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“La Madonna del Sole: 

aspetti teologico devozionali”

Pietrasanta, Salone dell’Annunziata – 24 novembre 2018

Introduzione

Il tema che mi è stato assegnato esige una inquadratura più ampia ed esaustiva di quanto si possa dire circa la devozione che nei secoli si è sviluppata a Pietrasanta nei confronti dell’immagine della Madonna di San Martino che tutti conosciamo come Madonna del Sole.

Sappiamo bene che le immagini sacre hanno sempre rappresentato sia nella Chiesa occidentale che orientale un punto di riferimento irrinunciabile, tanto da essere diventate in un certo periodo storico occasione per scontri non solo teologici, ma anche di lotte violente e sanguinarie, tanto da scatenare una vera e propria guerra contro le immagini, dettata da uno spirito iconoclasta che non tollerava la mediazione dell’immagine rispetto alla adorazione di Dio, irrappresentabile secondo la visione dell’Antico Testamento che vietava di farsi immagini che rappresentassero Dio. Si legge infatti nel libro dell’Esodo: “Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso” (Es 20, 4-5).

In effetti, l’esperienza stessa dell’Esodo dice che anche il popolo di Israele, liberato dalla schiavitù dell’Egitto, grazie al “braccio” potente di Dio, fa presto a lasciarsi condizionare dalla mentalità idolatrica che aveva appreso in Egitto, quando, nel deserto, a causa della lunga permanenza di Mosè sul monte Sinai, dice ad Aronne, fratello di Mosè: “Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto”(Es 32,1). Con gli orecchini e i pendenti d’oro delle donne di Israele, Aronne “ne modellò un vitello di metallo fuso. Allora dissero: Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto! Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: Domani sarà festa in onore del Signore! Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento”(Es 32, 3-6).

Dalle parole dell’Esodo si vede chiaramente la confusione di percezione che nasce nel popolo di Israele verso il Signore dall’utilizzo di questa statua di metallo fuso: si fa festa in onore del Signore, cioè di Jahwé, ma il segno è quello di un vitello d’oro; di fatto si fa presto a ricadere nell’idolatria. Non fa dunque meraviglia che l’apostolo Paolo, all’inizio della lettera ai Romani, metta in relazione “l’empietà”, con l’idolatria perché “pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno scambiato la gloria del Dio incorruttibile con un’immagine e una figura di uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. (…) Hanno scambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno adorato e servito le creature anziché il Creatore che è benedetto nei secoli”(Rom 1,21-25).

Da tutto ciò si comprende bene che il tema delle immagini è un tema delicato e suscettibile di essere fuorviante se non viene compreso nella sua più vera e profonda dimensione.

Ci si deve perciò domandare perché la Chiesa non ha mai proibito le immagini sacre, ma anzi, perché fin dai tempi delle catacombe ha creato immagini, soprattutto dipinte e le ha usate con sempre crescente abbondanza tanto da creare in molti luoghi vere e proprie “Bibbie dei poveri” che permettessero agli illetterati di “leggere” per immagini lo snodarsi degli eventi salvifici narrati nei testi sacri.

La ragione fondamentale per l’uso delle immagini sacre risiede nello stesso mistero dell’Incarnazione: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”(Gv 1,14). Non si tratta di una contemplazione mistica o intellettuale, bensì di una vera e propria esperienza che avviene attraverso quella che Giovanni chiama “carne”, cioè attraverso l’umanità assunta dal Verbo di Dio nel seno della Vergine Maria. E’ su questa concreta umanità che Giovanni pone una grande attenzione all’inizio della sua prima lettera: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi – , quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo”(1Gv 1, 1-3). 

Se il Verbo di Dio si è fatto carne e Cristo stesso viene chiamato da San Paolo  immagine del Dio invisibile”(Col 1,15) o come dice la lettera agli Ebrei “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza”(Eb 1,3), è ovvio che la rappresentazione in immagini del mistero di Dio può essere una strada percorribile, non tanto per racchiudere il mistero in un “segno”, bensì per giungere all’incontro con il mistero divino proprio attraverso il “segno” di una immagine che si sforza di rappresentarlo, in maniera parziale e imperfetta, ma certamente capace di avviare quel percorso interiore che dall’immagine consente di passare alla realtà rappresentata e che dal limite della figura dipinta o scolpita può spaziare verso orizzonti più alti perché soprannaturali.

