Incontrarsi oltre lo specchio
Dall’identità cristiana al dialogo interreligioso
10 marzo 2015
Un saluto cordiale a tutti. Se il nostro incontro si colloca ormai in una tradizione consolidata, non è però qualcosa di scontato o di puramente accademico. Infatti la tematica che mi è stata proposta è quantomai attuale e scottante sia in rapporto agli scenari internazionali, sia in rapporto alle relazioni interpersonali e sociali della nostra vita quotidiana.
Tutti ci troviamo ad interfacciarci con tradizioni e fedi religiose diverse: si tratta di una necessità e insieme di un’opportunità che ha valore in se stessa. Un modo per confrontarsi, per cogliere elementi e valori condivisi e insieme per evidenziare differenze identitarie che ci distinguono e che hanno sempre l’ambivalenza della possibilità di una crescita comune o di uno scontro, oltre ciò che è stato in molti casi un’osservazione reciproca a distanza.
Non dobbiamo dimenticare infatti ciò che è successo nella storia sia all’interno del mondo cristiano, sia tra la fede e la cultura cristiana e le altre fedi religiose con le relative culture. Spesso ci sono state fortissime chiusure reciproche per cui ciascuno restava chiuso nel suo recinto senza alcuna comunicazione e sempre con il rischio di intolleranze ricorrenti.
Non è poi da dimenticare che spesso, quelle che sono state chiamate guerre di religione sarebbe assai più giusto chiamarle semplicemente guerre, dove il dato religioso più che essere il contenuto ne è stato il vestito esteriore, l’involucro che ha “colorato” religiosamente i sempre ricorrenti interessi politici, economici e strategici, espansionistici e di supremazia territoriale.
Infatti non sono poche nella storia le guerre che si sono combattute e che ancora vengono combattute tra nazioni che condividono lo stesso credo religioso, come ha rilevato anche recentemente Papa Francesco a proposito del conflitto ucraino ancora in essere.
Ma oltre agli aspetti macroscopici di violenza e di guerra guerreggiata, il tema del rapporto tra religioni diverse oggi si impone necessariamente a causa della globalizzazione in atto; per il rimescolamento umano dovuto ad un “esodo” che impegna milioni di persone ed aree geografiche sempre più vaste, come del resto era già successo in altre epoche. Chi non ricorda le cosiddette “invasioni barbariche” che trasformarono l’identità umana, culturale e in qualche caso la stessa identità religiosa e che determinarono la caduta dell’Impero Romano? Come non ricordare gli enormi movimenti migratori che dall’oriente giunsero fino alle regioni europee con il grande scontro e ricambio di civiltà dell’Europa orientale fino ad interessare lo stesso occidente europeo con la caduta di Costantinopoli e successivamente fin sotto le mura di Vienna? Si è trattato di veri scontri di civiltà, connotate da religioni diverse!
Ma ancora, quanto movimento in rapporto ai percorsi di evangelizzazione cristiana e segnatamente cattolica che si sono accompagnati, spesso tragicamente, all’espansione delle grandi potenze europee nelle Americhe, in estremo oriente e in Africa!
Far memoria di questi eventi non significa assolutamente esaltare i tempi che furono, ma semplicemente ricordarci che certi avvenimenti che oggi accadono hanno radici profonde in una storia che spesso si ripete e che non riesce, se non in rari casi, a diventare maestra di vita.
Possiamo allora domandarci: possiamo imparare qualcosa dal nostro passato? Che cosa è andato maturando come consapevolezza nel nostro discernimento circa i rapporti da coltivare, da far crescere o da eliminare nel nostro stile di comunicazione e di relazione tra religioni diverse? Ha un senso il dialogo religioso? E se sì, come dovrebbe essere condotto?
Le domande che sorgono sono moltissime e sempre più stringenti. Spesso la loro formulazione, più che essere dettata da una riflessione e da una ricerca razionale è più provocata da una emotività che nasce da avvenimenti che ci spaventano perché totalmente avulsi da ogni relazione rispettosa della dignità altrui. E ci si può anche chiedere: ci sono esempi di dialogo tollerante e rispettoso delle diversità?
Un esempio, tra la storia e la leggenda, ci viene tramandato al cap. XXIV dei Fioretti di S. Francesco “Come Santo Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia (Egitto)”.
