atti siano validi.
Tale decreto, fatto da Mons. Plotti il 13 luglio 2007, fu poi da me registrato per ogni Ente Ecclesiastico civilmente riconosciuto nel 2009. Da quel momento, questo Decreto costituisce la norma di comportamento a cui tutti debbono attenersi pena la validità degli atti posti e la responsabilità non dell’Ente per cui sono posti, ma per le persone che li hanno posti. (Decreto allegato).
Quali sussidi sono attualmente a disposizione?
1) – Istruzione in materia amministrativa (2005) CEI
2) – Amministrare la parrocchia oggi in Italia – Antonio Interguglielmi
3) – Conclusioni
Si parla molto di “corresponsabilità” laicale e di “sinodalità”, cioè del camminare insieme e del guardare insieme con gli occhi stessi del Signore. Si tratta soprattutto di uno stile da acquisire sia da parte dei laici che da parte dei preti: è lo stile della comunione che S. Paolo esemplifica con l’immagine del corpo e delle membra, sempre animato dalla carità. “Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo”. (1Cor. 12,12) “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra. Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi ci sono i miracoli, quindi il dono delle guarigioni, di assistere, di governare, di parlare varie lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti fanno miracoli? Tutti possiedono il dono delle guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Desiderate invece intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime“. (1Cor. 12,27-31). La via, lo sappiamo, è la carità! “Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità! (1Cor. 13,13)
+ Giovanni Paolo Benotto
