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Incontro con la Fondazione Cardinale Maffi Onlus

San Pietro in Palazzi, 14 marzo 2016

 A volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere ad un popolo” (Evangelii Gaudium 270).

Per questo nostro incontro desidero prendere le mosse da queste parole che Papa Francesco ha consegnato alla Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale. Si tratta di un testo assai breve e che potrebbe quasi scomparire nei 288 paragrafi che compongono questo documento. Un documento che è stato pubblicato il 24 novembre 2013 e che il Papa ha rilanciato nel suo discorso al Convegno ecclesiale di Firenze nel novembre 2015 come documento da prendersi come tema di approfondimento per tutta la Chiesa che è in Italia.

In effetti, il Papa ha detto a Firenze: “Permettetemi di lasciarvi un’indicazione per i prossimi anni: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi e circoscrizione, in ogni regione, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium, per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”. Di fatto la Esortazione apostolica vuole essere un riferimento per tutta la Chiesa circa la realizzazione della missione che le è propria di portare il Vangelo di Cristo in tutto il modo, in ogni ambiente e in ogni situazione di vita. Non c’è infatti nessun contesto nel quale il Vangelo non possa avere cittadinanza; ma perché il messaggio di Gesù possa calarsi concretamente nella vita delle persone e delle comunità c’è bisogno di trovare le forme giuste e le lunghezze d’onda adatte perché possa essere accolto non come una specie di imposizione che toglie libertà, bensì come la realtà che libera e porta a compimento le più profonde istanze di pienezza che sgorgano dall’essere di ciascuno. Se dunque ogni ambiente e ogni ambito di vita devono poter essere raggiunte dal messaggio liberante del Vangelo, in un modo tutto speciale, questo messaggio deve poter entrare là dove si accoglie e si cura la sofferenza di chi più è nel bisogno. 

Ecco dunque che quanto scritto dal Papa al numero 270 della Evangelii Gaudium può esserci di riferimento per comprendere in che modo tradurre nella vita e nelle attività della nostra Fondazione la gioia del Vangelo in rapporto a quanti sono ospitati nelle nostre strutture, ma anche in rapporto a quanti, in queste strutture, esplicano il loro impegno lavorativo. Per questo, partendo da questo testo cercherò di mettere in evidenza alcuni punti che mi sembrano sostanziali.

La Fondazione Maffi, come ben sappiamo e come spesso anch’io ho ripetuto, è un ente che ha le sue radici nella vita della comunità ecclesiale di San Pietro in Palazzi e pur con tutte le difficoltà che ha incontrato sul proprio cammino, il suo sviluppo si è sempre mantenuto nell’ottica della fede cristiana cattolica e nell’ambito della Chiesa diocesana di Pisa. Ciò significa che il suo DNA è necessariamente strutturato sui contenuti del Vangelo ed è guidato dalla Dottrina Sociale della Chiesa. Due elementi di riferimento che hanno sempre bisogno di approfondimento e di conoscenza attenta e articolata in modo che le sfide che ci vengono poste da una cultura che sta smarrendo e rinnegando le proprie radici non ci trovino impreparati o impauriti, bensì pronti a guardare più avanti, anticipando in qualche modo i rimedi che come cristiani siamo chiamati a mettere in campo per curare le sempre nuove e più profonde ferite causate all’uomo da una cultura senza anima e senza misericordia.

Ci potremmo anche domandare: per rispondere a queste sfide nell’ottica del pensiero cristiano è necessario che quanti lavorano nella nostra Fondazione debbono per questo essere cristiani e condividere fino in fondo l’esperienza di fede cattolica? E’ ovvio che la fede non può e non deve essere imposta a nessuno. Ma è pure ovvio che la condivisione della stessa fede è un elemento prezioso che assicura il mantenimento e la crescita dell’identità cristiana della istituzione alla quale si appartiene. Comunque: anche se qualcuno non condividesse in senso pieno la prospettiva di fede cristiana, ciò che è necessario condividere è la visione ideale che mette al centro di ogni attenzione e di ogni impostazione lavorativa il valore unico ed irrinunciabile della persona umana, in particolare del malato, del debole e del povero che non può non essere considerato il vero “padrone”, cioè colui per il quale ciascuno lavora nella nostra Istituzione.

