“La più grande di tutto è la carità”
(1Cor 13,13)
Decimo Seminario Residenziale – “Abbiamo creduto alla carità”
29 maggio 2015
La riflessione che vi propongo prende le mosse dal capitolo 13 della prima Lettera ai Corinzi e precisamente dalla conclusione del grande inno alla carità, una delle pagine più alte di tutta la Sacra Scrittura.
L’apostolo Paolo si rivolge alla comunità di Corinto: una comunità assai variegata, ricca di carismi e di doni celesti, ma anche segnata da non poche difficoltà e contraddizioni. La pluralità è sempre, contemporaneamente, potenzialità inesplorata, ma anche problematicità sicura, perché ognuno porta i propri doni, ma anche i propri limiti e non sempre doni e limiti riescono ad andare d’accordo. A Corinto i doni divini erano davvero numerosi, tanto che l’apostolo Paolo dice a quei cristiani: “In Cristo siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza”(1Cor 1,5); “a voi non manca più alcun carisma”(1Cor 1,7).
Eppure, con tutti questi doni, a Corinto le cose non andavano poi troppo bene: c’erano divisioni, contrasti, scandali che Paolo denuncia nelle sue lettere. In realtà la sapienza che viene dall’alto, la sapienza di Dio, si scontrava con la pretesa sapienza della “carne”, cioè con quelle tensioni umane dettate dall’egoismo, che spesso, nonostante tutto, prende il sopravvento e finisce per coartare l’azione stessa di Dio. Per questo succedeva che quando i cristiani di Corinto si riunivano, ciascuno voleva dire la sua con la pretesa che quella fosse la parola determinante che tutti avrebbero dovuto accogliere e alla fine non si riusciva né a parlare, né ad ascoltare.
Non solo. In quella comunità nascevano continuamente dispute sugli stessi doni ricevuti e ognuno pensava che il proprio dono fosse migliore di quello degli altri. Cosa che addolora Paolo il quale dice: “Se tutto il corpo fosse occhio, dove sarebbe l’udito? Se fosse tutto udito, dove sarebbe l’odorato?”(1Cor 12,17).
Ed ancora: i Corinzi pensavano di avere una sapienza superiore. Ma l’Apostolo dice loro: “La conoscenza riempie di orgoglio, mentre l’amore edifica. Se qualcuno crede di conoscere qualcosa, non ha ancora imparato come bisogna conoscere. Chi invece ama Dio, è da lui conosciuto”(1Cor 8,1-3).
Non è che io voglia assimilare la Fondazione Maffi alla Comunità di Corinto, desidero invece, con voi, cogliere quali sono gli elementi di fondo che permettono ad una qualsiasi comunità che fa riferimento al messaggio cristiano di poter esprimere in pienezza tutti i doni di natura e di grazia che possiede, perché essi possano svilupparsi e fruttificare con abbondanza.
Per questo basta tenere presenti alcune indicazioni semplicissime: i doni provengono dallo Spirito di Dio, quindi sono buoni e se anche sono diversi gli uni dagli altri, la fonte è sempre la stessa perché lo Spirito di Dio è uno: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti”(1Cor 12,4-6).
Ed ancora: i doni sono dati a ciascuno per l’utilità comune, cioè in vista del bene di tutti: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune”(1Cor 12,7). Niente è da leggere e da interpretare solo in chiave individualistica, bensì nella linea della condivisione e della solidarietà, perché la fonte dalla quale tutto sgorga è la comunione d’amore che Dio vive in sé, nel mistero trinitario, sulla quale proveremo poi a soffermarci.
Certamente, dice l’Apostolo, occorrono degli accorgimenti che potremmo chiamare di natura “disciplinare” o “pastorale”: occorre sempre un ordine e un metodo condiviso in ciò che facciamo insieme, perché non abbia mai a prevalere l’individualismo con quella confusione che non giova mai a nessuno. San Paolo, a questo proposito si riferiva ad un fenomeno che ci viene attestato nella Chiesa delle origini e che viene chiamato “dono delle lingue”, che pure Paolo possedeva, ma che non esitava a mettere da parte perché, diceva, “in assemblea, preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue”(1Cor 14,19) e che in mancanza di chi avesse saputo interpretarle, rimanevano del tutto oscure ed incomprensibili. Si tratta di un forte invito alla chiarezza, alla semplicità e all’immediatezza nella relazione, cosa che è sempre utile nella vita di qualunque comunità umana.
