e Insegnanti del Santa Caterina
Educare nello stile della Misericordia;
la proposta educativa nell’orizzonte della relazione
Seminario Santa Caterina, 27 febbraio 2016
Il nostro tradizionale incontro quaresimale non poteva non tenere conto che stiamo vivendo l’Anno giubilare della Misericordia, grazie al quale il Papa e la Chiesa tutta ci propongono di declinare la nostra vita spirituale, l’impegno familiare, professionale, ecclesiale e sociale all’insegna della misericordia, come stile di vita che vuol avere come paradigma l’agire misericordioso di Dio nei nostri confronti.
Per questa riflessione vorrei quindi prendere le mosse dall’ultimo numero, il 25, della Bolla di Indizione del Giubileo nel quale il Papa, fa come una sintesi del significato e degli intendimenti di questo anno speciale. Dice il Papa: “Un Anno Santo straordinario per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia che da sempre il Padre estende verso di noi. In questo Giubileo lasciamoci sorprendere da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita. La Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio. La sua vita è autentica e credibile quando fa della sua misericordia il suo annuncio convinto. Essa sa che il suo primo compito, soprattutto in un momento come il nostro colmo di grandi speranze e forti contraddizioni, è quello di introdurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contemplando il volto di Cristo.”
Non si tratta quindi di “condire” in qualche modo con un po’ di misericordia tutto ciò che andiamo facendo ed organizzando in questo anno, bensì di “leggere” e “vivere” secondo il paradigma della misericordia di Dio verso di noi, la nostra vita di tutti i giorni, compreso l’impegno professionale, il servizio ecclesiale e le varie proposte educative che come persone, come comunità ecclesiale, come associazioni o istituzioni stiamo portando avanti.
Ed ecco la domanda che è contenuta nel tema che è stato offerto a questo nostro incontro: come è possibile educare nello stile della misericordia? Un embrione di risposta è già offerto dal titolo stesso: non ci può essere una valida proposta educativa se essa non si pone nell’orizzonte della relazione.
Il Convegno ecclesiale di Firenze, ha sottolineato con forza il valore ineludibile della “relazione”. Lo hanno fatto i relatori nelle loro lezioni; lo hanno vissuto i delegati nel lavoro fatto intorno ai tavoli del convegno; lo ha detto in maniera chiarissima il Papa nel suo discorso in Santa Maria del Fiore, quando ha ribadito la necessità che la Chiesa e ciascun fedele diventi sempre più capace di andare verso l’esterno della vita ecclesiale, cioè verso un mondo del quale non dobbiamo avere paura, e nel quale possiamo e dobbiamo portare il tesoro prezioso della presenza di Cristo Uomo nuovo e perfetto il quale è modello dell’umanità rinnovata nell’amore. E proprio nel suo discorso il Papa ha offerto una indicazione preziosa di azione pastorale per l’intera Chiesa italiana quando ha detto: “in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii gaudium per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”. E’ quello che cercherò di fare con voi in questa riflessione, con quella forma “sinodale” cioè del camminare insieme che corrisponde ad una riflessione condivisa nella quale ciascuno possa immettere le ricchezze che possiede e far trasparire quanto lo Spirito Santo suggerisce a ciascuno.
Come riuscire ad educare nell’orizzonte della relazione? Nella Evangelii gaudium il Papa parla di “una Chiesa in uscita”; una espressione che rischia di diventare una specie di slogan che lascia il tempo che trova se non approfondiamo il suo significato. In realtà il Papa fa un riferimento puntuale alla Parola di Dio sia dell’Antico che del Nuovo Testamento: Abramo accettò la chiamata a partire verso una terra nuova e sconosciuta. Mosè accolse l’invito di Dio: “Va’, io ti mando” e portò il suo popolo fuori dall’Egitto. Geremia, nonostante tutte le sue resistenze, va’ da coloro ai quali il Signore lo invia. Gesù stesso manda i suoi: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”. “Tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo” (EG 20). Ciò significa che non si può dormire, e che il discepolo del Vangelo deve portare in se stesso “la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre”(EG 21).
In un tempo, come il nostro, di cambiamenti frenetici e inarrestabili, non è possibile congelarsi in atteggiamenti e in modalità operative standardizzate e anche se questa frenesia del cambiamento non può che metterci in difficoltà, se da una parte dobbiamo radicarci sempre più profondamente nel mistero di un amore che continua a venirci incontro per primo, dall’altra, questo stesso amore ha bisogno di esprimersi in linguaggi e modalità perché sia più facilmente e immediatamente percepibile da un mondo che ha cambiato linguaggi e modalità espressive e che rischia di non avere più gli strumenti necessari per comprendere la perenne freschezza del messaggio cristiano. Tutto ciò è necessario per entrare in relazione con il prossimo.