In questa ottica ci si accorge chiaramente che lo stile cristiano che ci viene richiesto non è un rivestimento esterno per mettere una etichetta speciale ad un prodotto in vendita, ma un modo interiore di essere che se anche non riuscisse a giungere a riconoscere la presenza di Cristo Gesù in coloro che serviamo, non di meno mette in atto tutte quelle attenzioni che permettono di trattare il prossimo con il massimo dell’umanità e del rispetto dovuto alla dignità incomparabile di ogni persona, qualunque sia la condizione esistenziale nella quale viene a trovarsi.

Un Padre della Chiesa diceva che è meglio essere cristiani senza dirlo che dirlo senza esserlo. Certamente una testimonianza autentica e fattiva è quella di chi non solo dice di scegliere per sé e per il proprio impegno di vita il modello evangelico, ma che anche si sforza quotidianamente di realizzarlo nella concretezza dei vari ambiti della propria esistenza.

Quali sono le difficoltà che è possibile incontrare e che è necessario superare? Credo che dobbiamo essere tutti consapevoli che il contesto culturale nel quale siamo inseriti non ci aiuta a vivere in pienezza lo stile cristiano. Anzi, spesso, questo stile è tacciato come anacronistico o in contrasto con quelle che vengono presentate come le moderne conquiste di libertà e di realizzazione individuale. Basta pensare ad alcune leggi votate recentemente dagli organi legislativi della nostra nazione. Leggi che qualche volta ci appaiono come lontane dal nostro vissuto, perché, erroneamente, pensiamo che non ci riguardino personalmente. In realtà, si tratta di forme legali che progressivamente scardinano l’impostazione di base della stessa Costituzione della Repubblica Italiana. Sono leggi che creano opinioni nuove; una forma di legalità sganciata da ogni riferimento etico, per cui alla fine sono leggi che danno vita a una “legalità senza morale” che potremmo definire senza sbagliare come “immoralità o amoralità diffusa”, per cui non ci dovremo meravigliare se alla fine si può arrivare ad uccidere solo per vedere l’effetto che fa, come è avvenuto recentemente. In altre parole, c’è bisogno di avere il coraggio di andare contro corrente, nella consapevolezza che, soprattutto quando sono in piena, i fiumi trascinano al mare ogni sorta di rifiuto e sempre cose morte che poi si ritroveranno depositate sulle spiagge del mare e che avranno bisogno di essere bonificate. 

Una tentazione che il Papa mette in evidenza è quella di “mantenere una prudente distanza dalle piaghe del Signore”. Nel vostro lavoro voi avete a che fare quotidianamente proprio con ciò che il Papa chiama “piaghe del Signore”: infermità, anzianità, fragilità fisica e mentale: sempre e comunque, situazioni non piacevoli e alle quali non solo non riusciamo mai ad abituarci, ma che non dovremmo mai considerare come fatto scontato. Ciascuno di noi si trova davanti a queste situazioni; meglio ancora, davanti a queste persone. Come reagire? Come comportarsi? 

Nel Vangelo di Luca (10,29-37) troviamo la parabola del buon Samaritano ed in essa ci vengono presentati sostanzialmente due modi diversi di rapportarsi con colui che giaceva a lato della strada e che era stato percosso e derubato dai briganti: l’indifferenza del sacerdote e del levita che tirano a diritto e la disponibilità del samaritano che si ferma e soccorre il malcapitato. Luca elenca una serie di atteggiamenti che ci interpellano profondamente. Nel samaritano che soccorre, tutto parte dal cuore: “ebbe compassione”, cioè si mise in qualche modo al posto dell’altro; prese su di sé il dolore e le sofferenze di chi si trovava in difficoltà; da questa compassione scaturisce poi tutta quella serie di azioni che assicurano i primi soccorsi e che poi permettono una cura più specifica e appropriata per chi era stato abbandonato mezzo morto lungo la strada. Il dilemma è dunque: guardare a distanza e tirare a diritto o avvicinarsi e mettersi in gioco? E come mettersi in gioco? Con quali modalità operative?

Dalle parole del Papa citate all’inizio nasce una ulteriore domanda: cosa significa oggi “toccare la carne sofferente degli altri?” Si tratta di un buttarsi a corpo morto senza alcuna prudenza o esiste invece un coinvolgimento intelligente, ricco di umanità, ma anche capace di mantenere intatta quella capacità di sana relazione, per cui, potremmo dire, possiamo toccare certe ferite e la “carne sofferente degli altri” senza creare ulteriori sofferenze e senza essere contagiati da sofferenze che potrebbero imprudentemente destabilizzarci?

