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Incontro con gli Universitari

“In cammino verso un nuovo emanesimo”

Polo Carmignani, 8 marzo 2016

Gli eventi che viviamo quotidianamente sono talmente numerosi che spesso l’uno oscura l’altro e se non c’è un coinvolgimento che ci riguarda in prima persona, il rischio è che anche ciò che in se stesso ha un valore oggettivamente grande non lasci alcuna traccia nel vissuto delle persone e delle comunità. Ciò vale sia per quanto riguarda la vita sociale, sia per quanto riguarda la stessa vita ecclesiale.

Si tratta di un rischio che riguarda anche il Convegno ecclesiale che la Chiesa che è in Italia ha celebrato a Firenze nello scorso mese di novembre (2015)  il cui titolo suonava così: “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”. 

Di “umanesimi” reali o presunti ne sono sorti molti nella storia e ciascuno si è presentato come capace di offrire prospettive nuove e risolutive per l’uomo in ordine alla sua vita individuale, come per il suo vivere in comunità. Di fatto, soprattutto nell’ultimo secolo, abbiamo assistito al tragico fallimento di una serie di pretesi “umanesimi” che hanno riempito di sofferenze e di cadaveri il cammino dei singoli e delle nazioni. Basta pensare ai milioni di morti vittime dei totalitarismi di vario colore che hanno imperversato nel nome dell’uomo e del suo riscatto sociale, o della razza o di un nazionalismo sfrenato o anche, in maniera ancora più subdola, in nome di una economia  senza etica e di una ricchezza fine a se stessa. Ma anche senza giungere alle aberrazioni di cui sopra, ci si accorge sempre di più che certe esaltazioni dell’uomo hanno delle caratteristiche che invece di garantire una vera e piena dignità dell’essere umano, di fatto la distorcono e la calpestano senza alcuna remora.

Prima di entrare nello specifico del tema che ci siamo proposti, credo che sia opportuno fare una carrellata sulla esperienza che abbiamo vissuto nel Convegno di Firenze. Si può dire che è stata una esperienza di Chiesa a tutto tondo in un clima di ascolto reciproco, ma anche e soprattutto di ascolto di “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7). Se è sempre necessaria una lettura di quanto accade che si serva di parametri sociologici per comprendere le linee di tendenza più marcate del vivere comune, non dobbiamo mai dimenticare che dopo aver censito e interpretato quanti più dati è possibile raccogliere, c’è poi una variabile che non può essere ingabbiata in schemi prefissati o definita in formule matematiche: si tratta della “variabile” che si identifica con l’azione dello Spirito Santo che guida la Chiesa dentro le vicende della storia verso dei traguardi che sono oltre la storia di questo mondo, verso la pienezza del regno di Dio. Di questa azione soprannaturale noi possiamo vedere e solo in parte, gli effetti, e siamo chiamati a collaborare con essa attraverso la nostra docilità alla volontà del Signore.

A Firenze abbiamo vissuto una esperienza di Chiesa a tutto tondo: la presenza di tutti i vescovi delle diocesi italiane e dei delegati delle stesse, presbiteri, diaconi permanenti, religiosi e religiose, fedeli laici, uomini e donne, ha permesso di ascoltarci reciprocamente quali membra dello stesso corpo, quali espressioni dei vari carismi e ministeri e delle diverse responsabilità della vita ecclesiale, comprese associazioni, gruppi e movimenti. In fondo abbiamo condiviso l’esperienza della complessità del mistero di Cristo così come vive e si manifesta oggi nella Chiesa, non solo con il desiderio di “camminare insieme”, ma già facendo un tratto di strada insieme, scambiandoci esperienze di vita ecclesiale e personale e soprattutto comunicandoci a vicenda la volontà di rendere le nostre chiese sempre più capaci di annunciare a tutti Cristo Gesù e la novità di vita di cui egli è portatore e garante.

Nella nostra diocesi ci eravamo preparati all’assemblea di Firenze con un convegno diocesano dal titolo: “Ecco l’uomo!” (Gv 19,5) che rievocava la famosa espressione usata da Pilato nel processo a Gesù quando lo presenta coronato di spine e col mantello di porpora al popolo urlante che ne voleva la condanna morte. Si tratta della stessa espressione “Ecce Homo!” che compare nel duomo di Firenze nell’affresco della cupola del Brunelleschi a cui si è riferito Papa Francesco nell’incipit del suo discorso ai Delegati delle diocesi italiane.