Se come ci dice l’evangelista Giovanni “Dio nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”(Gv 1,18), il volto umano di Cristo è dunque via per l’accesso al mistero divino, così come anche il volto della Vergine Madre Maria e quello dei Santi, cioè degli Amici di Dio e nostri modelli di vita, costituiscono una strada che consente, per quanto possibile, di avvicinarci al tre volte Santo ineffabile e indicibile. Le immagini sacre sono dunque una via che il cristiano può percorrere per avvicinarsi a ciò che per sua natura è ineffabile perché trascendente.

Una trascendenza di cui soprattutto l’esperienza spirituale dell’oriente cristiano ha sempre avuto e mantiene grande consapevolezza. Infatti nella Chiesa orientale, il dipingere icone sacre non è mai stato considerato solo un atto artistico, bensì un gesto sacro, tanto che si dice comunemente che una icona non si dipinge, ma si prega, per cui l’immagine che ne risulta, anche se segue canoni artistici molto precisi, è frutto in modo tutto speciale della preghiera del pittore. Il pittore dipinge pregando, o meglio prega ciò che il suo genio artistico guidato dagli schemi tipici della pittura sacra esprime sulla tavola che, dipinta, potrà fare parte di una iconostasi o diventare immagine per la devozione in seno alla famiglia.

Qualcosa di questa tradizione orientale lo ritroviamo anche nelle nostre antiche tavole  medievali luminose per il fondo oro che circonda le figure del Signore, della Vergine Maria e dei Santi. Si tratta di figure che di solito rispondono a schemi che si ripetono di artista in artista, quasi a manifestare la preoccupazione di poter ripetere all’infinito un archetipo al quale si doveva rimanere fedeli. La stessa fissità dei volti, degli sguardi, dei panneggi o dei segni tipici che contraddistinguono le varie specie di santità, per cui, nel caso dei martiri, la palma o lo strumento del martirio che il santo porta nelle mani è già indicazione della sua identità che tutti sapevano riconoscere per la familiarità che c’era con le storie agiografiche del santorale; tutto questo orientava immediatamente lo sguardo del fedele più che verso la bellezza delle forme raffigurate, verso il contenuto che le forme dipinte rappresentavano. Un contenuto che si percepiva essere oltre l’immagine e verso il quale era indirizzata la contemplazione della fede. Tanto era forte questo indirizzo soprannaturale che ben presto, le immagini più venerate vennero ordinariamente coperte con uno o più veli, quasi a dire che ciò che contava, non era tanto vedere l’immagine, quanto rivolgersi a colui o a colei che nell’immagine era rappresentato o rappresentata. Il fenomeno delle Madonne coperte è un dato che proprio a Pietrasanta ha tutt’ora una continuità che altrove, per tante altre venerate immagini della Madonna, è cessata da molti anni.

Se il “pregare l’icona” nel senso di dipingerla è ormai patrimonio esclusivo dell’oriente cristiano, c’è pure da ricordare che nell’occidente, soprattutto con l’affermarsi dell’umanesimo rinascimentale, giunse alla sua piena espressione la volontà di “incarnare” gli avvenimenti della storia della salvezza nella contemporaneità. Ed ecco che gli artisti, progressivamente, hanno ambientato i loro soggetti sacri, non tanto in una ricostruzione dei luoghi così come potevano essere stati all’epoca in cui certi avvenimenti si sono compiuti o certi personaggi della storia sacra sono vissuti. E in questa “incarnazione o inculturazione” nella contemporaneità, spesso si è dato più spazio al contesto che non al contenuto che comunque, più che essere espresso da una partecipazione di fede personale, è stato rappresentato secondo un  filtraggio da parte della sensibilità più o meno religiosa dell’artista.