Se questa capacità di comprensione del tempo presente è necessaria in ogni contesto di vita, lo è ancora di più nel contesto educativo. Oggi si corre il rischio di parlare tra sordi, sia perché si è ridotta la capacità uditiva interiore delle persone, sia perché le frequenze abitate soprattutto dal mondo giovanile non sono più le stesse del passato, anche del passato prossimo.
La riduzione della capacità d’ascolto è una delle emergenze più evidenti. E’ una incapacità che sta crescendo sia per l’alluvione di messaggi alla quale siamo tutti sottoposti, sia per la massificazione dello stile di vita che porta ad essere tutti omologati su forme indotte dai mezzi di comunicazione sociale. Ciò si verifica in famiglia dove il dialogo è sempre più difficile; si verifica nelle assemblee pubbliche dove non si è più capaci di riflessione e di condivisione sapienziale nella stessa redazione delle leggi; nei luoghi del divertimento e dello sport; nei consessi nei quali si prendono decisioni a livello planetario, internazionale e nazionale, non esclusa la stessa Chiesa che rischia, essa stessa, di essere condizionata dalla gran cassa mediatica. E invece sappiamo che tutto parte dall’ascolto: “Ascolta Israele!” è il primo comandamento dell’Altissimo nei confronti del suo popolo, così come è il comando del Padre celeste nei confronti dei tre apostoli sul monte della trasfigurazione : “Questi è il mio Figlio, l’eletto: ascoltatelo!”.
Oltre all’ascolto, deve crescere pure la capacità di “prendere l’iniziativa” nello stesso modo in cui il Signore ha preso l’iniziativa di entrare nella storia degli uomini; anzi di incarnarsi per condividere in tutto e per tutto la nostra condizione umana, escluso il peccato. Non è raro che invece di prendere l’iniziativa, cioè invece di lasciarci guidare dalla gioia del coinvolgimento e dell’accompagnamento educativo, ci si chiuda nei nostri piccoli recinti, che forse ci illudono di darci la sicurezza di non venire esposti a situazioni che non conosciamo o che prevediamo difficili da gestire, ma che in realtà ci precludono la possibilità di scorgere nuove strade da percorrere per rispondere alle sfide del presente. Proprio per le difficoltà che comunque c’è da affrontare, il prendere l’iniziativa non può mai essere una esperienza da farsi in solitudine, quasi fosse una specie di “fuga” in una corsa ciclistica dove il singolo corridore ha solo il desiderio e l’ambizione di tagliare per primo il traguardo. C’è bisogno di correre in squadra, di fermarsi a pensare insieme, di elaborare e decidere strategie condivise in un accompagnamento di cui ha bisogno non solo chi deve essere aiutato a crescere, ma anche coloro che si rendono disponibili ad accompagnare il prossimo nella sua crescita e per questo, alla fine, assicurano anche la propria crescita.
Ciò significa che una seria proposta educativa nell’orizzonte della relazione non può che diventare sempre di più un gioco di squadra nel quale le singole relazioni passano attraverso i rapporti personali che l’uno intesse con l’altro, ma sempre in un contesto di un coinvolgimento condiviso, nello stesso modo in cui le varie membra collaborano all’armonia dell’intero corpo al quale appartengono. Se ciò è vero nella esperienza dei rapporti sociali è ancor più vero nell’ambito dell’esperienza ecclesiale, in cui la comunione – dono che viene dall’alto – è sempre relazione che chiede il “noi” non solo come compresenza di un “io” e di un “tu”, ma come allargamento degli orizzonti relazionali, senza alcun limite che isoli deliberatamente qualcuno. Come dice il Papa nella EG 24, una chiesa in uscita, e quindi una capacità educativa aperta a tutti, “ha come proprio sogno non quello di riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola – il messaggio – venga accolto e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice”; quindi in un clima di gioia personale e comunitaria. E’ ovvio che se nella trasmissione del messaggio cristiano non possiamo e non dobbiamo tagliare la nostra profonda e intima comunicazione con la tradizione che ci ha preceduto e che ci è stata trasmessa, nello stesso tempo non ci si può fermare al criterio del “si è sempre fatto così”. “Una individuazione dei fini senza una adeguata ricerca comunitaria dei mezzi per raggiungerli è condannata a tradursi in mera fantasia” (EG 33).
