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Incontro con le Religiose della Diocesi 

“Gli Istituti Religiosi: tra carisma e servizio tipici della identità della singola Congregazione e radicamento nella vita delle singole chiese particolari: problemi e prospettive”

Seminario S. Caterina – 4 novembre 2018

A più di cinquanta anni dalla riforma conciliare che si è espressa nel Decreto sul rinnovamento della Vita religiosa “Perfectae caritatis”, la vita consacrata che ha cercato di calare nella concretezza delle sue istituzioni i dettami del Concilio, tuttavia sta vivendo una crisi profonda. In questo contesto di crisi diffusa, ciò che sembrava una consapevolezza ormai acquisita, oggi sembra essere di nuovo messa in discussione, non tanto nella teoria, quanto nella prassi, e cioè che non esiste una Chiesa universale che non si incarni concretamente nelle singole chiese particolari, le quali, di fatto, nella loro comunione in Cristo, manifestano il volto della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica.

Non sembri strano che la riflessione che voglio offrirvi prenda le mosse dalla percezione che abbiamo del nostro essere chiesa. Infatti si può pensare di essere chiesa in modi molto diversi tra di loro, e da questo diverso pensare sorgono modalità di vita ecclesiale assai differenti e spesso dissonanti da quanto il Concilio ci ha consegnato nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa “Lumen Gentium” e nella Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo “Gaudium et Spes”. 

In altre parole, non esiste vera esperienza ecclesiale se non intorno all’Eucaristia celebrata dal vescovo insieme ai presbiteri, ai diaconi e a tutti gli altri membri del Popolo di Dio; cioè non esiste vera esperienza di Chiesa se non nella completezza dei doni e dei carismi, nonché dei compiti e delle responsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio, che hanno la loro chiara espressione nella celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo, che raccoglie in unità tutte le ricchezze carismatiche dei credenti e che poi si esprime in una azione pastorale che sia segno autentico di comunione, cioè espressione vera di tutti i carismi e dei più diversi ministeri che lo Spirito ha suscitato e ancora suscita nella Chiesa.

La vita consacrata si colloca in questo contesto di multiforme ricchezza. Infatti Perfectae Caritatis afferma nel suo Proemio: “Fin dai primi tempi della Chiesa vi furono uomini e donne che per mezzo della pratica dei consigli evangelici intesero seguire Cristo con maggiore libertà ed imitarlo più da vicino, e condussero ciascuno a loro modo, una vita consacrata a Dio. Molti di essi, dietro l’impulso dello Spirito Santo, o vissero una vita solitaria o fondarono famiglie religiose, che la Chiesa con la autorità volentieri accolse e approvò. Cosicché per disegno divino si sviluppò una meravigliosa varietà di comunità religiose che molto ha contribuito a far sì che la Chiesa non solo sia ben attrezzata per ogni opera buona e preparata al suo ministero per l’edificazione del corpo di Cristo, ma attraverso la varietà dei doni dei suoi figli, appaia altresì come una sposa adornata per il suo sposo e per mezzo di essa si manifesti la multiforme sapienza di Dio”(PC 1).

Tutto questo ci dice che non può essere pensata una Chiesa così come Cristo l’ha voluta che non raccolga e manifesti in unità anche le diverse espressioni della vita consacrata; nello stesso tempo non si può pensare alla vita consacrata come “adornamento” della Chiesa che non sia in piena consonanza con tutte le altre espressioni carismatiche e ministeriali che sono tipiche della comunità dei credenti in Cristo.

C’è quindi da domandarci se questa consonanza nella comunione si manifesta davvero anche nella vita della nostra Chiesa diocesana; quali sono le difficoltà che si manifestano e quali le modalità per rendere sempre più efficace la comunione tra tutte le componenti del Popolo di Dio al quale tutti apparteniamo.

  • Uno sguardo alla situazione del nostro tempo

Credo che sia necessario contestualizzare il nostro discorso nella cultura che stiamo vivendo in questo nostro tempo, caratterizzato da uno spiccato senso di individualismo. Si tratta di una specie di “peccato originale” della nostra epoca che ci portiamo dietro anche senza averne la consapevolezza e che sta inquinando il modo di pensare e di agire anche in chi ha come punto di riferimento irrinunciabile il valore della condivisione umana e soprattutto della comunione ecclesiale.  Un individualismo che fa fatica a praticare il noi perché esalta in maniera esasperata l’io senza però aprirsi al tu. Tanti io messi insieme non fanno un noi, perché il noi è frutto di uno spogliarsi di sé per andare incontro al tu, nella consapevolezza che il noi esige sempre la condivisione di un progetto comune di vita.