Il risultato è che certe opere d’arte a contenuto religioso riescono a muovere la meraviglia dell’osservatore per la loro bellezza, per l’equilibrio compositivo, per la perfezione formale di cui sono rivestite, ma difficilmente muovono il cuore verso il mistero o comunque fanno fatica ad aprire quelle brecce interiori che aprono la strada ad una vera e propria esperienza di fede. Mentre può accadere ed accade che magari immagini artisticamente discutibili, riescono ad innalzare il cuore e la mente verso l’incontro con Dio, attivando un livello più profondo di percezione spirituale. Ciò sta non soltanto nella disponibilità interiore dell’osservatore, ma anche nella capacità interiore di fede che l’artista ha saputo tradurre nella concretezza dell’opera eseguita, che se pure non si può dire essere stata pregata, si è come imbevuta di “quel di più” che non si misura né qualitativamente, né quantitativamente, ma che lascia tracce profonde e percepibili nelle opere delle mani dell’uomo eseguite sotto l’influsso dell’azione dell’Artista divino che è lo Spirito Santo.

La devozione e il culto mariano

Come ben sappiamo, se le immagini mariane sono numerosissime e di natura spesso diversa le une dalle altre, la Madonna è una sola e, Assunta al cielo, ad immagine del Figlio suo Risorto, è nella pienezza del Regno di Dio in corpo ed anima. Dal momento che Maria è intimamente legata alla vita di Cristo suo Figlio e che ha condiviso i momenti fondamentali della vicenda umana del Figlio di Dio fattosi uomo, anche le immagini che la riguardano ripropongono in qualche modo lo scorrere della storia della salvezza, manifestando il legame inscindibile che c’è tra Maria e Cristo Gesù. Prevale su ogni altra immagine, non so se numericamente, ma di certo teologicamente, la rappresentazione della divina maternità di Maria, raffigurata in ciascuna delle fasi in cui essa si è realizzata, dall’Annunciazione al Natale, dalla Adorazione dei Magi alla Presentazione al Tempio, dalla passione alla morte di croce, dalla Pentecoste alla partecipazione di Maria alla gloria di suo Figlio nel cielo. Immagine che in qualche modo le sintetizza tutte è sicuramente Maria assisa o in trono, o nella semplicità dell’umile Serva del Signore, che porta tra le braccia il suo Gesù, presentandolo al popolo cristiano. 

Insieme alle immagini mariane che si rifanno al percorso evangelico, non mancano poi quelle che si rifanno a singole devozioni che nel corso dei secoli hanno arricchito l’esperienza della vita ecclesiale, dalla Madonna del Rosario a quella del Carmine; oppure immagini che si riferiscono alle numerose mariofanie che la Chiesa ha riconosciuto come autentiche – come Lourdes e Fatima -, ma anche immagini intorno alle quali sono sorti santuari che sono meta ogni anno di folle enormi di fedeli.

Il Concilio Vaticano II, con il capitolo VIII della Costituzione Dogmatica sulla Chiesa “Lumen Gentium” ha provocato un indiscutibile progresso nella comprensione teologica della figura di Maria in rapporto a Cristo e alla Chiesa, una comprensione che si è ulteriormente arricchita con la riflessione di San Paolo VI tramite l’Esortazione Apostolica Marialis Cultus del 2 febbraio 1974 e con la Lettera Enciclica Redemptoris Mater di San Giovanni Paolo II del 25 marzo 1987. Si tratta di due testi che rimangono pietre miliari nel cammino ecclesiale perché il culto e la devozione alla Madonna possano esprimersi in pienezza di verità e in armonia con l’adorazione che dobbiamo a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Voglio citare soltanto alcune parole del documento di Paolo VI quando parla del valore teologico e pastorale del culto della Vergine Maria. “La pietà della Chiesa verso la Vergine Maria è elemento intrinseco del culto cristiano. La venerazione che la Chiesa ha reso alla Madre del Signore in ogni luogo e in ogni tempo – dal saluto benedicente di Elisabetta alle espressioni di lode e di supplica della nostra epoca – costituisce una validissima testimonianza della sua norma di preghiera ed invito a ravvivare nelle coscienze la sua norma di fede. E, viceversa, la norma di fede della Chiesa richiede che, dappertutto, si sviluppi rigogliosa la sua norma di preghiera nei confronti della Madre di Cristo” (MC 56). E’ significativo che Papa Paolo VI citi pure la preghiera alla Vergine di Dante: “Tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ‘l suo fattore / non disdegnò di farsi sua fattura”, per dire che “Maria è della nostra stirpe, vera figlia di Eva, benché esente dalla colpa di questa madre, e vera nostra sorella, la quale ha condiviso pienamente, donna umile e povera, la nostra condizione”(MC 56).