Non si tratta di una domanda retorica, bensì di una domanda reale che concerne le modalità giuste del metterci in relazione gli uni con gli altri, soprattutto là dove la relazione, senza mettere minimamente in dubbio la uguale dignità che è propria di ogni persona – si colloca su piani sfalsati, cioè dove c’è qualcuno che è soggetto chiamato ad offrire prestazioni lavorative e qualcun altro che è oggetto delle stesse prestazioni lavorative. In questo senso parlo di piani sfalsati che non possono non essere tenuti presenti. Da una parte, dunque, la considerazione della stessa dignità, dello stesso valore legato all’essere ciascuno persona, dall’altra il riconoscimento della differenziazione tra chi offre cure e chi le riceve. Da qui la domanda che è necessario porsi: come armonizzare questi piani diversi? Come è possibile salvaguardare la pari dignità e contemporaneamente la differenziazione dei ruoli?

Credo che la composizione armonica di queste logiche diverse, ma che non si oppongono a vicenda, stia nella comprensione e nella appropriazione della logica dell’incontro e della relazione. Gli incontri possono avvenire con motivazioni molto diverse, anche per caso, come sottolinea l’evangelista Luca nella parabola del buon samaritano: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada, e quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione”(Lc 10,29-33). Tutti e tre i personaggi descritti hanno incontrato per caso il malcapitato. Non passavano certo su quella strada per incontrarlo. 

Anche noi possiamo trovarci in determinate situazioni per motivazioni assai diverse, così come possiamo trovarci a lavorare in realtà come la nostra Fondazione con motivazioni diverse. C’è chi è qui semplicemente perché qui ha trovato il modo di lavorare e di guadagnare la vita per sé e per la sua famiglia. E non è una motivazione da poco. C’è chi forse è qui, ma se potesse, avrebbe più piacere di lavorare da un’altra parte. C’è anche chi può trovarsi qui in seguito ad una vera e propria scelta vocazionale. Credo che però, per tutti, al di là delle motivazioni prossime, al fondo ci debba essere prima di tutto una motivazione di servizio: operare per il bene di qualcuno. Non può esserci un buon lavoro, sia nel suo svolgersi che nei risultati, se chi lavora non ha nel proprio profondo questa motivazione forte: fare qualcosa che serva agli altri. Tanto più questa motivazione è determinante quando il lavoro non è dietro una macchina che produce oggetti, ma è accanto a delle persone che si trovano oltretutto in situazioni particolari di disagio per malattia, anzianità o deficit psicofisici.

Le motivazioni di partenza, ovviamente, nel tempo, dovrebbero esplicitarsi maggiormente e crescere per raggiungere una maturità sempre maggiore, che non possiamo mai ritenere del tutto conquistata. Sono convinto che per consolidare le proprie motivazioni c’è bisogno di entrare dentro il lavoro che svolgiamo non solo da un punto di vista funzionale, ma proprio in ordine alle relazioni che siamo chiamati ad intessere. Fare alcune cose e farle bene è punto di partenza, ma non di arrivo. Occorre anche capire perché si fanno, quale sia l’intensità partecipativa necessaria da parte di chi le fa e soprattutto in rapporto a chi le riceve.

Tutto questo chiede in prima battuta una grande capacità di ascolto. Un ascolto che oggi mi pare stia diventando sempre più raro e difficilmente praticabile. Chi dedica attenzione per educare all’ascolto? Si insegna davvero ad ascoltarci reciprocamente? Ascoltare non significa soltanto dare spazio alla comunicazione verbale, bensì anche rendersi capaci di cogliere quelle comunicazioni non verbali che spesso, almeno per molte persone, sono più eloquenti di quanto non si riesca a dire con le parole. Ciò dovrebbe poter avvenire non soltanto con gli ospiti della Fondazione, ma anche tra colleghi di lavoro, tra operatori dell’assistenza e amministrativi senza escludere nessuno.

 Un ascolto intenso diventa anche capacità di prendere l’iniziativa, cioè di mettersi in sintonia gli uni con gli altri perché le risposte che intendiamo offrire vengano percepite nella loro pienezza. Detto in altre parole, l’ascolto non è e non può mai essere atteggiamento passivo di chi si ferma ad ascoltare, ma poi non interagisce, perché l’ascolto rimarrebbe chiuso in se stesso e non muoverebbe alcuna risorsa che il singolo e l’intera comunità possiedono e che ciascuno è chiamato ad esprimere nella concretezza delle scelte quotidiane. A questo proposito, quanti ascolti fatti rischiano di rimanere inespressivi fino a diventare non ascolto perché fatti tra sordi se non si traducono in decisioni tese a migliorare la crescita delle relazioni e quindi anche del servizio che siamo chiamati a rendere al nostro prossimo!

