Cattedrale di Pisa – 15 agosto 2026
Tra le tante feste e memorie mariane dell’anno liturgico, l’Assunzione di Maria occupa un posto privilegiato. È la Pasqua di Maria: il suo passaggio dalla morte alla vita risorta, dal pellegrinaggio terreno alla dimora nella patria, dalla fatica della fede alla pienezza della visione. Se per tutti i Santi la Chiesa celebra la nascita al Cielo nel giorno del loro transito, per la Madre di Dio l’orizzonte si dilata. Essa viene «innalzata alla gloria celeste in anima e corpo», come la liturgia si esprime nella preghiera Colletta all’inizio di questa solenne celebrazione.
Siamo dinanzi a un mistero centrale, in perfetta corrispondenza con la Risurrezione di Gesù. La storia del Redentore è inseparabilmente unita alla storia di Maria, la prima dei redenti. Entrambe, fin dall’eternità, sono state volute dall’amore del Padre, associate – come scriveva Pio XII – «con uno stesso decreto di predestinazione».
Ciò che oggi celebriamo con immensa gioia è l’audacia di Dio: il fatto che Egli ci abbia uniti a sé nella persona del Figlio fatto uomo e abbia già realizzato, nella relazione tra Gesù e Maria, la perfetta comunione con l’umanità. Oggi contempliamo il compimento della profezia dell’Apocalisse: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro» (Ap 21,3). Per questo, fratelli carissimi, Maria è per noi, al tempo stesso, il nostro passato, il nostro presente e il nostro futuro.
Maria è il nostro passato perché il suo corpo è il grembo da cui è nato il Verbo. È la carne che unisce Dio e l’uomo, la carne benedetta di cui noi stessi siamo fatti. Quanto dobbiamo sostare dinanzi a questa sconvolgente scelta di Dio di abitare nell’arca della nostra carne! Questa nostra carne che tanto spesso non sappiamo amare: ora la umiliamo, riducendola a semplice strumento da usare e abusare; ora la divinizziamo, pretendendo di renderla impassibile, inseguendo un mito di perfezione estetica e dimenticando che è proprio della carne l’essere stanca, ferita, fragile.
Eppure, come non vedere le ferite inferte alla carne nel nostro presente? Pensiamo, alla carne sfigurata e offesa nei teatri di guerra, alla carne violata delle donne vittime di violenza alla carne scartata degli anziani lasciati soli nella loro malattia, o a quella dei lavoratori che perdono la vita e la dignità nel silenzio. Pensiamo alla carne dei poveri e di chi non ha voce.
È questa carne reale – la carne della nostra storia contrassegnata dalla fragilità – che Gesù ha assunto dal seno di Maria ed è essa che oggi contempliamo portata in Cielo, alla destra del Padre. E poiché la carne vive di relazioni, l’Assunzione di Maria è la garanzia che nessuna delle nostre storie, nessuna di queste sofferenze e dei nostri corpi andrà perduto.
Maria è il nostro presente. Innalzata nella gloria, ella non si è allontanata, ma continua a svolgere la missione ricevuta fin dall’origine: generare il Figlio di Dio. Ora lo fa come Madre della Chiesa. Per questo san Francesco d’Assisi si rivolgeva a lei chiamandola «vergine fatta Chiesa». In questa relazione di comunione reale, Maria si mostra come la Madre che accompagna ogni figlio nel diventare Cristo, membro vivo del suo Corpo mistico. Maria è il nostro presente perché ci educa a pronunciare qui e ora quel “Sì” che permette allo Spirito Santo di generare il Salvatore nella nostra quotidianità. Non è con le nostre sole forze che si realizza questa trasfigurazione: è nell’abbandono credente e nell’obbedienza di fede alla Parola che noi nasciamo alla vita divina.
Maria, infine, è il nostro futuro. La liturgia odierna insiste su un verbo fondamentale: condividere. Ciò che oggi contempliamo nella Vergine non è un privilegio esclusivo che ci costringe a guardarla con il naso all’insù, da una distanza siderale. Ci viene in aiuto la provocazione penetrante di santa Teresa di Gesù Bambino, che confessava la sua fatica dinanzi a certe predicazioni del suo tempo:
«Perché una predica sulla Madonna mi piaccia, bisogna che veda la sua vita reale, non la sua vita supposta. Ce la mostrano inaccessibile, bisognerebbe mostrarla imitabile! Ella preferisce l’imitazione all’ammirazione… Per quanto sia bella una predica, se si è obbligati tutto il tempo ad esclamare: Ah!… Ah!…, se ne ha abbastanza».
Sì, fratelli e sorelle: Maria non vuole abbagliarci con i suoi privilegi, vuole mostrarci la strada. Tutto il suo essere è diventato indicazione della meta. In lei la Parola si è fatta carne, e in lei la carne è diventata pienamente Parola di Dio. Il compimento che oggi celebriamo non serve solo a onorare e venerare la Madre, ma a riaccendere la virtù teologale della speranza nei nostri cuori spesso stanchi e scoraggiati. Maria ci attira a sé per condividere con noi la sua stessa sorte beata: essere una cosa sola con il Padre, mediante il Figlio, nello Spirito Santo.
Amen.