In ogni ambiente di vita e di lavoro, oggi si cerca e si desidera una umanità più vera; si parla a non finire della necessità di umanizzare la cura dei malati nelle strutture sanitarie; si cerca una nuova umanizzazione  che rimedi alla spersonalizzazione del lavoro e degli stessi lavoratori; si chiedono con insistenza occasioni per far uscire le persone dalla solitudine in cui si vengono a trovare a causa della propria condizione di età o di salute; si cercano contatti e rapporti di ogni genere soprattutto attraverso le nuove forme della comunicazione sociale; si dichiara di voler fare “rete”; ma spesso tutto ciò si ferma ad un “desiderio” al quale non segue alcuna azione pratica. Perché succede questo? Quali sono le possibili cause? 

Le risposte potrebbero essere molte: mi permetto di indicarne soltanto alcune che mi sembrano più evidenti, senza pretendere di essere esaustivo. 

Una prima ragione, che è un pericolo estremamente presente nella cultura odierna, è data dal modo con il quale consideriamo oggi l’essere umano. Quanto accade sia sul piano dei comportamenti e prima ancora sul piano delle idee ci dice chiaramente che l’essere umano ha in gran parte perduto la sua connotazione di persona per assumere sempre più quella di individuo. Ne è prova ciò che è recentemente avvenuto e continua ad avvenire sul piano della redazione di leggi che riguardano l’essere umano e il suo vivere in famiglia e nella società. Ciò a cui si guarda e che interessa, è salvaguardare e promuovere specialmente i diritti individuali. Sappiamo bene che la differenza nel considerare l’essere umano nella sua qualifica di persona o di individuo non è solo un fatto di parole, bensì è la manifestazione del riferimento antropologico che si è scelto per dire chi è l’uomo. Se l’essere umano è solo un individuo, tutto ruota necessariamente intorno a quell’essere umano; ogni possibile relazione sfuma quando possa apparire limitante della sua libertà individuale o dei bisogni che sempre più si identificano con i più diversi desideri che sorgono nella sua vita.

Parlare di essere umano come persona, senza dimenticare e anzi salvaguardando la dignità e il valore incommensurabile di ciascuno, significa permettere al singolo di crescere nelle sue relazioni con il prossimo, con la natura e con Dio stesso e di leggere la propria esistenza e il proprio essere in una sommatoria di incontri, di rapporti che, se di fatto obbligano a limitazioni di vario genere, però consentono anche una crescita armonica della propria personalità fino a quella maturità che dona pienezza e gioiosa serenità alla vita. La stessa vita sociale, invece di diventare, come spesso succede, una specie di assemblaggio, gestito dall’esterno e da non si sa chi, di individui che non giungono mai a sperimentare la gioia di “essere uno insieme”, riesce a sperimentare la bellezza del bene comune. Di bene comune oggi si parla sempre meno e non lo si cerca più come tesoro prezioso, senza il quale il bene individuale si intende sempre più come esperienza che esclude il bene altrui, perché, di fatto tutto viene compreso in maniera autoreferenziale, per il soddisfacimento della propria individualità e alla fin fine del proprio egoismo.

Proprio a partire dall’immagine vasariana dell’ “Ecce Homo” di S. Maria del Fiore, il Papa, nel suo discorso fiorentino ci offre una chiave interpretativa dell’umanesimo cristiano, estremamente concreta e vicina al vivere di ciascuno. Il riferimento irrinunciabile per il cristiano è Cristo Gesù: il suo volto di Figlio dell’uomo ci presenta in maniera tangibile il volto del Dio invisibile. La possibilità di cogliere in Gesù Cristo il senso del nuovo umanesimo che in qualche modo tutti oggi vanno cercando, è legata oggettivamente alla risposta che ciascuno da alla domanda che Gesù pose a Pietro e agli apostoli circa la sua identità: “Voi, chi dite che io sia”? (Mt 16,15).