Il richiamo è dunque ad una cura attenta e perseverante della propria interiorità e della propria spiritualità e allo sforzo continuo di camminare mai da soli, bensì contando sui fratelli e compagni di percorso. Non basterebbero metodi e strumenti anche validi se non ci fosse questa volontà interiore di comunione che deve essere anima di ogni azione. Dice il Papa: “le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo”(EG 26).
Poste queste premesse, non dobbiamo dimenticare che una relazione buona ed efficace chiede un grande realismo e cioè “non dare per scontato che i nostri interlocutori conoscano lo sfondo completo di ciò che noi diciamo o che possano collegare il nostro discorso con quel nucleo essenziale del Vangelo che gli conferisce senso, bellezza e attrattiva” (EG 34). Questo ci dice che tante difficoltà che andiamo incontrando nel nostro impegno educativo non provengono solo da problemi di linguaggio, ma soprattutto dalla conoscenza ormai sbiadita del contesto nel quale ci collochiamo con la nostra azione formativa e della fonte dalla quale promana il contenuto che è il tesoro che ci è stato consegnato e che dà forma alla nostra stessa azione educativa. Si tratta di una problematica che innanzitutto è questione culturale, ma che si riverbera pesantemente anche sulla consapevolezza dei valori spirituali e di fede che sono in gioco.
Di fatto è abbastanza ricorrente una operazione di accentuata parcellizzazione del sapere per cui ci si ferma ai frammenti e difficilmente si riesce a cogliere il senso pieno – sapienziale – di una conoscenza che sia sempre alla ricerca di ciò che sta oltre l’immediatamente fruibile e il materialmente verificabile. Ciò porta come conseguenza alla separazione tra i dati della fede e quelli della esperienza del vivere quotidiano. In altre parole, ciò che riguarda Dio e l’esperienza di fede si colloca sempre più nel privato, tanto che diventa perfino difficile parlarne anche tra chi ne condivide l’esperienza. A questo proposito ho letto recentemente un articolo intitolato: “Domande proibite – Solo i bambini non provano imbarazzo a parlare di Dio”.
Ciò significa che anche un progetto di educazione integrale della persona diventa estremamente improbabile, perché nella integralità si colloca necessariamente anche la riflessione sul mistero di Dio, della nostra relazione con lui, della comunicazione della fede e della sua significatività per la vita personale e sociale. Ciò porta con sé una domanda ineludibile: siamo in grado, sempre , di concentrarci sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario? O, detto in altro modo, nelle relazioni educative che siamo chiamati ad intessere siamo in grado di puntare davvero su ciò che è più importante? Non c’è forse il pericolo di fermarci alla periferia dei temi che cerchiamo di affrontare senza mai arrivarne al cuore? I fallimenti educativi che andiamo registrando non dipendono forse anche da questo non riuscire a raggiungere il nocciolo, l’anima non solo di ciò che vorremmo trasmettere ma anche di quel rapporto interpersonale vero senza il quale tutto diventa razionalità fredda o sentimento esasperato che non fa scoccare la scintilla della crescita personale verso la piena maturità?
Una autentica proposta educativa nell’orizzonte della relazione, non può non tenere conto dei limiti che caratterizzano ogni persona e la stessa comunità umana. Non può non venire in mente ciò che l’apostolo Paolo scriveva ai cristiani di Corinto: “Pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i giudei: Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9,19-22). In altre parole un educatore consapevole dei limiti che ciascuno si porta dietro, dice il Papa “mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”(EG 45).
Con questa attenzione alle fragilità, ai limiti delle persone con le quali entriamo in contatto, senza ovviamente dimenticare i nostri limiti e le nostre fragilità, si realizza l’intento di essere una “Chiesa in uscita e una Chiesa con le porte aperte” (EG 46). Il Papa afferma però che “Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto ai bordi della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà”(EG 46). In altre parole, al centro della nostra attenzione ci deve essere sempre la persona, nella sua individualità e mai ridotta a fare da comparsa in mezzo ad una folla anonima con la quale diventa impossibile entrare in contatto da cuore a cuore. Ciò che ci viene richiesto è che si bandisca la fretta, l’approssimazione, la genericità, lo sguardo che con un colpo d’occhio crede di vedere tutto senza in realtà soffermarsi su niente e su nessuno. Tutto ciò, tradotto ad esempio nella vita della scuola, significa allontanare da sé la tentazione di fermarci ai registri, ai programmi, alle regole che pure debbono essere osservate e alle formalità, senza invece sederci come Gesù al pozzo di Giacobbe, nell’ora più calda del giorno, dove la donna samaritana venne ad attingere acqua e con la quale con un semplice “dammi da bere” intavolò un colloquio che condusse Gesù a rivelarsi come il Cristo e la donna a riconoscere in lui il Messia promesso (cfr Gv. 4, 5-42). “E’ necessario aiutarci a riconoscere che l’unica via consiste nell’imparare a incontrarsi con gli altri con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, senza resistenze interiori”(EG 91).