Ma oltre a queste indicazioni che potremmo anche chiamare relazionali, Paolo offre un riferimento di natura teologica attraverso il principio del superamento, cioè dell’andare oltre: si tratta sempre di guardare più in là, più in alto: “desiderate intensamente i carismi più alti. E allora io vi mostro la via più sublime”(1Cor 12,31). Per il discepolo del Vangelo c’è sempre bisogno di non fermarsi mai allo scontato, all’ovvio; c’è bisogno di andare oltre, di tendere alla via più alta – “più sublime” -, la via della carità, che contemporaneamente parte ed arriva al cuore stesso di Dio e che si esprime in Colui che è “la via”, cioè Cristo che ci manifesta e ci conduce al cuore stesso di Dio Padre, di Dio che è Amore.
Il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi, che è un vero e proprio canto, si divide facilmente in tre parti: la superiorità della carità rispetto a tutto il resto(vv 1-3); le opere della carità(vv 4-7) e l’eternità dell’amore ( vv 8-13).
San Paolo non spiega perché l’amore è più grande di tutto: lo afferma come un fatto ovvio. Si tratta di una intuizione profonda che certamente ha come riferimento il capitolo 25 di Matteo, quando Gesù ci dice che, alla fine, saremo giudicati sull’amore donato o negato, ma attinge anche a quella affermazione inaudita, sempre di Giovanni, che cioè “Dio è amore”. Solo Dio è Amore in uno scambio infinito all’interno della vita trinitaria e che si effonde ad abbracciare tutto ciò che Dio ha voluto e creato nel tempo, perché ogni realtà trovasse la sua scintilla di origine e il suo fine più vero nell’amore che viene dall’alto. Solo Dio è Amore. Cioè Dio va oltre rispetto ad ogni gesto, segno, anche il più grande che testimoni amore e carità. Dio è l’Amore in se stesso ed è sorgente inesauribile che si effonde su tutto e su tutti, attraverso il dono dello Spirito Santo; è amore testimoniato da Gesù che ci ha amati con l’amore più grande che è quello di chi dà la vita per la persona amata.
Dopo questa affermazione “assoluta” Paolo, preferendo un linguaggio narrativo, descrive la carità con una serie di specificazioni che la delineano anche se non la definiscono, quasi a dire che l’amore è mistero, perché è Dio stesso e quindi non può essere racchiuso in una definizione. E ci si accorge che la lista di ciò che dice che cosa “non” è la carità, è più lunga della lista delle affermazioni che la presentano positivamente. Amare non è quindi solo un fare qualcosa per gli altri come si pensa abitualmente, ma è piuttosto un accogliere e un accettare gli altri come sono, perché l’amore vero, messo alla prova, tollera, pazienta e sopporta.
In effetti gli atteggiamenti che vengono elencati dall’Apostolo, sono atteggiamenti che mostrano paziente accoglienza, uno stile di mitezza, di umiltà e di remissività pacifica. Atteggiamenti che solo all’apparenza sembrano propri di chi si tira indietro rispetto alle difficoltà che si possono incontrare nei rapporti con il prossimo, ma che di fatto esigono grande forza d’animo e piena padronanza di sé. Infatti solo chi è davvero padrone di se stesso e quindi non “frantumato” spiritualmente e psicologicamente riesce a vivere in pienezza il dono di sé nella gratuità più completa.
Di fatto, l’apostolo Paolo, sta insegnando ad amare ad una comunità difficile così che sappia gestirsi pacificamente in una situazione di tensione. E’ chiaro che se la carità è dono, la gratuità deve essere esercitata verso tutti, nessuno escluso, e prima di tutto verso i più poveri e i più bisognosi, ma se la comunità è divisa, se i cristiani sono in contrapposizione gli uni con gli altri, anche la testimonianza dell’amore nelle opere di carità diventa evanescente e insignificante. Si riduce ad un fare senza anima.