Non si tratta di dire in astratto chi sia Gesù o di elaborare una nuova teologia o una nuova cristologia: bensì di indicare a noi stessi e tramite noi a tanti fratelli e sorelle, quale sia la strada da percorrere per riuscire a comprendere, quasi toccandoli con mano, quei tratti somatici concreti grazie ai quali poter dire, oggi, chi è l’uomo in rapporto alla nostra esperienza di umanità, arricchita e sostenuta dalla fede cristiana. In altre parole: guardando a Gesù e imparando da lui, è possibile impostare uno stile di vita che ci apra al prossimo; che contribuisca alla crescita di una società solidale e capace di condivisione; che operi instancabilmente per salvaguardare la dignità di ciascuno e che non releghi mai nessuno nella marginalità e nell’insignificanza.

In questa prospettiva il Papa ha presentato alcuni tratti dell’umanesimo cristiano a partire da quanto dice l’apostolo Paolo nella lettera ai Filippesi (2,5) a proposito dei “sentimenti di Cristo Gesù” letti “non come astratte sensazioni provvisorie dell’animo”, ma come “la calda forza interiore che ci rende capaci di vivere e di prendere decisioni”.  Il Papa presenta tre di questi sentimenti di Cristo: l’umiltà, il disinteresse inteso come gratuità e la beatitudine. In effetti il Cristo che ci presenta Paolo in Filippesi è Colui che si è “svuotato” delle sue prerogative divine per essere in tutto simile a noi fuorché nel peccato. Senza “uscire da noi stessi” è impossibile costruire relazioni autentiche e significative e senza gratuità si diventa narcisistici e autoreferenziali e ci si rinchiude in ciò che sembra darci sicurezza e protezione e cioè nelle strutture e nelle cose materiali.  Solo nella capacità di donarsi si esce da noi stessi e si diventa fecondi, dando così senso compiuto alla vita. E il senso della compiutezza è esperienza di gioia: la gioia evangelica che nessuno potrà toglierci e che trabocca dal cuore per estendersi a tutti in quella scommessa quotidiana che è laboriosità fatta anche di rinunce, di ascolto e di apprendimento e i cui frutti si raccolgono solo nel tempo.

Tre tratti che, afferma il Papa, nascono dalla umanità del Figlio di Dio e che debbono diventare gli atteggiamenti di fondo con i quali alimentare la sinodalità, e cioè il camminare insieme della Chiesa che è in Italia. Tre tratti che possiamo chiamare con termine classico “virtù” con le quali animare la relazione con Dio, con noi stessi, con il prossimo, con la natura, con la Chiesa e con il mondo che ci circonda. Senza una cura specifica di questi sentimenti-virtù sarà ben difficile dare spazio a qualsiasi tipo di relazione significativa.

Nella tradizione biblica, fin dalle prime pagine della Genesi Dio afferma che “non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”(2,18). E l’aiuto nel quale l’uomo riconosce un altro se stesso, sia pure diverso, ma complementare, è la donna, quale “osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne” (2,23). La diversità non è ostacolo all’incontro: in questo caso, anzi è necessaria perché l’uno si completi nell’altra e viceversa. La complementarietà è pienezza e insieme è presa di coscienza della propria radicale insufficienza destinata a completarsi proprio grazie al dono reciproco delle due diversità. Sul piano umano la donazione fra uomo e donna è il massimo della possibile relazione che ci può essere tra due persone. E non ci meraviglia se il segno esplicito di questa reciproca donazione è il figlio che può nascerne e che a sua volta è lui stesso destinato ad estendere nel tempo questa relazione d’amore, con la capacità di attraversare ogni generazione, annunciando e trasmettendo una generazione all’altra la bellezza e la trascendente grandezza dell’amore.

Di fatto quanto possiamo riscontrare nella relazione d’amore tra uomo e donna, anche se con modalità diverse e intensità differenti, lo ritroviamo e dovremmo poterlo ritrovare in ogni relazione autentica e significativa, anche se in questo momento storico sembra che tutto sia destinato a diventare sempre più difficile. Non dimentichiamo infatti che stiamo vivendo in un tempo nel quale il senso dell’unità e della appartenenza si fa sempre più debole e quindi ogni tipo di relazione non trova più appoggi esterni che la sostengano. 