Papa Francesco più volte ci ha messo in guardia dal ritorno di antiche eresie che sembravano ormai definitivamente scomparse: lo gnosticismo e il pelagianesimo, tenendo conto che prima ancora di essere derive intellettuali sono atteggiamenti spirituali che mettono in crisi la professione della vera fede. 

Scrive il Papa nella Esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” che si tratta di due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo “ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare. In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente” (GE 35).  

Il Papa afferma che “lo gnosticismo suppone una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto, in definitiva, rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti” (GE 36). Si tratta di una “disincarnazione del mistero” per cui non si riesce più a “toccare la carne sofferente di Cristo negli altri”(GE 37); sappiamo invece che “vi sono attività che, unendosi alla contemplazione, non la impediscono, bensì la favoriscono, come le opere di misericordia e di pietà”(GE 46).

L’altro pericolo da cui il Papa ci mette in guardia è quello del pelagianesimo che anche se parla della grazia di Dio “in definitiva fa affidamento unicamente sulle proprie forze e ci si sente superiori agli altri perché si osservano determinate norme o perché si è irremovibilmente fedeli ad un certo stile”(GE 49). In altri termini “la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per provocare quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e leale di crescita. La grazia, proprio perché suppone la nostra natura, non ci rende di colpo superuomini”(GE 50).

Queste derive non sono assenti neanche dalla vita delle comunità religiose: si può indulgere ad una forma di gnosticismo, quando si pensa che tutto può migliorare e adeguarsi al nostro tempo grazie a conquiste di tipo culturale o a forme di qualificazione accademica, quasi che questo tipo di crescita intellettuale possa finalmente rispondere alle sfide odierne; oppure si può indulgere ad un volontarismo che immagina di risolvere i problemi odierni della vita consacrata solo ritornando a vesti o modalità di vita comunitaria così come magari si vivevano ai primordi del proprio istituto religioso.

In realtà la soluzione dei nostri problemi non sta in un “revival” che ci riporta indietro nel tempo, bensì ad una maggiore e più convinta adesione di vita a Cristo Signore, camminando dietro a Lui sulla via del Vangelo, perché ogni carisma che la Chiesa ha riconosciuto come autentico, non è altro che un dono dello Spirito Santo per una risposta personale e comunitaria all’invito di Gesù: “Vieni, seguimi!”.

  • Criticità e problematiche.

Nell’incontro che ho avuto con le Superiore delle Comunità religiose presenti in diocesi lo scorso 6 ottobre, ho registrato una serie di osservazioni che mi hanno colpito a proposito delle problematiche che dal vostro versante di osservazione appaiono più rilevanti. E’ stato messo in evidenza che spesso il rapporto tra comunità religiose e vita della comunità ecclesiale è lasciato alla “soggettività” degli interlocutori, senza che ci sia una vera e propria consapevolezza su quello che può essere l’apporto oggettivo della comunità religiosa alla vita dell’intera comunità ecclesiale e viceversa. Perché possa svilupparsi in maniera armonica questo rapporto si vede la necessità di un maggiore dialogo reciproco in modo da riuscire a cogliere la modalità migliore per un serio inserimento delle religiose nella vita delle singole comunità parrocchiali, anche attraverso la presenza attiva delle religiose stesse nei Consigli pastorali parrocchiali, di Unità pastorale e di Vicariato.

E’ ovvio che per uscire dal vicolo cieco della soggettività, non sono sufficienti regole e norme, bensì diventa sempre più necessaria quella reciproca conoscenza che permette alle religiose di vedere se stesse non soltanto come parte di una singola congregazione, bensì della Chiesa nella sua pienezza e che insieme consente alla comunità ecclesiale di percepire le religiose come parte integrante della vita comunitaria ecclesiale. Non sempre questa consapevolezza è presente, sia per evidenti autoreferenzialità delle religiose, come di altrettanto pesanti autoreferenzialità delle stesse comunità parrocchiali. Ciò che toglie respiro è sempre la chiusura in se stessi; ciò che invece dona capacità di incontro è essere davvero disponibili a relazioni che ci proiettino al di fuori del proprio stretto ambito di vita, per cui si abbiano comunità parrocchiali aperte alle comunità religiose e comunità religiose aperte alle comunità parrocchiali.