Se volessimo trovare una immagine che ci manifesti la fonte ispiratrice che ha suggerito a San Paolo l’Inno alla carità, la possibile risposta è Cristo crocifisso. Il Crocifisso che tutto sopporta, tutto crede, tutto spera, tutto perdona. La croce è infatti il punto di arrivo dell’intero percorso terreno del Figlio di Dio fattosi carne. Gesù è paziente, non si inorgoglisce, non è invidioso, non ha considerato una preda il suo essere pari a Dio, ma ha assunto la condizione di servo. Gesù non si irrita, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, non vuole la vendetta e trova la sua gioia nella verità. Da qui si comprende che amare significa essere come Gesù, e attraverso Gesù, come il Padre, che è paziente, misericordioso e ricco di benevolenza verso tutti. E se Dio è carità, la carità non può essere definita così come è impossibile racchiudere in una definizione umana tutto il mistero di Dio. Vivere la carità significa agire come Dio, comportandosi come Gesù si è comportato nella sua passione di fronte agli insulti, ai tormenti e al rinnegamento degli apostoli.
E’ ovvio che si tratta di un modello altissimo, ma non è una idealità irraggiungibile. Infatti, rivolgendosi ai cristiani di Filippi, Paolo li esorta : “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù”(2,5) perché proprio “in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo: Egli infatti è la nostra pace e (..) per mezzo di Lui possiamo presentarci gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito”(Ef. 2,13 ss). Non si tratta di una impresa impossibile. Infatti, ribadisce l’apostolo, mediante lo Spirito siamo potentemente rafforzati nell’uomo interiore, tanto da affermare con un augurio che è insieme una proclamazione di una realtà tanto misteriosa quanto vera e concreta: “Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio”(Ef 3,17-19).
La terza parte del capitolo 13, come già accennato, canta l’eternità dell’amore. Poiché l’amore è divino – Dio è amore – non può finire e non finirà mai: “La carità non avrà mai fine”(1Cor 13, 8). “Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà, la conoscenza svanirà”. Paolo riprende qui i tre carismi che nella comunità di Corinto facevano più problema: non erano pochi coloro che si vantavano della profezia, del parlare in lingue e della conoscenza-sapienza. Cose belle, importanti, affascinanti, ma pur sempre destinate a cessare e a scomparire. Di queste cose sulle quali a Corinto si discuteva in continuità, dice Paolo, non si parlerà più. E sono interessanti i due esempi che l’apostolo adopera: quello del bambino e quello dello specchio. Una volta diventati adulti, l’abbandonare ciò che è proprio del bambino non significa rinnegare la propria identità o una storia già percorsa, ma piuttosto si tratta di un andare oltre. Sappiamo infatti che il principio del superamento è fondamentale sia per la crescita personale che comunitaria. L’esempio dello specchio ricorda che la conoscenza che possiamo avere in questo mondo è sempre parziale e inadeguata e solo alla fine potremo aprirci alla “visione” quando vedremo Dio faccia a faccia così come Lui è e vedremo noi stessi come Dio stesso ci vede, in piena luce e senza alcun schermo deformante.
Da questa riflessione possiamo raccogliere alcuni messaggi per la nostra vita personale, prima di tutto, poi per il nostro impegno professionale e per le relazioni che siamo chiamati a gestire ogni giorno all’interno della nostra Fondazione sia nei confronti degli ospiti, sia verso quanti vi lavorano con noi.
La situazione della comunità di Corinto ci permette di dire che non esistono mai realtà difficili in se stesse, bensì ambiti nei quali la carità non è al centro. Cioè è la mancanza di carità che rende difficile la vita interiore del singolo, le relazioni interpersonali e la vita delle comunità. Spesso le problematicità, più che essere difficoltà strutturali, sono di fatto difficoltà relazionali che nascono da situazioni di disagio spirituale e comunque da disequilibri interiori. Riconosciute e chiamate con il loro nome, possono essere come delle “spie” che richiamano ad una attenzione più specifica sul grado di accoglienza della proposta di amore che ci viene dal Vangelo di Gesù. In questo caso anche la situazione più difficile o scabrosa può diventare l’occasione provvidenziale per far “scoppiare” l’amore.
Per questo è doveroso ricordare che gli stessi problemi non possono mai essere considerati solo come problemi. Infatti se abbiamo l’umiltà di riconoscere in noi stessi la presenza o l’assenza di quella disponibilità di fondo che ci fa mettere in discussione o che almeno ci fa domandare se per caso con un supplemento d’amore riusciremmo a cogliere quel briciolo di bene, di positività e quindi di risorsa che c’è ovunque e sul quale far leva per affrontare in modo più equilibrato e sereno le difficoltà che ci si parano davanti, ci si accorgerebbe che non tutte le risorse sono state esaurite e che nuovi motivi di fiducia possono aprirci alla speranza di un futuro migliore.