Se con l’esperienza medioevale la cultura, pur articolata nelle famose arti del trivio e del quadrivio, aveva una sua unitarietà che culminava nella teologia, quale scienza delle scienze in quanto dedicata alla conoscenza saporosa di Dio e quindi necessaria per acquistare la vera sapienza – “Fonte della sapienza è la parola di Dio nei cieli, le sue vie sono i comandamenti eterni “(Sir 1,5); “Principio di sapienza è temere il Signore”(1,14); “Pienezza di sapienza è temere il Signore”(1,16) ; “Corona di sapienza è temere il Signore”(1,18); “Radice di sapienza è temere il Signore”(1,18) –  con il rinascimento ciò che poteva sembrare il massimo della conoscenza grazie ad un enciclopedismo alla Pico della Mirandola, progressivamente si è andato parcellizzando in nome di una specializzazione sempre più particolare, che però ha reso più difficile quella “sapienza” che permetteva di guardare con equilibrio e con visione unitaria lo scibile umano.

In seguito a questo processo secolare, la pur necessaria specializzazione nella conoscenza, oggi è diventata parcellizzazione del sapere e per certi aspetti una forma di “strumentalizzazione” nel momento stesso che gli strumenti tecnologici hanno permesso un accumulo e un utilizzo delle conoscenze quale mai c’era stato nella storia. Oggi, con la pressoché illimitatezza della rete delle conoscenze, di fatto, invece di pervenire alla crescita delle relazioni fra conoscenze diverse e soprattutto tra conoscitori diversi, la virtualità ha preso il sopravvento sulla relazione. L’anonimato diventa sempre più spinto; la spersonalizzazione dei rapporti sempre più evidente, mentre, nello stesso tempo, va crescendo in maniera esponenziale il bisogno dell’incontro personale che, paradossalmente diventa sempre meno reale e sempre più virtuale. Una virtualità che influisce in maniera crescente sullo stile di vita personale e sociale, perché mentre estende nella rete i rapporti ormai senza più alcun limite, di fatto scoraggia o impedisce quelle relazioni corte nelle quali insieme allo scambio di conoscenze si vanno intensificando gli incontri interpersonali che creano familiarità, amicizia, condivisione di sentimenti e di esperienze di vita.

La difficoltà nei “rapporti corti” che sta vivendo la cultura del nostro tempo è in gran parte determinata dalla riduzione della capacità di ascolto. E’ una incapacità che sta crescendo sia per l’alluvione dei messaggi che vengono lanciati da ogni parte, che per la massificazione dello stile di vita che porta ad essere “omologati al minimo”. Ciò si verifica in famiglia, dove il dialogo scarseggia e diventa difficile; nelle assemblee pubbliche dove spesso, invece di ragionare, si urla senza che nessuno ascolti; nei luoghi del divertimento e dello sport dove invece della sana competizione e della gioia di divertirsi insieme, si trovano compresenti innumerevoli solitudini che non hanno modo di aprirsi all’incontro e alla gioia della relazione. Nemmeno la Chiesa viene risparmiata da questo deficit di ascolto! Sappiamo invece che ogni relazione nasce dall’ascolto reciproco. “Ascolta Israele!”: dice Dio al suo popolo. “Questo è il mio Figlio, l’eletto: ascoltatelo!” dice la voce del Padre ai tre apostoli sul monte della trasfigurazione.

Oltre all’ascolto, deve poter crescere la capacità di “prendere l’iniziativa”, cioè di entrare nella storia del prossimo e della società nella quale viviamo, come il Signore ha preso l’iniziativa di entrare nella nostra storia, incarnandosi per condividere in tutto e per tutto la nostra condizione umana escluso il peccato. Non è raro che invece di calarci nella vita che ci circonda, ci si chiuda nei nostri piccoli recinti, che forse ci illudono di darci la sicurezza di non venire esposti a situazioni difficili, ma che in realtà ci precludono la possibilità di scorgere strade nuove da percorrere per rispondere alle sfide del presente.

Un’altra attenzione da non disattendere è quella di affrontare le sfide che ci vengono poste dalla cultura  corrente non da soli, ma insieme. C’è sempre bisogno di correre in squadra, di fermarsi a pensare insieme, di elaborare e decidere strategie condivise che aprano all’esperienza del “noi” non solo come compresenza di un “io” e di un “tu”, ma come allargamento degli orizzonti relazionali senza alcun limite che isoli deliberatamente qualcuno.