Ne riporto un brano: “Santo Francesco, istigato dallo zelo della fede di Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltre mare con dodici suoi compagni santissimi, ritti per andare al Soldano di Babilonia (Egitto). E giungendo in alcuna contrada di Saracini, ove si guardavano i passi da certi sì crudeli uomini, che nessuno de’ cristiani che vi passasse potea iscampare che fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono, e menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui Santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo, predicò sì divinamente della fede di Cristo, che eziandio per essa fede egli voleano entrare nel fuoco. Di che il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui. Sì per la costanza della fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedeva in lui, imperò che nessuno dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo e sì eziandio per lo fervore del martirio, il quale in lui vedeva. Da quel punto innanzi il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessono predicare dovunque e’ piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona.” [Fonti Francescane, pag. 1505-06, I Fioretti]
Se I Fioretti di San Francesco si muovono fra storia e leggenda agiografica, la Chiesa del nostro tempo, soprattutto dal Concilio Vaticano II, si muove su coordinate ben precise nel suo rapporto con le religioni non cristiane.
La “Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane” firmata il 28.10.1965 dal Papa e dai Padri Conciliari parte da una considerazione che potremmo definire una presa di coscienza della realtà del nostro tempo. “Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non cristiane”.
Quale è il metodo di questo esame? “Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa esamina qui innanzitutto tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino. Infatti i vari popoli costituiscono una sola comunità.” […] “Essi hanno una sola origine poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della Terra.” […] “Essi hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, testimonianza di bontà e disegno di salvezza si estenda a tutti”.
Il Concilio aggiunge poi che tutti gli uomini portano nel profondo del cuore le stesse domande di senso: “la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e il fine del dolore; la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo”. (Introduzione)
Il documento “Nostra Aetate” sottolinea poi quell’”intimo senso religioso” che alberga nel cuore dell’uomo ed è diffuso in ogni essere umano come base di una spesso indistinta relazione con il soprannaturale; “le religioni, invece, si sforzano di rispondere alle stesse questioni –che prima rammentavo– con nozioni più raffinate e con un linguaggio più elaborato”.
Un’affermazione molto netta di “Nostra Aetate” dice quale è lo spirito con il quale si muove la Chiesa Cattolica: “essa nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine, che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini.” (2)
Questo, ovviamente, non significa irenismo o qualunquismo dottrinale; anzi, il documento ribadisce che la Chiesa “però annuncia, ed è tenuta ad annunziare il Cristo che è via, verità e vita, in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato in se stesso tutte le cose”.
Da una parte, quindi, si offre rispetto, attenzione, accoglienza per tutto ciò che di vero e santo, sia nella dottrina che nella prassi, si ha nelle altre religioni; dall’altra parte non si rinuncia assolutamente all’annuncio. Lo stile della relazione da assumere con le altre religioni è quello che usa “prudenza e carità, per mezzo del dialogo e la collaborazione […] sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana”. Così che “riconoscano, conservino, e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovano” in esse.
Se questo è lo stile da adottare con le religioni non cristiane, a proposito della religione musulmana il Concilio non ha esitato a mettere in evidenza ciò che in qualche modo è condiviso.
“La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l’unico Dio vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini.” (3) I punti di contatto non sono pochi perché, dice il Concilio “Essi, i musulmani, cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce. Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano come profeta; essi onorano la Sua Madre Vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione. Inoltre attendono il giorno del giudizio quando Dio retribuirà tutti gli uomini resuscitati. Così pure essi hanno in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine e il digiuno.”
Il Concilio non nasconde “i dissensi e le inimicizie” che sono sorte nei secoli tra cristiani e musulmani, tanto che “esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare la mutua comprensione sinceramente, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (3).
Un lungo numero, il 4, viene poi dedicato al rapporto con la religione giudaica ricordando “il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo”. Si tratta di un excursus della storia della salvezza nel quale, se da una parte si ricorda che la Chiesa “ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo del popolo dell’Antica Alleanza”, dall’altra viene messa in risalto la centralità di Cristo e la sua azione salvifica.
Non ci si limita però solo ad affermazioni teologiche che ribadiscono la convinzione di fede della Chiesa, ma il Concilio “esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che la Chiesa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque.” (4)
Un ultimo punto di “Nostra Aetate” riguarda la fraternità universale: “Non possiamo invocare Dio Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni fra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio” […] “Viene dunque tolto il fondamento a ogni teoria o prassi che introduce tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, discriminazioni in ciò che riguarda la dignità umana e i diritti che ne promanano. In conseguenza la Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza o di colore, di condizione sociale o di religione.” (5)
Quanto è stato oggetto di questa Dichiarazione del Concilio è per la Chiesa un punto fermo di non ritorno; anzi, nel corso degli anni del post-Concilio non sono mancate iniziative concrete per mettere in atto una serie di relazioni che aiutassero il cammino tracciato nel Concilio e ciò in rapporto alle religioni non cristiane in genere e in specie in rapporto alla galassia islamica e all’ebraismo.