Chi deve fare il primo passo in questa auspicabile e necessaria apertura reciproca? E’ ovvio che la disponibilità deve essere reciproca e non si può certo stare ad attendere che sia l’altro o siano gli altri a cominciare, perché in questo modo ciascuno rimarrebbe ancorato e immobile sulle proprie posizioni, spesso paralizzate e paralizzanti.

Un altro problema che a volte sembra insormontabile è la salvaguardia del proprio carisma che viene non di rado sacrificato per dare priorità alle opere che ciascuna comunità religiosa porta avanti piuttosto che al carisma stesso. Dobbiamo infatti ricordarci che carisma e opere non sono necessariamente la stessa cosa; anzi spesso si fa confusione tra queste due realtà, perché il carisma, cioè il dono di grazia che sta all’origine della Congregazione religiosa, sicuramente deve esprimersi in opere concrete; ma non è detto che tutte le opere che le singole Congregazioni gestiscono siano davvero consequenziali al carisma di fondazione. Infatti, se il carisma è dono di grazia e l’opera dovrebbe essere come la sua “incarnazione” nella vita personale e comunitaria, spesso ci si accorge che certe opere rispondono più a situazioni contingenti, che non erano sicuramente nella previsione di fondazione, quando addirittura non sono sorte semplicemente per permettere ai membri dell’Istituto di guadagnarsi la vita.

  • Prospettive di lavoro

Proprio per non rischiare di tradire il proprio carisma è quanto mai urgente che ogni congregazione curi in maniera attenta la formazione dei propri membri non solo circa i contenuti e l’identità della vita religiosa in genere, ma anche favorendo la comprensione puntuale del proprio carisma di fondazione, perché, anche se, provvidenzialmente, oggi si è molto più attenti alla formazione culturale, teologica e professionale delle nuove vocazioni, più di quanto avvenisse nel passato, se non si riesce ad assimilare il vero contenuto del carisma proprio, si rimarrà sempre indecisi e fluttuanti sul senso del proprio servizio e ci si ridurrà solo a conservare e a portare avanti in qualche modo le opere che già si svolgono, ma non saremo in grado di cogliere i nuovi bisogni del nostro tempo per rispondervi proprio grazie al carisma che si è ricevuto dalle sorelle e dai fratelli che ci hanno preceduto. Solo in questo modo potranno maturare nuovi servizi e nuove opere proprio sulla base dello specifico dono di grazia donato dal Signore al singolo istituto.

Credo che questa capacità di lettura consenta pure di mettersi in ascolto di ciò che lo Spirito Santo dice alla Chiesa del nostro tempo e istaurare un serio dialogo con la realtà nella quale siamo inseriti e che ci sfida con urgenze ed esigenze alle quali siamo chiamati a dare la risposta di un servizio d’amore.

Per essere in grado di fare questo c’è bisogno di un grande spirito di umiltà e di vera comunione dentro i singoli istituti e fra questi e la realtà ecclesiale nella quale l’Istituto vive ed opera. Papa Francesco, di fatto, ci invita a questo, quando spinge la Chiesa, cioè tutti noi, ad imparare a fare discernimento. Il discernimento non è una operazione di marketing e nemmeno soltanto un lavoro di programmazione che è pur sempre necessario per non procedere a mosca cieca, bensì l’attitudine personale e comunitaria ad ascoltare ciò che lo Spirito di Dio ci sta dicendo perché possiamo rispondere più adeguatamente alla chiamata alla santità e alla missione per l’annuncio di Gesù e del suo Vangelo. C’è un richiamo che ritorna più volte nel secondo e terzo capitolo del libro dell’Apocalisse: “Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese”: oggi questo appello risuona sia per le Chiese, sia per tutte quelle realtà ecclesiali che sono chiamate a dare testimonianza di Gesù di fronte al mondo. E’ ovvio che negli istituti religiosi non è pensabile che siano i singoli membri a pretendere di fare discernimento in solitudine; sono bensì le congregazioni stesse, soprattutto nei tempi previsti dalle proprie costituzioni, a dover fare questo discernimento con coraggio e lealtà, con vero spirito di fede, confrontandosi anche con le Chiese locali dentro le quali operano e vivono.