Ed ancora: una relazione buona ed efficace chiede sempre un grande realismo e cioè “non dare per scontato che i nostri interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che noi diciamo o che possano collegare il nostro discorso con quel nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva”, come dice Papa Francesco in Evangelii Gaudium 34. In altre parole, tanti problemi che incontriamo nelle nostre relazioni col prossimo non riguardano solo il linguaggio che usiamo, bensì dipendono soprattutto dalla conoscenza ormai sbiadita del contesto cristiano nel quale ci collochiamo in virtù della nostra fede. Si tratta sicuramente di una questione culturale, ma che si riverbera pesantemente anche sulla consapevolezza dei valori spirituali e di fede cristiana che sono in gioco. E’ spiacevole doverlo dire, ma molto spesso ciò che del fatto cristiano pensiamo sia noto a tutti, in realtà diventa sempre più sconosciuto e bisognoso di essere annunciato, partendo dai suoi più intimi fondamenti. A partire dalla figura di Cristo, dai contenuti del Vangelo e dalla natura autentica della Chiesa. E, lo sappiamo bene, la conoscenza reciproca è sempre la base indispensabile per un dialogo che non voglia finire in litigio o in uno scontro fine a se stesso.

C’è qualcosa di specifico che ci deve contraddistinguere come cristiani chiamati a vivere in Cristo il nuovo umanesimo: la specificità che ci riguarda tutti in prima persona è l’amore. Ha detto il Papa a Firenze: “Dobbiamo sempre ricordare che non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile. Noi sappiamo che la migliore risposta alla conflittualità dell’essere umano del celebre homo homini lupus di Thomas Hobbes è l’Ecce Homo di Gesù che non recrimina, ma accoglie e, pagando di persona, salva”.

E nel dialogo, dice ancora il Papa, debbono poter confluire tutte le dimensioni del vivere sociale e tutte le diverse ricchezze culturali: “quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media“ e aggiungo io: quella spirituale e quella religiosa. Solo da una sinfonia di tutte queste ricchezze si ha l’armonia che dà bellezza alla vita, gioia allo stare insieme, fruttuosità al confronto e la crescita verso l’autentico bene comune. Il Papa suggerisce pure che “il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà”, cioè che si aprono all’accoglienza sincera e fraterna e non chiudono la porta a nessuna dimensione propria dell’essere umano la cui tacitazione o esclusione costituisce una ferita spesso mortale alla piena maturità e alla integralità della persona.

Ciò esige anche la capacità di “dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune. I credenti sono cittadini (…) La nazione non è un museo, ma è un’opera collettiva in permanente costruzione in cui sono da mettere in comune proprio le cose che differenziano, incluse le appartenenze politiche o religiose”. Risposte chiare esigono idee chiare. E idee chiare esigono approfondimenti seri di ciò che è in discussione e il desiderio di non accontentarsi mai delle prime risposte che si possono avere e che spesso sono il frutto di massificazioni mediatiche preconfezionate. Per questo occorre essere  vigilanti e non addormentati.

E’ proprio questo il senso dell’appello che il Papa a Firenze ha rivolto ai giovani: “Faccio appello soprattutto “a voi, giovani, perché siete forti”, diceva l’apostolo Giovanni (1Gv 1,14). Giovani, superate l’apatia. Che nessuno disprezzi al vostra giovinezza, ma imparate ad essere modelli nel parlare e nell’agire. Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per un’Italia migliore. Per favore, non guardate la vita dal balcone, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico. Le mani della vostra fede si alzino verso il cielo, ma lo facciano mentre edificano una città costruita su rapporti in cui l’amore di Dio è il fondamento. E così sarete liberi di accettare le sfide dell’oggi, di vivere i cambiamenti e le trasformazioni”.

Faccio mio questo augurio del Papa; un augurio che è anche una sfida e un impegno, ma anche una meravigliosa opportunità che ci è data perché non ci adattiamo al minimo che ci ammannisce la cultura odierna, ma tendiamo al massimo. “Il nostro tempo richiede di vivere i problemi come sfide e non come ostacoli: il Signore è attivo ed è all’opera nel mondo. Voi dunque, uscite per le strade e andate ai crocicchi: tutti quelli che troverete, chiamateli, nessuno escluso (Mt 22,9). Soprattutto accompagnate chi è rimasto al bordo della strada, “zoppi, storpi, ciechi, sordi” (Mt 15,30). Dovunque voi siate, non costruite mai né muri né frontiere, ma piazze e ospedali da campo”.