Se “Nostra Aetate” costituisce il fondamento di questo nuovo stile di relazioni l’Istruzione Dialogo ed Annuncio del 1991 indicava al n° 42 quattro ambiti del dialogo interreligioso: il dialogo della vita, delle opere, degli scambi teologici e dell’esperienza religiosa.
Giovanni Paolo II nell’evento di Assisi (27.10.1986) augurò il convenire dei rappresentanti delle religioni mondiali a pregare insieme per la pace; Benedetto XVI invitò cristiani e non cristiani a dialogare come “servitori pellegrini della verità” in ascolto della “verità che ci possiede” e da cui “siamo afferrati” nella dialettica indispensabile di fede e ragione; Francesco sviluppa il dialogo dei valori condivisi come leggiamo nella Dichiarazione Comune dei 12 leader religiosi contro la tratta degli esseri umani: “Noi firmatari siamo oggi qui riuniti per una iniziativa storica volta ad ispirare azioni spirituali e pratiche da parte di tutte le religioni del mondo e delle persone di buona volontà per eliminare per sempre la schiavitù moderna entro il 2020. Agli occhi di Dio (nella dichiarazione in arabo: nel nome delle religioni) ogni essere umano, ragazza o ragazzo, donna o uomo, è una persona libera, destinata a esistere per il bene di ognuno in eguaglianza e fraternità”. (2014)
Fatta questa premessa indispensabile circa i fondamenti del dialogo interreligioso, proverò ad affrontare alcuni interrogativi che gli avvenimenti anche più recenti hanno sollevato nell’opinione pubblica.
Una prima annotazione che mi sembra non scontata è che ogni dialogo non può che avvenire tra persone, prima ancora che tra fedi diverse. Persone che ovviamente sono portatrici di visioni ideali e religiose diverse, ma che sempre condividono la stessa origine, cioè la stessa comune umanità.
Se il dialogo fa oggi sempre più fatica a realizzarsi, spesso è perché ci si sta sempre più dimenticando che tutti gli esseri umani condividono la stessa origine e la stessa umanità. E questo, in modo particolare, proprio nel nostro mondo occidentale dove si sta sbriciolando la visione antropologica. Interessante è ricordare quanto scriveva S. Paolo a Filemone riguardo al suo rapporto con Onesimo, lo schiavo fuggitivo: “forse è stato separato da te per un momento: perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più come schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore” (15-16). Se si affievolisce o sparisce la consapevolezza della comune umanità sarà impossibile impostare qualsiasi dialogo con chi è portatore di “diversità” rispetto alla nostra configurazione.
Un secondo elemento fondamentale è la conoscenza reciproca: l’uno è chiamato a conoscere il mondo dell’altro. Una conoscenza che non sia superficiale e non si fermi a quanto viaggia sulla comunicazione dei media, ma entri in profondità. A questo servono gli scambi interculturali e soprattutto quelle giornate di studio nelle quali si affrontano dalle diverse angolature, tematiche di comune interesse. In questo campo il lavoro è appena avviato, ma non mancano esperienze positive che incoraggiano ad andare avanti con “prudenza e carità”, come diceva il Concilio.
Spesso accade che certi avvenimenti internazionali, specie sul piano politico, abbiano una rilevanza pratica anche nelle relazioni corte; per cui a momenti più intensi di incontro succedono momenti di stanchezza. Personalmente posso dire che le relazioni che ho avuto sono sempre state segnate da attenzione, rispetto, ascolto; tenendo conto che è la reciprocità che ci rende capaci di camminare insieme e che non sempre lo sviluppo della relazione è possibile in contemporanea perché i tempi di maturazione della consapevolezza non sono gli stessi perché legati ad una serie assai ampia di variabili culturali non sempre immediatamente percepibili. Per cui ciò che per qualcuno è “normale”per altri invece è eccezionale.