E’ vero di Maria, sempre per citare Dante: “Donna se’ tanto grande e tanto vali, /  che qual vuol grazia ed a te non ricorre, / sua disianza vuol volar sanz’ali”; ma è vero pure che “Cristo è la sola via al Padre. Cristo è il modello supremo al quale il discepolo deve conformare la propria condotta, fino ad avere gli stessi suoi sentimenti, vivere della sua vita e possedere il suo Spirito: questo la Chiesa ha insegnato in ogni tempo e nulla, nell’azione pastorale deve oscurare questa dottrina. Ma la Chiesa, edotta dallo Spirito ed ammaestrata da una secolare esperienza, riconosce che anche la pietà verso la beata Vergine, subordinatamente alla pietà verso il divino Salvatore ed in connessione con essa, ha una grande efficacia pastorale e costituisce una forza rinnovatrice del costume cristiano (MC 57). Infatti: “La pietà verso la Madre del Signore diviene per il fedele occasione di crescita nella grazia divina: scopo ultimo, questo, di ogni azione pastorale. Perché è impossibile onorare la “Piena di Grazia” senza onorare in se stessi lo stato di grazia, cioè l’amicizia con Dio, la comunione con lui, l’inabitazione dello Spirito. Questa grazia divina investe tutto l’uomo e lo rende conforme all’immagine del Figlio di Dio”(MC 57).

San Giovanni Paolo II ha pagine splendide su Maria nella vita della Chiesa e di ogni cristiano nell’Enciclica Redemptoris Mater che sarebbe bello poter leggere diffusamente. Mi limito solo a qualche passaggio significativo: “La Madre di Dio è figura della Chiesa”. “Maria è venerata con il titolo di Madre di Dio, sotto il cui presidio i fedeli imploranti si rifugiano in tutti i pericoli e necessità. Questo culto è del tutto singolare: contiene in sé ed esprime quel profondo legame che esiste tra la Madre di Cristo e la Chiesa. Quale vergine e madre, Maria rimane per la Chiesa un perenne modello. (…) Anche la Chiesa infatti è chiamata madre e vergine e questi nomi hanno una profonda giustificazione biblica e teologica (RM 42). “Come Maria è al servizio del mistero dell’incarnazione, così la Chiesa rimane al servizio del mistero dell’adozione a figli mediante la grazia (RM 43). “Stante questo rapporto di esemplarità, la Chiesa si incontra con Maria e cerca di diventare simile a lei (RM 44). Ciò significa che non è possibile separare Maria dalla Chiesa e la Chiesa da Maria, così come è impossibile separare Maria da Cristo e Cristo da Maria; ed ancora è impossibile separare Cristo dalla Chiesa e la Chiesa da Cristo. C’è un intreccio inscindibile senza considerare il quale non si può nemmeno comprendere il senso, il ruolo, l’importanza e il significato della devozione e del culto mariano nella Chiesa. Maria, Cristo e la Chiesa si richiamano reciprocamente in una relazione inscindibile. Potremmo addirittura dire che reciprocamente si illuminano e che la comprensione dell’uno chiede sempre la comprensione anche degli altri due termini.

La devozione e il culto alla Madonna del Sole

Fatto questo piccolo percorso credo che possiamo finalmente soffermarci sulla devozione e sul culto alla Madonna del Sole. E’ ovvio che non ho né la competenza né la preparazione per entrare nelle vicende storiche di questa devozione che sono state ben delineate da Luigi Santini nel suo recente libro pubblicato a degno coronamento delle celebrazioni che stanno giungendo al loro epilogo nel ricordo del centocinquantesimo anniversario della incoronazione della sacra Immagine ad opera del Capitolo Vaticano.