Una tentazione che spesso rende difficile questo discernimento è quella che Papa Francesco ha chiamato lo stile del “si è sempre fatto così”, quasi che certi ritmi o certe modalità di vita siano perentoriamente regole non modificabili. Penso ad esempio ai ritmi e agli orari della vita comunitaria religiosa che sono in conflitto con i ritmi e gli orari possibili della vita comunitaria parrocchiale, la quale non può non tenere conto dei ritmi e degli orari di vita della gente comune.  Non poche volte le difficoltà di dialogo fra le comunità religiose e le singole parrocchie nascono proprio a proposito degli orari specifici che nessuno è disposto a modificare o a rivedere. Non di rado alla fine prevale, non il carisma, non la necessaria comunione, bensì l’opera che si sta portando avanti, per la quale si finiscono per fare enormi sacrifici che non aiutano certo l’equilibrio spirituale della stessa vita comunitaria.

Qualche volta, da parte delle religiose si imputa ai preti una non comprensione del loro carisma e del loro servizio; dall’altra parte non mancano preti che non riescono a valutare la preziosità del servizio delle consacrate alla vita ecclesiale, perché le “opere” a cui i preti pensano, sono spesso solo quelle tipicamente attinenti ai bisogni della parrocchia. E allora, per contentare il prete ci si adatta a fare qualcosa nei ritagli di tempo e con sacrifici aggiuntivi, oppure ci si rinchiude ancora di più nelle proprie opere che prendono il sopravvento anche sul necessario riposo, sulla vita di preghiera e di comunione fraterna. In ambedue i casi si sta sbagliando: ciò di cui ci sarebbe bisogno forse sarebbe altro rispetto ai due orizzonti operativi che si contrappongono. Ritengo che ci si dovrebbe interrogare con più verità, da una parte se le opere che si portano avanti sono le più rispondenti al proprio carisma, e se la vita consacrata può esprimere tutta la sua forza evangelizzatrice solo facendo il catechismo o qualche altro servizio liturgico che anche altri fedeli laici potrebbero validamente realizzare. 

A questo punto è chiaro che solo un dialogo che parta davvero dalle radici di che cosa significa essere Chiesa, della professione religiosa e dell’essere consacrate nella Chiesa, permette di scoprire modalità inedite e possibilità nuove per servire i fratelli nella comunità cristiana in base al proprio carisma, senza entrare in conflitto con nessuno, senza il senso della frustrazione nel sentirsi inutilizzate/i, bensì con la gioia di aprire strade a Gesù e al Vangelo in ambiti che fino ad ora non sono abitati dalla fede o comunque non sono stati praticati dalla Chiesa, ma che offrirebbero l’ambiente favorevole a far sviluppare proprio quei carismi che vorremmo mettere a frutto e che finiscono invece per essere mortificati, rimanendo inutilizzati.

Il metodo operativo, che è anche una modalità di vita spirituale, che ha a che fare con il discernimento e che diventa sempre più urgente è quello della sinodalità, cioè la disponibilità e l’impegno a camminare e a guardare insieme con il passo e lo sguardo stesso del Signore Gesù. “Insieme” è la parola che oggi più che mai deve connotare ogni nostro impegno ecclesiale, dentro e fuori la Chiesa, dentro e fuori le comunità religiose, proprio per contrastare la tentazione e la spinta all’isolamento individualista al quale ci spinge la cultura del nostro tempo. Gli ambiti in cui questo discernimento pastorale può compiersi con la partecipazione di tutti i carismi e di tutti i ministeri sono gli organismi di partecipazione ecclesiale, cioè i Consigli Pastorali parrocchiali, di Unità pastorale e di Vicariato, come all’interno della vita religiosa, il Consiglio generalizio o provinciale e le riunioni fraterne all’interno della singola comunità. E’ grazie al confronto che deve svilupparsi in questi ambiti che la vita consacrata può offrire all’intera comunità cristiana il proprio apporto specifico. 