Un terzo elemento è l’attenzione ai “segni” che dicano accoglienza e favoriscano l’integrazione pur nella legittima diversità. Qui collocherei anche tutto ciò che riguarda la costruzione di luoghi di culto diversi da quelli cristiani e cattolici. La libertà religiosa, e al suo interno la libertà di culto, è un dato che non può e non deve essere conculcato da nessuno. Quindi anche la costruzione di Moschee o Sinagoghe o Templi buddisti o induisti non può essere strumentalmente impedita, sempre, è ovvio, nel rispetto delle leggi civili. Forme e modi di costruzione, dovranno rientrare nella logica delle leggi urbanistiche, come del resto vale anche per la costruzione delle chiese e dei complessi parrocchiali. (Il buon senso dice poi di non creare una specie di “zona” delle varie religioni, come ci sono le zone artigianali o commerciali o industriali o sportive).
Un’altra domanda che sorge potrebbe essere così formulata: in questo contesto pluriculturale e plurireligioso, non c’è il pericolo che venga sempre più a svilirsi l’appartenenza della nostra cultura alle radici cristiane che caratterizzano l’occidente in genere e l’Europa in specie?
Il problema fu posto in occasione della redazione della carta “costituzionale” europea. Purtroppo mi pare che il problema di un ostracismo più o meno dichiarato verso il cristianesimo è sempre incombente e forse anche in crescita. Di fatto c’è il pericolo di una globalizzazione di una certa cultura libertaria che paradossalmente, pretendendo libertà per sé, pretende insieme l’affossamento della libertà altrui. Per cui il diritto di cittadinanza finisce per essere solo a senso unico. Si tratta di una impostazione “faziosa” e di fatto anticulturale che rischia di innescare incendi sempre più vasti proprio sul piano delle relazioni interpersonali e sociali, quando si giunge alla irrisione sfacciata di ciò che di più sacro abbiano le persone sia singolarmente che comunitariamente. Qualche volta viene il dubbio che mentre nessuno si sogna di irridere realtà, “laicamente sacre”, per irridere le convinzioni religiose esista una specie di lasciapassare senza condizioni.
Credo poi che ci sia il bisogno di rilanciare non solo la fede, ma una cultura a tutto tondo che abbia l’onestà di non fermarsi alla considerazione solo di alcuni elementi dei tempi moderni, quasi che la storia del passato cristiano non sia mai esistita. Viene da domandarsi: quanti cristiani sono in grado di proporre una conoscenza piena del senso e del significato delle opere d’arte o di poesia che fanno parte del loro patrimonio culturale?
Ho già accennato alle problematiche che la proposta cristiana si trova ad affrontare nel mondo; spesso si hanno vere e proprie persecuzioni religiose (basta pensare alle statistiche dei cristiani perseguitati e uccisi), mentre nel nostro ambiente la testimonianza diventa sempre più liquida e inespressiva! La testimonianza di fede ha sempre come base necessaria una autentica convinzione di fede e quindi una conoscenza/esperienza di Gesù e del suo Vangelo.
Ritengo poi necessarie due attenzioni: non basta più solo una testimonianza individuale; bensì occorre anche una testimonianza comunitaria. Non per nulla Gesù ha voluto la Chiesa!
Insieme è necessario che si tenga conto che la natura della fede che professiamo esige che questa venga proposta non come oggetto di propaganda, ma attraverso quella che Papa Francesco chiama “attrazione”, e potremmo aggiungere anche “irradiazione”. Il fuoco appiccato alle cose le divora; il fuoco, custodito, illumina e riscalda! La fede, strumentalizzata, divora il suo stesso contenuto; custodita e messa in movimento, si irradia, si comunica nell’amore e nel rispetto della libertà di ciascuno e attrae.
In questa direzione si muove pure la vera difesa della fede. Nessuna crociata ha mai funzionato nella difesa e nella diffusione della fede, bensì funziona sempre un’opera come fu quella che i Fioretti ci raccontano di S. Francesco davanti al Saladino di Egitto: Francesco si lasciò ammaestrare dallo Spirito Santo, e predica divinamente, cioè porta non la propria, ma la parola del Signore, nella disponibilità a mettere in gioco tutto se stesso, fino al martirio. Il Saladino rimane impressionato per la costanza della fede di Francesco, per il dispregio della ricchezza e per il fervore nel dono di sé fino al martirio, tanto da dare a lui e ai suoi compagni un salvacondotto perché potessero predicare ovunque senza offesa.
In fondo in Francesco d’Assisi troviamo l’esplicitazione concreta dell’insegnamento di S. Paolo, che è pure l’augurio che faccio a voi, a me stesso e al nostro tempo: vincere il male con il bene.
“Detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nel fare il bene […] lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera […] Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite […] Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile […] non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti […] Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” .
(Rm 12,9-21)
+ Giovanni Paolo Benotto