Tenendo conto di quanto ho detto fin’ora, vorrei soltanto soffermarmi con voi a “contemplare” la sacra Immagine che per molti aspetti rimane ancora avvolta dal velo di vicende di cui non siamo pienamente consapevoli. Davvero si tratta di una immagine ancora “coperta” non solo dalla serranda che solo alcune volte durante l’anno si abbassa per mostrare al popolo credente il volto amorevole di Maria “umile serva del Signore”, ma anche da una serie di punti interrogativi circa la sua origine e le vicende che l’hanno riguardata soprattutto prima che questa immagine diventasse segno della pietà popolare mariana di Pietrasanta. Credo che non pochi veli siano stati se non rimossi, almeno sollevati da Santini nel suo libro, ma penso che solo un atteggiamento contemplativo possa offrire a ciascuno, personalmente, spunti di riflessione per una più profonda comprensione spirituale.

Guardando l’immagine vediamo che Maria che tiene sul braccio sinistro, aiutandosi con il ginocchio sinistro, il bambino Gesù, non siede su un trono: davvero è la vergine del Magnificat, l’umile serva che Dio ha guardato con il suo sguardo d’amore e che non presenta se stessa, ma Cristo suo Figlio. Un Gesù benedicente con la mano destra e che nella sinistra srotola uno scritto che augura pace: pax vobis. Si tratta del saluto pasquale del Cristo Risorto riportatoci per ben due volte in tre versetti da Giovanni l’Evangelista (Gv 20,19.21). Non si tratta della pace del mondo che spesso è solo assenza temporanea di conflitto, bensì si tratta della pace che è frutto della vittoria della vita sulla morte, del bene sul male. E’ quella pace che il mondo non può dare perché non la possiede se non la accoglie come dono che viene dall’alto. Dice infatti Gesù sempre nel Vangelo di Giovanni: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi”(Gv 14,27). La pace è dunque un dono che sgorga dal cuore di Cristo morto e risorto per la nostra salvezza, segno del suo amore per noi. Non mi pare strano che il Gesù della Madonna del Sole, sia presentato come il datore della pace, perché la melagrana che Maria porge a suo Figlio sta ad indicare proprio il sacrificio della croce da cui sgorga la vera pace per il mondo.

La melagrana, da sempre è stata utilizzata come simbolo di fertilità come altri frutti dai semi numerosi, per questo in Grecia era dedicata a Demetra, ad Afrodite e ad Era. Nell’antica Roma, con riferimento a questa accezione simbolica, le donne sposate da poco indossavano corone di rami di melograno. In Palestina era usata come paragone nei canti di amore e la bevanda che se ne estraeva, leggermente alcoolica, era cara agli innamorati come attesta il Cantico dei Cantici (8,2). Per il colore rosso acceso della polpa del suo frutto, la melagrana era anche un simbolo dell’amore, del sangue e quindi della vita e della morte contemporaneamente. Nel medioevo il profumo e la molteplicità dei semi della melagrana erano considerati simbolo della bellezza e delle numerose virtù di Maria. Il numero dei semi, riuniti tutti sotto un’unica scorza, poteva anche essere inteso come simbolo della Chiesa così come il succo rosso fu collegato al sangue del martirio. Come si vede la melagrana che Maria porge a Gesù può dunque avere una serie di significati: certamente è prefigurazione del martirio della croce che porterà salvezza al mondo; segno della Chiesa che nascerà dal sacrificio di Cristo; e insieme di quella vita nuova che Cristo ha conquistato con la sua morte da cui nasce l’umanità dei redenti. Detto in altri termini: dalla croce di Cristo, sgorga la pace per la Chiesa e per il mondo.