E’ vero che non in tutte le parrocchie o Unità pastorali o vicariati questi Consigli ci sono o funzionano in maniera significativa; ma è anche vero che anche dove ci sono, a volte la vita consacrata non è presente in maniera adeguata. Qualche volta succede che anche quando è presente il Vescovo, come nelle Assemblee pastorali di vicariato, dove tutti non solo sono invitati, ma dovrebbero sentirsi in dovere di essere presenti, non tutte le comunità religiose sono presenti, almeno con una rappresentanza. Ciò significa che  questi momenti non vengono percepiti come importanti per la propria crescita ecclesiale, e comunque si trascurano opportunità preziose, non solo per offrire il proprio apporto, ma per rendere esplicita la propria appartenenza alla Chiesa che vive su quel territorio. Sono convinto che queste assenze sono una spia di un clima spirituale in cui la comunione non è l’elemento base per una vita comunitaria che abbia senso compiuto. 

Nello stesso tempo, qualche volta accade pure che ci sia da parte dei consacrati una ricerca di relazioni all’esterno della propria comunità religiosa non perché si abbia l’ansia dell’apostolato, ma piuttosto il desiderio non confessato dell’evasione da un ambiente nel quale la comunione languisce e la vita comunitaria è ridotta ad una apparenza senza sostanza. Anche in questo caso il rischio è di non portare alcuna vera testimonianza della bellezza della vita comunitaria, bensì si finisce per estendere anche ad altri ambienti la fatica e il fastidio che si vive in casa propria. E queste forme di evasione creano pure all’interno delle comunità religiose una ulteriore presa di distanza rispetto agli altri ambienti ecclesiali che vengono percepiti non come luoghi in cui l’identità della Chiesa si manifesta e si realizza nella sua pienezza ed organicità, bensì come “sfogatoi” in cui si fanno noti ad altri eventi e situazioni che non fanno onore a nessuno.

  • Conclusione

Potremmo ancora a lungo elencare situazioni problematiche dalle quali emergono direzioni e strade nuove da percorrere. C’è però un atteggiamento di fondo che vale per tutti, nessuno escluso, che non può essere sottaciuto. Se il Cristo è il modello della nostra vita di fede e di consacrazione e se la sua consacrazione è il paradigma che tutti noi dobbiamo tenere presente per orientarci nel nostro cammino personale e comunitario – “Per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Gv 17,18) – la consacrazione di Cristo Gesù al Padre ci dice che il compimento della volontà del Padre nell’obbedienza è il criterio fondamentale che ci permette di aiutarci a vicenda per vivere sempre più intensamente ed efficacemente il nostro servizio alla Chiesa e nella Chiesa. Gesù dice chiaramente che suo “cibo è fare la volontà del Padre”, cioè sua volontà è obbedire al Padre in pienezza di donazione.

Sicuramente il Signore ci chiama a crescere nell’obbedienza e nell’amore, con la disponibilità a non trattenere niente per noi stessi, ma cercando davvero ciò che rende gloria a Dio e serve sul serio alla crescita della comunione nelle nostre comunità religiose ed ecclesiali. Ho trovato in uno scritto di un vescovo (Mons. Morfino) ai preti della sua chiesa un elenco di modalità con le quali a volte si sviluppa o meglio non si sviluppa l’obbedienza alla Chiesa da parte dei sacerdoti. E’ un elenco però che può andare bene anche alle Suore. Mi permetto di offrirvelo. Anche se non poco impertinente e ironico è purtroppo terribilmente serio. E’ un campionario di “obbedienza” che ci interpella e ci fa fare l’esame di coscienza, perché dal nostro modo di obbedire dipende anche il modo di contribuire o di ostacolare la vita delle nostre comunità di appartenenza:

obbedienza simulata: si dice sì, ma si intende no;

obbedienza ostentata, si dice sì per essere ammirati;

obbedienza misurata, si dice sì a denti stretti;

obbedienza tariffata, si dice sì, ponendo la condizione del se;

obbedienza rassegnata, si dice sì per forza d’inerzia;

obbedienza indignata, si dice sì senza intonare il Magnificat;

obbedienza concordata, si dice si a tempo determinato.

Maria ha detto: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”(Lc 1 ,38).

Gesù, da parte sua, “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e ad una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore! A gloria di Dio Padre” (Filip. 2,6-11). 

Questi sono i sentimenti di Gesù che l’apostolo Paolo ci chiede di riprodurre in noi.