Abbiamo ripetuto che Dio è amore e che Gesù stesso è il segno massimo dell’amore con cui il Padre è venuto e viene sempre di nuovo incontro all’umanità, manifestandole la grandezza della sua misericordia. Quale spazio ha dunque l’esemplarità dell’amore di Cristo nel nostro orizzonte di vita personale, interpersonale e sociale? Si tratta solo di una “verità di fede” che perché tale sembra appartenere ad un mondo diverso rispetto a quello nel quale viviamo, tanto da diventare insignificante per la concretezza della quotidianità? Un grande pericolo che mi pare di riconoscere nello stile di vita odierno, è di non negare la bellezza e la grandezza della prospettiva cristiana, ma di svuotarla nella sua possibilità di applicazione alle cose di tutti i giorni. Per cui l’idealità cristiana sta da una parte e la concretezza della vita va da un’altra, in una frammentazione che toglie ogni slancio vitale al progetto d’amore che il Padre ha pensato e ci ha donato in Cristo e che costantemente alimenta con la grazia dello Spirito Santo.
Ciò significa che a livello personale ci si mette il cuore in pace, non rifiutando la proposta evangelica, ma mettendola a lato come realtà bella e entusiasmante e forse possibile per i santi, ma non per noi che siamo troppo piccoli e imperfetti per poterla realizzare. In questo caso succede ciò che diceva San Giovanni della Croce, e cioè che l’Amore non è amato. E se l’Amore non è amato, finisce per uscire dall’orizzonte della vita concreta. In questo modo la difficoltà non si esaurisce a livello personale, ma diventa invasiva e pervasiva in tutta la sua negatività anche a livello interpersonale e sociale. Per cui tutto può andare bene in teoria, ma la pratica poi va da un’altra parte, con buona pace di tutti. Si tratta di una prassi che Papa Francesco sta mettendo in grande evidenza con il suo modo di fare che in maniera sempre più imprevedibile sta mostrando nei fatti che lo stile di vita del cristiano e della Chiesa può essere davvero secondo le parole del Vangelo, e non secondo il sentire del mondo, sconvolgendo così un “retro pensiero” tanto falso quanto presente, e cioè che la teoria bella è una cosa che sta nei sogni e che la realtà brutta è poi ciò che è necessario accettare senza discutere, e con pseudo giustificazioni che in realtà giustificano solo il disimpegno e il proprio adeguamento al minimo.
Ed ancora. Una convinzione che non deve mai abbandonarci è che l’amore vince sempre anche quando al momento sembra perdente o addirittura già sconfitto. L’amore è sempre vincente perché rimane in eterno, mentre tutto il resto passa. In altre parole, ciò che è fatto con amore e per amore non avrà mai fine, anche se in questo mondo non viene riconosciuto, perché, mentre anima il tempo presente con motivazioni e contenuti di valore estremamente prezioso, contemporaneamente trasferisce questo valore in una dimensione soprannaturale per un tesoro indistruttibile. Davvero si accumula per il cielo, dove, come dice Matteo, “né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,20-21).(cfr anche Gc 5,1-5).
Il mio augurio è che insieme ad un buon lavoro perché la nostra Fondazione possa vivere ed agire con l’equilibrio della “buona gestione”, possa anche crescere nella prospettiva di carità che fa sempre più buoni i rapporti interpersonali e sociali. Auguro che possiamo crescere nel servizio che ciascuno svolge grazie all’armonia della carità che ci rende sempre più attenti gli uni verso gli altri perché nessuno venga lasciato indietro nella conoscenza dell’amore che ci avvolge e che sgorga dal cuore di Dio. Auguro che siamo sempre capaci di scambiarci questo amore al quale consentiamo e nel quale crediamo perché sia sempre di più la cifra bella del nostro essere uomini e donne segnati dalla carità di Cristo, che credono e si impegnano concretamente a costruire insieme la “civiltà dell’amore”. Auguro infine che questa “civiltà dell’amore” si esprima fattivamente nello stile di vita personale e comunitario che pur nei nostri limiti e con le nostre fragilità, vogliamo costruire attingendo costantemente energie nuove e inesauribili alla sorgente dell’amore che è Dio stesso.