La nostra contemplazione non può non fermarsi anche sul grande drappo che fa da sfondo alla Vergine col Bambino; un drappo che al suo interno è adorno di una serie regolare di tondi che incorniciano lo stemma di Pietrasanta. E’ facile supposizione pensare che l’artista del quadro pensasse a questa Madonna come destinata proprio alla comunità di Pietrasanta e quindi ad essere esposta all’interno degli ambienti destinati alla vita sociale della comunità. Un legame quindi con la gente del luogo che non è mai venuto meno, ma che anzi è andato talmente crescendo per le vicende legate alla conservazione del quadro stesso e che ha portato alla proclamazione della Madonna del Sole come protettrice della Terra e del Comune di Pietrasanta.

Per una piena comprensione del messaggio che promana dall’immagine della Madonna del Sole non possiamo trascurare i due Giovanni che fanno da scorta all’Immagine di Maria e del Bambino Gesù: l’Evangelista che sta alla destra della Vergine e il Battista che sta alla sinistra. Ambedue sono portatori di un testo scritto di altissimo valore cristologico. Sul libro che l’Evangelista tiene tra le mani e che sta leggendo, si intravvede l’incipit del Prologo del suo Vangelo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”(Gv 1,1), mentre il Battista regge un cartiglio che riporta le parole da lui pronunciate presso il fiume Giordano quando Gesù si recò a farsi battezzare: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”(Gv 1,29). Se l’Evangelista legge il testo del suo Vangelo, il Battista è come se guardasse fuori dal quadro quasi a richiamare qualcuno che sta guardando la scena a volgere la propria attenzione al Cristo sorretto da Maria. “Egli è colui del quale ho detto: dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato ad Israele”(Gv 1, 30-31).

Da una parte l’evangelista che  proclama il mistero della natura divina di Cristo, dall’altra, il Battista che svela quale è l’identità profonda dell’uomo Gesù, che si mette in fila  in mezzo a tanta altra gente per farsi battezzare. Se dunque andiamo al nocciolo del messaggio che il dipinto ci offre, più che Maria, al centro troviamo il mistero del Signore Gesù: è Gesù il motivo dominante dell’immagine sacra; ma Gesù è presentato da Maria, la Vergine Madre, che attraverso il segno della melagrana annuncia l’opera della redenzione per la quale il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Il rosso sangue che si intravvede nel frutto ricco di semi è pure segno di ciò che fa sì che i vari chicchi non rimangano separati e slegati gli uni dagli altri, ma diventino in Cristo una cosa sola nella famiglia dei figli di Dio che è la Chiesa.

Una Chiesa che ancora oggi, grazie alla comunità cristiana di Pietrasanta riconosce nell’immagine della Madonna del Sole un segno speciale della propria appartenenza di fede cristiana e che nella devozione a Maria Madre di Cristo ha un punto di riferimento identitario che va custodito e coltivato secondo le indicazioni offerteci dal magistero ecclesiale di cui abbiamo ascoltato alcuni passaggi attraverso l’insegnamento di due santi Papi Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Credo di poter chiudere questo mio intervento evocando ancora un segno che troviamo ripetuto sull’immagine della Madonna del Sole, quello della stella ad otto punte. Un segno che allude alla verginità perpetua di Maria, ma anche alla sua caratteristica di essere Stella che indica il porto della pace in mezzo alle tempeste del mondo. E lo faccio citando una antica e splendida invocazione mariana propria della Liturgia delle Ore: “O santa Madre del Redentore, porta dei cieli, stella del mare, soccorri il tuo popolo, che anela a risorgere. Tu che accogliendo il saluto dell’angelo, nello stupore di tutto il creato, hai generato il tuo Creatore, madre sempre vergine, pietà di noi peccatori”. Chi sa che proprio questa antifona mariana possa offrirci una chiave ulteriore per comprendere l’enigma di quella frase scritta sul dipinto e di cui ciò che è rimasto leggibile invoca pietà! Anche se non ci fosse alcun rapporto diretto con l’antifona mariana che ho citato, rimane sempre la consapevolezza profonda di tutto il popolo cristiano di cui si fece interprete insuperato Dante Alighieri: “In te misericordia, in te pietate, / in te magnificenza, in te s’aduna / quantunque in creatura è di bontate”.

+ Giovanni Paolo Benotto