A questo punto potrebbe nascere in noi questa domanda: nel nostro metterci in comunicazione con il prossimo, in quanto educatori, ci dobbiamo fermare al livello della condivisione umana, oppure ci dobbiamo spingere oltre, verso la testimonianza esplicita della nostra fede? A volte si ha l’impressione che andare oltre i rapporti umani sia quasi un modo per invadere uno spazio che non ci appartiene, oppure che in questo modo potremmo pregiudicare proprio quella relazione interpersonale che magari abbiamo costruito con tanta fatica. In realtà né la prima né la seconda ipotesi possono reggersi da sole.
L’autentica relazione non è mai qualcosa di artefatto o un modo per camuffarci e nasconderci nella nostra identità, bensì il modo legittimo per porci a servizio del nostro prossimo nella pienezza del nostro essere e del nostro operare. Se tutto parte dalla genuinità di una relazione dialogica fatta di ascolto e di accoglienza, proprio perché si tratta di un dialogo interpersonale, è ovvio che tutto il nostro essere deve poter entrare in gioco, con rispetto, con semplicità, senza arroganza, né senso di superiorità, ma nella verità di persone che possono aiutarsi e sostenersi reciprocamente nella propria crescita personale e comunitaria. Ciò significa che non dobbiamo mai temere di essere pienamente noi stessi, non per imporre qualcosa all’altro, ma per manifestarci nella verità dell’amore, pronti a “rivelare” con gli atteggiamenti e lo stile di vita, prima ancora che con le parole, quale è la sorgente che dà senso alla nostra esistenza e pienezza al nostro servizio fraterno.
Tutto questo da’ corpo e consistenza a quell’accompagnamento personale che diventa sempre più indispensabile nel nostro tempo. Se nel passato, certi insegnamenti e soprattutto la trasmissione di uno stile di vita bello passava di generazione in generazione come tesoro prezioso custodito gelosamente e altrettanto gelosamente conservato per poterlo trasmettere integralmente alle generazioni future, oggi tutto questo diventa sempre più difficile se non si riescono ad attivare relazioni significative interpersonali e comunitarie, grazie ad uno “sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario” (EG 169). Aggiunge il Papa: “La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa arte dell’accompagnamento, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro. (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana” (EG 169).
Tutto questo ci chiede di fare un coraggioso esame di coscienza qualunque sia la nostra vocazione e la nostra missione e verificare se stiamo coltivando personalmente e comunitariamente quelle virtù senza le quali la prossimità e la relazione rimangono solo un desiderio senza concretezza nella vita di tutti i giorni. Ne ricordo solo qualcuna: la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito. Insieme a queste virtù occorre poi l’esercitarci nell’arte dell’ascolto che è assai di più che non il semplice sentire, perché chiede che il cuore si renda vicino all’altro perché nasca un vero incontro spirituale, sempre ricordando che anche se ci rendiamo disponibili all’ascolto, alla prossimità e all’attenzione fattiva, alla fine ogni persona è e rimane sempre un mistero che nessuno potrà mai conoscere pienamente dall’esterno.
La sfida che ci provoca e ci stimola è davvero grande e difficile. Non dimentichiamo però che alle nostre forze e alla nostra disponibilità generosa, si accompagna sempre anche la grazia dello Spirito Santo. Se nella relazione educativa, come ho detto, non c’è mai da procedere in solitudine ed abbiamo sempre bisogno gli uni degli altri, chi dal di dentro ci sostiene e ci abilita a compiere bene il nostro servizio è il Signore con il dono e la potenza del suo Santo Spirito. Egli è Spirito del Padre e del Figlio, relazione sussistente nell’amore, fonte e modello di ogni relazione che il cristiano è chiamato a vivere e a testimoniare. Se la relazione è dunque categoria umana e sociologica, non dimentichiamo mai che è anche categoria teologica che ci riporta al centro della vita trinitaria. A questo Amore che ci è venuto incontro per primo e che si squaderna nella vita personale, familiare ed ecclesiale chiediamo luce e forza perché sia anche linfa feconda della stessa vita sociale che nel mondo della scuola è affidata alla nostra responsabilità e alla nostra cura generosa.