Tutto ciò pone in evidenza la necessità di un percorso che ci riguarda personalmente e che lo scritto del Papa evidenzia con forte incidenza: la rinuncia ai ripari personali e comunitari che ci consentono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano per entrare così in contatto con l’esistenza concreta degli altri. Tradotto in altri termini ciò significa che di fronte alle chiamate in causa che ci riguardano non è possibile trincerarsi dietro le formalità burocratiche tipiche ad esempio di molte strutture amministrative pubbliche nelle quali spesso si sperimenta che nessuno si sente responsabile di niente, ma le decisioni o le scelte necessarie si scaricano gli uni sugli altri, magari “guardando da un’altra parte” o “tirando a diritto” come il sacerdote e il levita della parabola del vangelo di Luca. Oppure invocando motivi di efficienza che finiscono di dimenticarsi della concretezza dei problemi delle persone. Guai quando le relazioni diventano asettiche, incapaci di attenzione umana e di disponibilità a cercare altre possibili vie di risposta che non siano quelle già previste dai protocolli burocratici. 

Asetticità vuol dire rifiutarsi di guardare alla persona in situazione e trincerarsi dietro regole che spesso non sono poi così dure o immodificabili come potrebbero sembrare a prima vista. Questo non vuol dire favorire la irregolarità e l’illegalità, ma saper coniugare le regole con le situazioni reali per non perdere di vista che al centro di tutto c’è sempre la persona. Una persona, che nell’ottica cristiana è sempre icona e immagine di Cristo Gesù.

Ecco in quale senso il Papa dice che quando accettiamo di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza “la vita ci si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo”. Davvero, tutto si complica, perché non possiamo più solo guardare e poi tirare a diritto. Il problema del prossimo, diventa mio problema, così come il bene di chi incontriamo, in qualche modo è anche il mio bene. Non si vive più ciascuno solo per se stesso, ma impariamo a vivere al plurale, per un “noi” che si allarga sempre di più e che assume il volto, il nome, le caratteristiche di un intero popolo, come dice il Papa. Un popolo di cui ciascuno fa parte e nel quale tutti quanti potremmo un giorno occupare il posto di coloro che oggi sono oggetto delle nostre cure e del nostro servizio.

E’ ovvio che nel contesto di cultura individualista nella quale siamo tutti inseriti, questo diventare “popolo” non è molto allettante; anzi è sicuramente qualcosa che ci sconcerta o che almeno ci allarma e ci fa stare in trepidazione. Ma è l’unico modo serio e vero per non pensare solo per noi stessi, ma per quanti incontriamo sul nostro cammino, nessuno escluso, anche se personalmente le nostre risorse sono sempre molto limitate e la nostra capacità  di relazione è ovviamente limitata nello spazio e nel tempo.

Il modello che ci è di esempio e che siamo chiamati ad assumere con fiducia è quello che ci è offerto da Gesù. Dice a proposito il Papa al n° 269 della EG: “Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Se parlava con qualcuno, guardava i suoi occhi con una profonda attenzione piena d’amore: “Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò”(Mc 10,21). Lo vediamo aperto all’incontro quando si avvicina al cieco lungo la strada (cfr. Mc 10,46-52) e quando mangia e beve con i peccatori (cfr. Mc 2,16), senza curarsi che lo trattino da mangione e beone (cfr. Mt 11,19). Lo vediamo disponibile quando lascia che una prostituta unga i suoi piedi (cfr. Lc 7,36-50) o quando riceve di notte Nicodemo (cfr. Gv 3,1-15). Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile che ha contrassegnato tutta la sua esistenza. Affascinati da tale modello vogliamo inserirci a fondo nella società, condividiamo la vita con tutti, ascoltiamo le loro preoccupazioni, collaboriamo materialmente e spiritualmente nelle loro necessità, ci rallegriamo con coloro che sono nella gioia, piangiamo con quelli che piangono e ci impegniamo nella costruzione di un mondo nuovo, gomito a gomito con gli altri. Ma non come un obbligo, non come un peso che ci esaurisce, ma come una scelta personale che ci riempie di gioia e ci conferisce identità”. 

E’ l’augurio cordiale che faccio a me e a voi in questa Pasqua dell’Anno Santo della Misericordia.